{"id":3544,"date":"2025-12-03T09:00:00","date_gmt":"2025-12-03T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=3544"},"modified":"2025-11-28T16:04:26","modified_gmt":"2025-11-28T15:04:26","slug":"la-nuova-russia-di-israel-joshua-singer","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/la-nuova-russia-di-israel-joshua-singer\/","title":{"rendered":"\u00abLa nuova Russia\u00bb di Israel Joshua Singer"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel 1926 il giornalista Israel Joshua Singer si avventurava in un lungo viaggio che lo portava da Minsk a Mosca e ai villaggi delle campagne ucraine, sino a Kiev. Com\u2019\u00e8 noto, si tratta del futuro autore di grandi romanzi (tra cui spicca <em>La famiglia Karnowski<\/em>) e fratello dell\u2019ancor pi\u00f9 celebre Isaac Bashevis Singer, premio Nobel della Letteratura nel 1978.<\/p>\n\n\n\n<p>Israel aveva fatto \u2013 giovanissimo \u2212 un primo viaggio in quei luoghi all\u2019indomani della Rivoluzione d\u2019Ottobre, tra il \u201918 e il \u201921, nel periodo drammatico della guerra civile e del cosiddetto comunismo di guerra. Ma nel secondo viaggio indossa i panni dell\u2019inviato speciale, incaricato di inviare le proprie corrispondenze al quotidiano yiddish newyorkese \u00abForverts\u00bb (Avanti), di orientamento socialista. Rispetto ad altri illustri visitatori dell\u2019Urss di quegli anni \u2013 da D\u00f6blin a Joseph Roth \u2013 gode di un duplice vantaggio. Dal momento che il suo \u00e8 un ritorno, pu\u00f2 confrontare il presente con il recente passato; e in quanto ebreo polacco, cresciuto nell\u2019impero zarista, conosce bene il russo, oltre naturalmente all\u2019yiddish.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019Ucraina di Israel Singer cent\u2019anni fa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nella raccolta dei suoi articoli \u2212 apparsa nel \u201928 con il titolo <em>La nuova Russia<\/em> e di recente riedita da Adelphi nella traduzione di Marina Morpurgo \u2013 proprio la questione della lingua, o meglio delle lingue, assume di continuo un particolare rilievo. Sin dalla stazione di Minsk.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Quattro lingue \u2013 bielorusso, russo, polacco e yiddish \u2013 si fanno incontro al visitatore in arrivo. Ovunque, ad ogni passo, in ogni commissariato, in ogni ufficio si incontrano insegne e cartelli in queste quattro lingue.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando nel 1919 i bolscevichi appesero per la prima volta, lungo il viale Vasil\u2019kov di Kiev, una targa in caratteri yiddish, gli ebrei sogghignarono: \u201cAh, ah, \u00e8 in yiddish\u2026 questi son matti!\u201d. Adesso \u00e8 un fatto normalissimo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Interessante \u00e8 l\u2019incontro nella vicina Bobriusk con il giovane presidente delle unioni sindacali che \u2013 forse per compiacere l\u2019intervistatore \u2212 indica nel plurilinguismo una tra le principali conquiste della Rivoluzione:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Nelle fabbriche il lavoro si svolge nella lingua parlata dalla maggioranza dei lavoratori. Sarti, lavoratori del tabacco, impiallacciatori, lavoranti del cuoio, fabbricanti di scatole svolgono la loro attivit\u00e0 professionale in yiddish. Dove la maggioranza parla russo, si usa il russo. Ma a tutti, anche alla minoranza, \u00e8 consentito esprimersi in pubblico nella propria lingua<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>e cos\u00ec avviene nelle riunioni del sindacato.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma una nota di maggiore realismo \u2013 indicativa di come quel plurilinguismo incontrasse qualche resistenza \u2013 risuona al momento dell\u2019ingresso in quella che oggi chiamiamo Kharkiv (o Charkiv), citt\u00e0 che aveva sostituito Kiev come capitale dell\u2019Ucraina sovietica e tale sarebbe rimasta sino al 1934.