{"id":2083,"date":"2024-04-22T08:00:00","date_gmt":"2024-04-22T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=2083"},"modified":"2024-04-22T06:53:20","modified_gmt":"2024-04-22T04:53:20","slug":"sulle-tracce-di-rudolf-un-tedesco-buono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/sulle-tracce-di-rudolf-un-tedesco-buono\/","title":{"rendered":"Fare memoria del 25 aprile con Nuto Revelli"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Quest\u2019anno, dopo le polemiche di sabato 20 sul monologo di Antonio Scurati &#8220;censurato&#8221; dalla Rai, ci pare particolarmente importante celebrare i 79 anni del <\/em>25 aprile<em>. Lo facciamo attraverso la rilettura di uno degli ultimi libri di Nuto Revelli, <\/em>Il disperso di Marburg<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Nie wieder! nie mehr!<\/em>\u00bb (\u00abMai pi\u00f9!\u00bb): era lo slogan scandito negli anni \u201980 in molte citt\u00e0 tedesche il 1\u00b0 settembre. In memoria e condanna imperitura dell\u2019aggressione tedesca alla Polonia in quella notte del 1939 che segn\u00f2 l\u2019inizio della seconda guerra mondiale. Nel ricordo di molti di noi pi\u00f9 vecchi ci sono alcune foto sui libri di storia: un reparto tedesco che rimuove la sbarra di confine e gli incendi a \u201cWesterplatte\u201d nei pressi di Danzica, colpita dal mare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCortei bellissimi, pieni di entusiasmo e fantasia. Erano manifestazioni quasi spontanee, per questo cos\u00ec belle. Oggi invece niente. Qualcuno dei nostri politici dir\u00e0 quattro parole insulse. I tempi sono drammaticamente cambiati\u00bb. Cos\u00ec lo storico tedesco Christoph Schminck-Gustavus in una lettera del 1 settembre 1993 a Nuto Revelli. Trent\u2019anni dopo sembrano scritte ieri, con grande amarezza, nel clima cupo che ci circonda.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Se \u00e8 esistito un tedesco &#8220;buono&#8221;, voglio conoscerne la storia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Christoph, professore di storia all\u2019Universit\u00e0 di Brema, e Nuto si erano conosciuti nel 1987 a un convegno sui deportati italiani nella seconda guerra mondiale, tenutosi a Torino nell\u2019autunno di quell\u2019anno. Gi\u00e0 da qualche tempo, allora, Revelli aveva iniziato una ricerca che mirava all\u2019identificazione di un ufficiale tedesco (o polacco, o cecoslovacco?) morto in un\u2019imboscata ad opera di un gruppo di partigiani (o di sbandati?) in localit\u00e0 S. Rocco, nei pressi di Cuneo, nell\u2019estate 1944. Era il compimento di un lunghissimo e doloroso percorso psicologico: \u00abLi odiavo a tal punto, i tedeschi, che al solo vederli mi saliva il sangue alla testa. Li consideravo, sbagliando, gli unici responsabili del nostro disastro\u00bb (<em>Al ritorno della terribile ritirata di Russia<\/em>, p. 75). \u00abNon provo alcuna piet\u00e0 nei loro confronti. Ma \u2013 continua Revelli, mutando prospettiva \u2013 se \u00e8 esistito anche un solo tedesco diverso dall\u2019immagine che io mi ero fatto di loro, vorrei proprio conoscerne la storia\u00bb (p. 35). Il nemico cos\u00ec si umanizza, torna singola persona, in cui riconoscersi e specchiarsi. Ne parla il figlio Marco in un profondo e toccante ricordo, nel ventennale della morte di Nuto: \u00abLa lama di ferro che&#8230; tra il \u201940 e il \u201945, \u00e8 caduta a dividere violentemente la storia, ha spaccato in due anche la sua biografia personale, in un \u201cprima\u201d, l\u2019infanzia, l\u2019adolescenza vissute all\u2019ombra vergognosa di un regime dispotico e fasullo\u2026 e in un \u201cdopo\u201d dedicato al tentativo di rimediare a quei guasti e a quelle colpe inespiabili\u00bb. In mezzo, il punto di rottura fu la catastrofe della ritirata di Russia. \u00abAllora mor\u00ec anche il tenente Revelli, ufficiale modello\u2026 e nacque una nuova persona, quella che pochi mesi dopo, l\u20198 settembre, sarebbe salito in montagna a fare il partigiano\u00bb (\u00abLa Stampa\u00bb 2 febbraio 2024). Come non riferirsi ad altri episodi analoghi? Javier Cercas ne <em>I soldati di Salamina<\/em> ricostruisce la vicenda di Antoni Miralles, comunista repubblicano, che durante la guerra di Spagna salva la vita all\u2019intellettuale franchista Rafael S\u00e0nchez Mazas. \u00abMirall, osserva Cercas, in catalano significa specchio. Ecco Miralles ha visto nel nemico se stesso nello specchio\u00bb. Oppure al film di Roman Polansky <em>Il pianista<\/em> in cui l\u2019ufficiale della Wehrmacht Wilm Hosenfeld, incontra Wladislaw Szpilman, ebreo polacco che si nasconde tra le macerie di Varsavia. Gli chiede cosa facesse nella vita civile: \u00ab<em>Ich bin ein Pianist, ich war ein Pianist<\/em>\u00bb (\u00absono un pianista, anzi ero un pianista\u00bb) e trovandosi di fronte a un pianoforte, in una stanza diroccata, gli si rivolge con un educato Lei, anzich\u00e9 con il \u201ctu\u201d autoritario e sconveniente tra estranei, invitandolo a suonare, \u00ab<em>spielen sie<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Nuto Revelli ha gi\u00e0 raccolto qualche \u201cfonte orale\u201d talora contradditoria , confusa nel