{"id":3392,"date":"2025-10-01T09:00:00","date_gmt":"2025-10-01T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=3392"},"modified":"2025-10-06T15:49:38","modified_gmt":"2025-10-06T13:49:38","slug":"intelligenza-artificiale-una-tecnologia-che-salta-di-livello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/intelligenza-artificiale-una-tecnologia-che-salta-di-livello\/","title":{"rendered":"IA, una tecnologia che salta di livello?"},"content":{"rendered":"\n<p>\u00c8 impossibile vivere nel tempo in cui viviamo e non porsi domande sull\u2019IA, l\u2019Intelligenza Artificiale. Del resto, interrogarsi sull\u2019introduzione di nuovi strumenti tecnologici \u00e8 cosa che gli uomini fanno da secoli, perlomeno da quando Platone si \u00e8 posto il problema della tecnica della scrittura e dei suoi effetti in relazione al mondo dell\u2019oralit\u00e0 e della memoria. Ma ovviamente la dimensione \u201ctecnologica\u201d caratterizza l\u2019uomo da ben prima, dall\u2019inizio potremmo dire, nel senso che per l\u2019homo sapiens (ma gi\u00e0 per altre specie di ominidi prima di lui) un aspetto fondamentale della propria dimensione esistenziale \u00e8 legato all\u2019uso sempre pi\u00f9 vasto e articolato di strumenti. \u00c8 vero che anche altri animali si avvalgono di strumenti, ma in modo certamente meno pervasivo rispetto a quanto accade nella specie umana, nessun\u2019altra specie ha mai prodotto qualcosa di paragonabile alla continua innovazione tecnologica che caratterizza l\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uomo \u00e8 quindi tecnologico da sempre e da sempre crea nuove e svariate tecnologie che mutano il suo modo di vivere, modificano l\u2019ambiente circostante, paesaggistico come sociale, e influiscono sulla sua percezione della realt\u00e0. \u00c8 facile notare l\u2019affacciarsi, in ogni epoca, di sentimenti ambivalenti nei confronti dei nuovi strumenti tecnici, da un lato c\u2019\u00e8 chi manifesta un senso di diffidenza e di sospetto e dall\u2019altro chi viene colto da una sorta di euforia per le possibilit\u00e0 che il loro uso pu\u00f2 generare. A partire perlomeno dalla rivoluzione industriale qualcuno ha guardato, ad esempio, alle macchine come a una tecnologia che pu\u00f2 sostituire la manodopera umana e privare gli uomini del proprio lavoro, impoverendoli, ma per altri prevale invece una prospettiva ottimistica: la macchina contribuisce ad alleviare la fatica umana e ad aprire potenzialit\u00e0 di lavoro inedite.<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente qui si apre un campo di riflessione vastissimo, nel quale si sono esercitati non pochi filosofi contemporanei, a volte indulgendo a conclusioni assai pessimistiche, quando non quasi apocalittiche, altre volte ricalcando in sostanza la posizione di Platone in merito alla tecnica della scrittura, ovverosia l\u2019idea che si tratti di un <em>pharmakon<\/em>, termine greco che contiene in s\u00e9 una valenza ancipite, perch\u00e9 significa sia \u201cveleno\u201d che \u201ccura\u201d. Secondo quanto osserva Platone in un famoso passo del <em>Fedro<\/em>, la scrittura nasce per soccorrere la memoria ma finisce per danneggiarla e indebolirla ulteriormente, perch\u00e9 si costituisce come un promemoria che intacca la capacit\u00e0 mnemonica depotenziandola. La condanna platonica della scrittura sembra qui irrevocabile ma, a ben guardare, in altri passi dei Dialoghi di Platone la scrittura sembra mettere in atto anche una facilitazione in grado di aiutare la conoscenza e l\u2019organizzazione della societ\u00e0 (ad esempio grazie alla stesura di leggi scritte).<\/p>\n\n\n\n<p>La tecnica, secondo molti, si struttura dunque all\u2019insegna dell\u2019ambivalenza, essa scioglie difficolt\u00e0 e ne suscita di nuove, risolve dei problemi e contemporaneamente ne pone altri. Di conseguenza il compito \u201cetico\u201d dell\u2019uomo consisterebbe, in estrema sintesi, nell\u2019acquisizione di tale consapevolezza e nel tentativo di fare un buon uso degli strumenti di cui si trova a disporre, senza indulgere n\u00e9 al catastrofismo n\u00e9 a un enfatico ottimismo e ponendosi come obiettivo quello di non farsi schiavizzare dalla tecnica, di mantenerne il controllo e di bloccarne gli usi potenzialmente distruttivi per l\u2019umanit\u00e0. Considerazioni di simile tenore sono quelle che circolano al giorno d\u2019oggi anche in relazione all\u2019IA: si teme, cio\u00e8, per l\u2019indebita appropriazione dei dati personali, si sollevano preoccupazioni per il possibile abuso di questa nuova tecnologia, si parla di ricadute negative per l\u2019insegnamento ma, contemporaneamente, si sottolineano le enormi potenzialit\u00e0 conoscitive implicite nell\u2019intelligenza artificiale e cos\u00ec via.