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Nella gigantesca e affollata stazione ferroviaria \u00e8 scritto in grandi caratteri ucraini: \u201cCharkiv\u201d. Sul mio stesso treno viaggia un militare, molto risentito: perch\u00e9 mai questi stanno portando scompiglio, perch\u00e9 hanno sostituito il russo \u201cChar\u2019kov\u201d con \u201cCharkiv\u201d? \u201cChe cosa stupida\u201d dice furibondo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, osserva Singer,<\/p>\n\n\n\n<p><em>qui, pi\u00f9 che in qualunque altro luogo, l\u2019assimilazione \u00e8 estesa. Qui, nella capitale ucraina, sia gli ucraini sia gli ebrei preferiscono molto spesso parlare russo, \u00c8 una citt\u00e0 priva di una tradizione propria<\/em> [\u2026] <em>Di sicuro a Char\u2019kov troviamo un\u2019accozzaglia di nazionalit\u00e0, che il cielo le protegga: ucraini, ebrei, russi, polacchi, zingari, lituani, estoni, armeni, greci, coreani, assiri, georgiani, cinesi, cechi e molti altri!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>D\u2019altronde, \u00e8 specialmente nei piccoli e nei grandi centri dell\u2019Ucraina che Singer osserva di continuo una composita mescolanza etnica: come nella Babele che popola il suo albergo di Odessa.<\/p>\n\n\n\n<p><em>L\u2019International \u00e8 un grosso edificio sulla via Torgova, un circolo per tutte le etnie \u2013 qui dentro c\u2019\u00e8 una vera e propria Torre di Babele. Russi, ebrei, polacchi, tedeschi, greci, armeni, turchi, bulgari, cechi, lituani, moldavi e tatari.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>E i suoi interlocutori gli spiegano che<\/p>\n\n\n\n<p><em>i greci sono stanziati quasi tutti a Mariupol\u2019 e a Bachmut<\/em>, che <em>i tatari, quasi tutti minatori del Donbass, hanno una intellighenzia e una letteratura nazionali<\/em>, che <em>i polacchi sono concentrati nei villaggi e nelle fabbriche e hanno numerose scuole polacche<\/em>, che <em>i coloni tedeschi in Ucraina hanno un settimanale in tedesco<\/em> e che, mentre <em>tutte le minoranze si sforzano di condurre le loro attivit\u00e0 culturali nella propria lingua d\u2019origine, i moldavi parlano moldavo ma vogliono imparare il russo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Nondimeno, conclude,<\/p>\n\n\n\n<p><em>adesso in Ucraina non si pu\u00f2 non sapere l\u2019ucraino. Chi non conosce la lingua \u00e8 tagliato fuori dagli uffici governativi, dato che gli affari pubblici si svolgono in ucraino<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 avanti, mentre attraversa in automobile la Crimea, riferisce in modo puntuale i numeri del censimento del 1924 relativi al quadro demografico della penisola:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Nella Repubblica di Crimea la popolazione ammonta in tutto a seicentoquindicimila individui. I russi sono oltre trecentomila, i tatari centocinquantamila, gli ebrei sessantacinquemila, i tedeschi trentottomila e i rimanenti (bulgari, greci e altri) cinquantottomila.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Oggi la rilettura di quei dati \u00e8 \u2013 col senno di poi \u2013 impressionante, se pensiamo allo sterminio che di l\u00ec a non molti anni si sarebbe abbattuto sugli ebrei con l\u2019invasione nazista, o alla deportazione di massa dei tatari ad opera di Stalin gi\u00e0 negli anni Trenta. E fa riflettere come da quel <em>mix<\/em> di etnie e lingue e tradizioni siano emersi con sempre maggior forza il nazionalismo russo e quello ucraino. Del primo, Singer sembra prendere atto con sorpresa quando sul treno che da Varsavia lo conduce verso Mosca incontra due attori russi, marito e moglie, che hanno visitato i teatri di Vienna, Berlino e Parigi, non trovandovi nulla di interessante <em>a parte le nudit\u00e0<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Faccio notare che i russi solo di recente hanno sviluppato un forte senso patriottico \u2013 un fenomeno strano, dato che, salvo eccezioni, erano soliti additare come scadente o volgare tutto ci\u00f2 che veniva dal loro paese. Lo ammettono loro stessi: \u201c\u00c8 vero, siamo diventati patriottici.