{"id":2901,"date":"2025-01-15T08:00:00","date_gmt":"2025-01-15T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=2901"},"modified":"2025-01-11T17:42:26","modified_gmt":"2025-01-11T16:42:26","slug":"una-confessione-di-czelaw-milosz","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/una-confessione-di-czelaw-milosz\/","title":{"rendered":"&#8220;Una confessione&#8221; di Czelaw Milosz"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Mio Signore, ho amato la marmellata di fragole<\/em><em><br>e l\u2019oscura dolcezza del corpo di donna.<br>Anche la vodka ghiacciata, le aringhe in olio d\u2019oliva,<br>i profumi, di cinnamomo, di garofano.<br>Cos\u00ec che genere di profeta sono? Perch\u00e9 dovrebbe lo spirito<br>avere visitato un uomo simile? Molti altri<br>furono chiamati, e degni di fiducia.<br>Ma chi avrebbe dovuto fidarsi di me? Perch\u00e9 mi han visto<br>come vuoto bicchieri, mi butto sul cibo,<br>e getto occhiate cupide al collo della cameriera.<br>Incrinato, e consapevole di esserlo. Desiderando la grandezza,<br>capace di riconoscere la grandezza dovunque sia,<br>eppure non ancora del tutto chiaroveggente<br>seppi cosa fu lasciato agli uomini pi\u00f9 piccoli, come me:<br>una festa di speranze brevi, una adunata di orgogliosi,<br>un torneo di gobbi, la letteratura.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>(Czelaw Milosz, <em>Una confessione<\/em>)<\/p>\n\n\n\n<p>Czelaw Milosz (1911-2004) \u00e8 uno scrittore e poeta lituano che ha vissuto la sua vocazione nella stagione tragica che ha visto il suo paese stretto nella morsa tra Germania e Russia. Durante la seconda guerra mondiale ha lavorato a Varsavia per la stampa clandestina, come egli stesso racconta: \u00abPer cinque anni vissi sotto il giogo dell\u2019occupazione nazista. Pure, rivolgendo lo sguardo al passato, non rimpiango il tempo trascorso a Varsavia, nella citt\u00e0 che io considero come la pi\u00f9 torturata fra tutte le atterrite citt\u00e0 d\u2019Europa. Se mi fossi deciso a emigrare, la mia vita avrebbe certo assunto un andamento diverso. E io avrei una conoscenza meno concreta dei crimini che sono stati perpetrati in Europa nel XX secolo\u00bb (Prefazione a <em>La mente prigioniera<\/em>, 1955).<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la guerra per\u00f2, contrario al clima culturale impostosi nel suo Paese, si trasferisce prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Per aver fatto richiesta di asilo politico in Francia nel 1951, molti compagni di un tempo lo bollano di tradimento e in patria il suo nome rimane all\u2019indice fino al conferimento del Nobel (1980) \u2013 prima di allora i suoi connazionali l\u2019avevano letto solo nelle copie in <em><a href=\"https:\/\/www.treccani.it\/vocabolario\/samizdat\/\">samizdat<\/a><\/em>. Cos\u00ec succede che chi lo apprezza non ne conosce la lingua e chi quella lingua la comprende non pu\u00f2 leggerlo; ma per uno scrittore la sua lingua \u00e8 patria, come dir\u00e0 in occasione del premio: \u00abscegliendo la solitudine e dedicandomi a una strana occupazione \u2013 scrivere poesia in polacco mentre vivevo in Francia o in America \u2013 ho cercato di mantenere l\u2019immagine ideale di un poeta che, se pure aspira alla fama, ambisce a essere famoso unicamente nel villaggio o nella cittadina che gli ha dato i natali\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo il Nobel Milosz \u00e8 invitato a tenere alcune lezioni di poesia ad Harvard nell\u2019anno accademico 1981-82, fornendo una preziosa attestazione del modo in cui la poesia prende vita nei luoghi segnati da eventi traumatici(testi pubblicati in <em>La testimonianza della poesia, <\/em>Adelphi 2013). Se infatti \u2013 sostiene \u2212 la poesia \u00e8 generalmente considerata un palinsesto