ricordo dei pochi superstiti, vuole arrivare alle \u201cfonti scritte\u201d, cio\u00e8 agli archivi. In questo sar\u00e0 decisivo l\u2019impegno e la passione di Christoph, insieme a un gruppo di altri validi storici, italiani e tedeschi. Ne risulta un resoconto appassionante in forma di diario che dura ben sei anni e ha per titolo <em>Il disperso di Marburg<\/em> (Einaudi 1994). Vengono seguite varie piste, tra scoperte esaltanti, talora casuali, e cocenti delusioni. Una prosa bellissima e incalzante, tra telefonate, lettere con preziose informazioni desunte dagli archivi, la classica ricerca dell\u2019ago nel pagliaio, come sostiene ad un certo punto l\u2019autore: \u00abS\u00ec, per\u00f2 in un pagliaio tedesco\u2026 ancora una volta prendo atto che gli archivi tedeschi non sono imbalsamati come i nostri\u00bb (p. 143). Nonostante le immani distruzioni belliche, infatti, il solo Deutsche Dieststelle WASt di Berlino conserva milioni e milioni di documenti relativi ai 3.000.000 di soldati caduti e ai 1.200.000 dispersi, e agli oltre 3.000.000 di civili morti in varie circostanze durante la guerra.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Una figura incerta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ed ecco prendere forma la figura di Rudolf Knaut, di famiglia borghese, un fratello caduto in Russia, studente universitario in legge, 24 anni, nato a Marburg nel 1920, sottotenente di complemento. La foto rivela uno sguardo sensibile, \u00e8 alto e magro, capelli biondi ondulati, \u00abMi d\u00e0 l\u2019impressione di un bravo ragazzo\u00bb (p. 137). Catturato e ucciso a freddo da alcuni partigiani il 14 giugno 1944, durante un\u2019uscita a cavallo nei pressi della caserma di San Rocco. Nuto riesce persino ad avere un colloquio con due membri della banda. Di cui, tra le righe, condanna il comportamento. \u00abOsservo a lungo la fotografia di Rudolf, e provo una forte emozione. Morire in combattimento fa parte del \u2018gioco\u2019\u2026 ma morire quando meno te l\u2019aspetti, in un ambiente che giudicavi pi\u00f9 di pace che di guerra, \u00e8 una beffa atroce. Quanto \u00e8 stupida e assurda la guerra!\u00bb (p. 137).<\/p>\n\n\n\n<p>Non si realizza per\u00f2 la speranza di Nuto, quella di trovare il \u201ctedesco buono\u201d, un soggetto come il caporalmaggiore della Marina Rudolf Jacobs che diserta nel 1944 unendosi ai partigiani della Brigata Garibaldi Muccini e muore presso Sarzana durante un tentato colpo di mano contro una caserma dei repubblichini. Ne ha tracciato recentemente un efficace ritratto Carlo Greppi che lo ricorda insieme ad altre centinaia di tedeschi e austriaci che \u00abrinnegarono la legge dell\u2019\u2019onore\u2019, per seguire quella della coscienza\u00bb. Il tenente Knaut resta una figura grigia. Svanisce presto il ricordo leggendario del \u201ccavaliere solitario\u201d che salutava educatamente i contadini e parlava affabilmente con i bambini. Non risulta essere stato iscritto al partito nazionalsocialista \u00abForse era veramente un buono, forse non era nazista e odiava la guerra, ma avrebbe potuto essere anche diversamente\u00bb (p. 151). Faceva per\u00f2 parte di un battaglione impiegato contro i partigiani, quindi anche contro i civili. Poteva essere tenuto a eseguire ordini di fucilare ostaggi ed incendiare case. \u00abInsomma anche lui era un ingranaggio della macchina bellica tedesca messa al servizio dei nazisti\u00bb (p. 151).<\/p>\n\n\n\n<p>Il corpo di Knaut non fu ritrovato dal comando tedesco che abbandon\u00f2 le ricerche dopo pochi giorni. Si facevano anche le ipotesi&nbsp; che avesse disertato oppure che fosse stato catturato vivo. Ci\u00f2 salv\u00f2 i civili da una rappresaglia che avrebbe portato alla sicura fucilazione di innocenti e alla distruzione di case nei paesi vicini. Alcuni per\u00f2 sapevano: il corpo abbandonato seminudo e insepolto fu trascinato a valle in autunno dalla piena del fiume Gesso. Non rimase che un brandello di maglia bianca appesa ad un arbusto. \u00abCome il segnale di un destino crudele \u2013 conclude Revelli nell\u2019ultima frase dell\u2019ultima pagina \u2013 di una vita sprecata, di una resa\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi corre l\u2019obbligo di ricordare in chiusura la grande amicizia che caratterizz\u00f2 i rapporti tra Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern e Primo Levi. I primi due accomunati dalla ritirata di Russia e il terzo dall\u2019esperienza di Auschwitz. Tra poco saranno 79 anni dal 25 aprile 1945, una data su cui non potr\u00e0 mai esserci memoria condivisa, ma che ha aperto una grande prospettiva di pace, almeno in Europa e di cui le generazioni successive non possono che essere infinitamente grate a uomini come Nuto, Mario e Primo. E a tanti altri, conosciuti o ignoti, che fecero scelte coraggiose e ne diedero testimonianza in tempi assai difficili.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quest\u2019anno, dopo le polemiche di sabato 20 sul monologo di Antonio Scurati &#8220;censurato&#8221; dalla Rai, ci pare particolarmente importante celebrare i 79 anni del 25 aprile. 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