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Evidentemente anche in Russia la guerra mondiale aveva segnato la crisi della <em>koin\u00e8 <\/em>intellettuale cosmopolita d\u2019inizio secolo; e non contribuiscono a ravvivarla le stridenti contraddizioni di Mosca (da un lato i diritti conquistati pi\u00f9 che in qualsiasi altro paese dalle donne, dall\u2019altra le strade piene di prostitute minorenni), o la trasformazione di Lenin in un\u2019icona (<em>al suo mausoleo arde una fiamma eterna, e pie donne passano l\u00ec davanti e si segnano dozzine di volte la fronte e il petto, sussurrando preghiere con il sottofondo delle campane<\/em>), o l\u2019onnipresenza del controllo poliziesco (<em>vengo a sapere che nei ristoranti e nei locali notturni ci sono \u201cocchi\u201d che osservano tutto, sorvegliano tutto, registrano tutto<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto all\u2019Ucraina di quegli anni, va ricordato che sulla base della propria esperienza Singer ne forn\u00ec un\u2019efficace rappresentazione anche in alcuni racconti, ripubblicati nel 2016 da Passigli sotto il titolo <em>Sulle rive del mar Nero<\/em>: dove ampio spazio ha la citt\u00e0 di Odessa negli anni drammatici in cui sub\u00ec continui cambi di governo (prima i tedeschi e gli austriaci, poi gli ucraini \u201ccon bandiere gialle e blu\u201d, poi i \u201crossi\u201d e poi i \u201cbianchi\u201d) e ogni nuovo arrivo port\u00f2 promesse e devastazioni, sino al definitivo insediamento dei bolscevichi. Sono pagine da cui trasuda, nell\u2019efferatezza degli eventi, una storia singolarmente tragica, che talora suggerisce facili accostamenti al presente (anche perch\u00e9 la toponomastica \u00e8 quella: non soltanto Odessa e Kiev e Kharkiv, ma Sumy, Konstantinograd, Poltava\u2026).<\/p>\n\n\n\n<p>Nel <em>reportage<\/em> di viaggio, compare anche la localit\u00e0 di Cernobyl\u2019, dove \u2013 curiosamente \u2013 <em>si \u00e8 alzato un vento secco che ha danneggiato il grano<\/em> e che a Singer ricorda la Bibbia, <em>la piaga del vento che distrugge i raccolti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Ma soprattutto sembra interpellarci con una sorta di preveggenza \u2013 e riproporsi con una qualche attualit\u00e0 \u2212 la sua conclusione:<\/p>\n\n\n\n<p><em>Ho visitato numerose citt\u00e0 e [\u2026] l\u2019argomento che pi\u00f9 sta a cuore, quello di cui tutti parlano, \u00e8 quel che si deve fare con i giovani. La domanda grava, come in passato, con tutta la sua soverchiante pesantezza: \u201cChe ne sar\u00e0 dei nostri figli?\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019orizzonte non c\u2019erano soltanto, per quella generazione, l\u2019Olocausto che avrebbe annientato le comunit\u00e0 ebraiche e il grande macello della guerra, che avrebbe causato oltre venti milioni di morti tra i cittadini dell\u2019Urss. C\u2019era anche, per gli abitanti delle campagne ucraine, l\u2019<em>Holodomor<\/em>, ovvero la spaventosa carestia che a seguito delle scelte del regime staliniano avrebbe ucciso milioni di contadini tra il 1932 e il \u201933.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1926 il giornalista Israel Joshua Singer si avventurava in un lungo viaggio che lo portava da Minsk a Mosca e ai villaggi delle campagne ucraine, sino a Kiev. 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