capace di rappresentare l\u2019epoca di cui \u00e8 figlia, quando si tratta di sciagure che colpiscono la collettivit\u00e0, \u00abdiventa un articolo di prima necessit\u00e0 al pari del pane\u00bb (p. 51). La Polonia \u2013 continua \u2212 durante la seconda guerra ha conosciuto l\u2019inferno \u00abe non il primo girone, ma le profondit\u00e0 pi\u00f9 abissali di quell\u2019inferno: una situazione, per certi versi simile a un esperimento di laboratorio, che consente di verificare che cosa accade alla poesia moderna in determinate condizioni\u00bb (p. 109). E nei momenti di tragedia accade, ad esempio, che cambi il rapporto con le cose e con il linguaggio che deve descriverle; la poesia si trova cos\u00ec, per la brevit\u00e0 della composizione e la maggiore incisivit\u00e0 della parola, a circolare pi\u00f9 facilmente della narrativa, diventando uno strumento di resistenza che passa dall\u2019uno all\u2019altro in pubblicazioni manoscritte clandestine, tramandata oralmente o persino appresa a memoria. Negli anni \u201970 quei testi vengono quindi raccolti e pubblicati con il titolo <em>Poesia della Polonia combattente<\/em>,in un volume di oltre 1900 pagine; sebbene non tutti di valore artistico, rivelano nondimeno il bisogno di raccontare un\u2019esperienza drammatica.<\/p>\n\n\n\n<p>Il dubbio che i protagonisti sappiano esprimere adeguatamente quanto hanno vissuto \u00e8 ben presente nella riflessione del poeta: \u00abEro come uno ferito al ventre, che corre tenendosi le budella perch\u00e9 non fuoriescano. In effetti sapevo di non essere l\u2019unico. Ma una persona costretta a pensare in continuazione alla propria ferita pu\u00f2 dire cose assennate?\u00bb (<em>Il cagnolino lungo la strada<\/em>, Adelphi 2002). Con la lucidit\u00e0 di chi scrive ci\u00f2 che conosce e sente l\u2019urgenza di scriverlo, Milosz ha raccontato frammenti di storie di cui in seguito ha constatato lo scacco: \u00abLa realt\u00e0 chiede un nome, chiede parole, ma \u00e8 insopportabile; e se ci si avvicina molto, se la si tocca con mano, la bocca del poeta non pu\u00f2 nemmeno proferire una lamentazione di Giobbe: ogni arte si dimostra nulla, paragonata all\u2019azione. Eppure, abbracciare la realt\u00e0 in modo tale da preservarla in tutto il suo antico groviglio di bene e male, di disperazione e speranza, \u00e8 possibile solo tramite una distanza, solo innalzandosi al di sopra di essa; ma questo sembra poi, a sua volta, un tradimento morale\u00bb (Discorso per il conferimento del Nobel).<\/p>\n\n\n\n<p>Il tragico storico chiede parole impronunciabili, scandalose, cariche del dolore che hanno provocato. Quello che pu\u00f2 fare la poesia, quando solo l\u2019azione \u00e8 dovuta, \u00e8 preservare la memoria di bene e di male che il poeta ha conosciuto e di cui si fa testimone. Ogni vita \u00e8 come un\u2019ombra che cammina, si potrebbe sintetizzare parafrasando <em>Macbeth<\/em>, qualunque parola le sopravviver\u00e0. Dunque la parola ha un compito irrinunciabile: consentire la sopravvivenza di quello che \u00e8 stato. Ma come fare a preservare la necessaria distanza per evitare che il suo peso continui a schiacciare?<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon v\u2019era luogo ove non fosse stato: su un treno che trasportava i deportati ai lager sovietici, in una citt\u00e0 che raggelava di paura al suono di un campanello all\u2019alba, in una prigione da cui erano presi e caricati sui camion i condannati alla fucilazione. Odiava l\u2019Impero, ma doveva dissimularlo. Era un poeta, e il pensiero che tutto ci\u00f2 accadeva l\u00ec, accanto a lui, in quel preciso istante, gli avrebbe impedito di scrivere versi. D\u2019altra parte, poi, scriveva per persone che, sebbene fossero teoricamente al corrente dei fatti, non volevano che