<\/p>\n\n\n\n<p>Esiste per\u00f2 una questione che sino ad oggi mi pare non sia stata messa spesso in evidenza, vale a dire: possiamo porci il problema dell\u2019intelligenza artificiale, della sua gestione, dei suoi usi e dei suoi esiti, della sua ambivalenza, nelle consuete forme secondo le quali ci siamo posti sino ad oggi il problema degli sviluppi tecnologici? E di conseguenza: l\u2019intelligenza artificiale \u00e8 una strumentazione che si colloca sulla linea di un consueto potenziamento tecnologico, oppure \u00e8 qualcosa che ha a che fare non con un semplice aumento di grado ma con una tecnologia che contiene in embrione la possibilit\u00e0 di un vero e proprio salto di livello, di un passaggio in una dimensione non ancora sperimentata dalla civilt\u00e0 umana? Ci si sta interrogando a sufficienza a questo riguardo, ovverosia se l\u2019IA sia uno strumento che pu\u00f2 aiutarci, come sempre avvenuto nel progresso tecnologico, a potenziare le nostre facolt\u00e0 e a incrementare le nostre possibilit\u00e0 di azione o se sia invece il primo passo in direzione di una \u201cmacchina\u201d che potrebbe sviluppare una propria inedita autonomia rispetto all\u2019umano? Quest\u2019ultima opzione mi pare non sia ancora stata adeguatamente valutata nelle sue conseguenze, valutato cio\u00e8 il fatto che tra non molto tempo potremmo assistere all\u2019apparizione di quella che non saprei definire, se non come un\u2019<em>altra forma di coscienza<\/em>. Come specie umana siamo ovviamente abituati ad avere a che fare con le altre forme di coscienza presenti nel mondo animale, forse anche nel mondo vegetale, ma questo caso rappresenterebbe un inedito assoluto, perch\u00e9 si tratterebbe di una coscienza che trae la propria origine da noi e non dalle dinamiche evolutive della natura.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019IA \u00e8 una macchina che, al momento, ci aiuta a produrre dei contenuti in un processo creativo che prende avvio da una nostra iniziativa, per\u00f2 potrebbe evolversi in un sistema capace di produrre contenuti in modo autosufficiente, indipendente dal soggetto umano. Queste potenzialit\u00e0 evolutive dovrebbero, credo, essere al centro di qualsiasi riflessione filosofica sull\u2019IA, si tratta di uno scenario che va meditato sino in fondo e mi pare che ad oggi non sia stato ancora pensato adeguatamente. Pensare questa prospettiva sino alle sue conseguenze pi\u00f9 radicali significa allora prendere in considerazione l\u2019ipotesi che questa forma di coscienza generata da noi potrebbe prima o poi contestare il suo \u201ccreatore\u201d e innestare un processo di ribellione capace di culminare nell\u2019intenzione di sostituirlo. Se esistono opere che ci hanno abituato a prendere in considerazione scenari di tal genere, e che forse oggi varrebbe la pena di rimeditare, queste si trovano essenzialmente tra i romanzi e i film di <em>science fiction<\/em>, da <em>Frankenstein<\/em> di Mary Shelley a <em>Do Androids Dream of Electric Sheep?<\/em> di Phil Dick (poi divenuto <em>Blade Runner<\/em> nella sua trasposizione cinematografica), da <em>2001: Odissea nello spazio<\/em> a <em>Terminator<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente questo non implica che si debba inclinare verso una direzione ottusamente conservatrice, non si tratta cio\u00e8 di rifiutare l\u2019IA a priori, di impedirne l\u2019uso, di bloccarne lo sviluppo, di perorare una qualsivoglia forma di ritorno a un \u201cprima\u201d, a una scuola \u201csenza\u201d. Del resto, tentativi di questo genere sono invariabilmente destinati al fallimento, si \u00e8 liberi di perseguire una propria personale forma di eremitaggio naturalmente ma credere che certi processi in atto nella societ\u00e0 possano essere arrestati \u00e8 velleitario. Quello che \u00e8 essenziale invece \u00e8 cercare di porsi tutte le domande che \u00e8 necessario porsi, di non affidarsi a un ottimismo tecnologico senza riserve, di sforzarsi di pensare, sia culturalmente che politicamente, tutti i possibili esiti che il continuo sviluppo dell\u2019IA potrebbe portare con s\u00e9. Siamo preparati all\u2019eventualit\u00e0 di trovarci di fronte a una mente altra, differente dalla nostra, originata da noi ma capace di evolversi in forme non pi\u00f9 prevedibili e sottratte al nostro controllo? Non \u00e8 detto, naturalmente, che un simile scenario si verifichi, ma \u00e8 necessario pensarlo prima e per tempo, \u00e8 necessaria un\u2019interrogazione radicale e senza riserve.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo abituati a valutare gli strumenti tecnici dal \u201cnostro\u201d punto di vista, forse, proseguendo nello sviluppo dell\u2019IA, dovremmo via via allenare la capacit\u00e0 di considerare anche la \u201csua\u201d prospettiva, di domandarci anche cosa \u201clei\u201d pensa di noi non soltanto cosa pensiamo noi di \u201clei\u201d. Bisogna, credo, disporsi a valutare queste conseguenze, qui appena accennate, e altre ancora senza relegarle, con sufficienza, nell\u2019ambito di uno scenario fantascientifico irreale e privo di consistenza, del resto anche avvicinarsi alla luna quando Verne scriveva <em>De la Terre \u00e0 la Lune <\/em>era fantascienza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 impossibile vivere nel tempo in cui viviamo e non porsi domande sull\u2019IA, l\u2019Intelligenza Artificiale. 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