quegli stessi fatti varcassero la soglia della loro immaginazione. Per tali ragioni, sentendo di mancare al dovere della testimonianza, cercava il modo di combinare le parole cos\u00ec da mantenere, fra le righe, la presenza inespressa di quei fatti\u00bb (\u00abStrategia\u00bb in <em>Il cagnolino<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un equilibrio precario quello in cui si muove la letteratura di guerra, sempre in bilico tra la necessit\u00e0 della denuncia e la dovuta ritrosia per il dolore che potr\u00e0 ancora provocare. Ma ci sono anche casi in cui la scrittura aiuta a esorcizzare il vissuto e il senso di colpa dei sopravvissuti, come \u00e8 il romanzo monumentale di Vasilij Grossman, <em>Vita e destino<\/em>, testimonianza insieme dei destini individuali e di quella storia collettiva che \u00e8 stato il conflitto tra Urss e Germania nazista. Qui la vicenda personale legata alla morte della madre, assassinata nei massacri compiuti dai nazisti e finita in una fossa comune, s\u2019intreccia alle numerose storie di uomini e donne che hanno vissuto la battaglia di Stalingrado, di cui Grossman \u00e8 stato testimone in qualit\u00e0 di corrispondente al fronte.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Vocazione profetica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dentro il compito dello scrivere, rinveniamo un\u2019impellenza che pu\u00f2 essere resa nei termini di una vocazione profetica, come appunto viene assunta nel testo in apertura, <em>Una confessione<\/em>, in cui Milosz si dichiara profeta imbarazzato, chiamato a un compito che sente fuor di questione: <em>Perch\u00e9 dovrebbe lo spirito \/ avere visitato un uomo simile? <\/em>Uno che la gente ha visto vuotar bicchieri, buttarsi sul cibo e gettare <em>occhiate cupide al collo della cameriera<\/em>? Uno come tanti, insomma, che apprezza il gusto delicato della marmellata di fragole cos\u00ec come il sapore deciso delle aringhe (accompagnate da vodka ghiacciata, s\u2019intende), s\u2019inebria del profumo delle spezie cos\u00ec come del corpo di una donna. Uno come tanti allora che tuttavia sa riconoscere la grandezza, non senza desiderarla per s\u00e9, ma altres\u00ec consapevole di quanto competa ai <em>pi\u00f9 piccoli<\/em>, tra i quali annovera se stesso: <em>una festa di speranze brevi, una adunata di orgogliosi, \/ un torneo di gobbi, la letteratura.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Un elenco bizzarro annovera la letteratura a conclusione, come comprendesse tutto il resto: gli orgogliosi e i gobbi, le speranze brevi, e forse pure l\u2019essere profeta <em>incrinato <\/em>in un tempo di <em>speranze brevi<\/em>. E chi potrebbe fidarsi di un uomo di tal fatta? Eppure, se stiamo alla storia, i profeti sono stati spesso perseguitati e uccisi, dall\u2019epoca biblica ai nostri giorni. Perch\u00e9 la profezia \u00e8 parola dura, sferzante, odiosa ai potenti e indigesta a chi preferisce non sapere. E sebbene la correlazione richieda un\u2019analisi meglio sostenuta, ritengo si possa almeno segnalare che non casualmente tanti di loro hanno scelto la scrittura in versi \u2212 da Amos a Pasolini, da Isaia a Gandhi e cos\u00ec via. Una forza salvifica affidata alla parola, insieme la pi\u00f9 alta e la pi\u00f9 spietata, come una spada a doppio taglio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mio Signore, ho amato la marmellata di fragolee l\u2019oscura dolcezza del corpo di donna.Anche la vodka ghiacciata, le aringhe in olio d\u2019oliva,i profumi, di cinnamomo, di garofano.Cos\u00ec che genere di profeta sono? Perch\u00e9 dovrebbe lo spiritoavere visitato un uomo simile? Molti altrifurono chiamati, e degni di fiducia.Ma chi avrebbe dovuto fidarsi di me? 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