{"id":3791,"date":"2026-03-27T09:00:00","date_gmt":"2026-03-27T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=3791"},"modified":"2026-04-19T12:20:05","modified_gmt":"2026-04-19T10:20:05","slug":"dallistria-alle-baracche-di-corso-polonia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/dallistria-alle-baracche-di-corso-polonia\/","title":{"rendered":"Dall&#8217;Istria alle baracche di Corso Polonia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giunse tra noi un mattino d\u2019inverno del \u201956 o del \u201957. Si chiamava Silvana, era graziosa e portava i capelli biondi, raccolti a coda di cavallo. Nessuno ci disse niente di lei, n\u00e9 i professori, n\u00e9 i compagni, n\u00e9 gli operatori scolastici, allora chiamati bidelli, di solito ben informati. And\u00f2 ad occupare l\u2019unico posto libero nell\u2019ultimo banco. Con lei fummo 34: quando si parla dell\u2019eccessivo numero di allievi per classe&#8230; Ricordo che s\u00ec inser\u00ec rapidamente e, diligente e studiosa, a giugno fu promossa senza difficolt\u00e0 alla classe successiva. Ma da dove veniva e dove abitava? Le voci corrono e alcuni parlano, a bassa voce, di Via Guido Reni, allora in aperta campagna, o meglio di Via Veglia, dove esistevano bassi fabbricati chiamati \u00abcasermette\u00bb. Cameroni in cui convivevano molte famiglie, divise tra loro da coperte pendenti da fili di ferro. Di questa dolente promiscuit\u00e0 ci d\u00e0 testimonianza Marisa Madieri, con le indimenticabili pagine di <em>Verde acqua<\/em>, al suo arrivo, come profuga, ai silos di Trieste.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche Silvana era profuga istriana, approdata con la famiglia a Torino, in quelle precarie condizioni. Arrivata in una citt\u00e0 non particolarmente accogliente, ma con un\u2019industria in forte espansione alla vigilia del c.d. \u00abmiracolo economico\u00bb, quindi con buone prospettive di lavoro. Inutilmente ho cercato il suo cognome nel lungo elenco di membri delle associazioni giuliane a Torino. Nella bella mostra fotografica, allestita nella sede storica di Via Piave dell\u2019Archivio di Stato.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"424\" height=\"636\" src=\"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/image-2.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-3795\" srcset=\"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/image-2.png 424w, https:\/\/ilfoglio.info\/new\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/image-2-200x300.png 200w\" sizes=\"(max-width: 424px) 100vw, 424px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ricordi liceali di quasi 70 anni fa che riemergono con la lettura di un libro di memorie, particolarmente toccante: <em>Costretti all\u2019esilio. Memorie di una bambina istriana<\/em> di Nevia Mitton (Mursia 2024). Nevia \u00e8 una bimba di sei anni quando, nel 1952, lascia il paese natale di Valle d\u2019Istria (ora Bale), per l\u2019Italia. Passa attraverso i centri di raccolta profughi (CRP) di Udine, Altamura, Marina di Carrara e Torino, dove giunge nel 1956. Una prosa semplice e chiara, un atteggiamento sempre dignitoso, senza lamenti, una capacit\u00e0 non comune di intrecciare la propria vicenda con gli eventi storici e una corretta lettura politica di avvenimenti estremamente complessi. L\u2019esodo di Nevia Mitton fa parte della terza e ultima ondata dell\u2019esilio forzato. La prima scatt\u00f2 alla caduta del fascismo nel luglio 1943 e interess\u00f2 i soggetti pi\u00f9 compromessi col regime. \u00abDopo l\u2019unificazione con l\u2019Italia (Trattato di Rapallo,1920), questa si rivel\u00f2 matrigna, con il volto crudele del fascismo che\u2026 voleva cancellare storia e cultura delle minoranze slave\u00bb. Italianizzati i cognomi e i nomi delle vie e delle localit\u00e0. La via maestra di Valle divenne \u201cVia Roma\u201d, e un\u2019ignota mano di Pasquino comment\u00f2 \u201cAnca subito!\u201d. L\u2019Italia e il suo governo non erano graditi\u00bb (p. 42). Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e l\u2019occupazione italo-tedesca (dal 6 aprile 1941) nasce la resistenza jugoslava. In Slovenia le truppe italiane (Lubiana era diventata una provincia del regno) scatenano massacri e deportazioni, che colpiscono soprattutto i civili. Sono i giorni in cui il generale Roatta lamenta \u00abche non si ammazzi abbastanza\u00bb. \u00abUna pagina vergognosa della storia italiana\u201d\u00bb commenta l\u2019autrice, ma era gi\u00e0 la seconda, aggiungo io, dopo quella della forzata italianizzazione degli anni \u201920 e \u201930.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una successiva ondata ebbe luogo nei concitati giorni della fine del conflitto (aprile-maggio 1945), prima della definizione del Territorio libero di Trieste, diviso in zona A, sotto amministrazione alleata, e zona B, provvisoriamente affidata alla Jugoslavia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infine la terza ondata, che si protrasse per anni, fece seguito al definitivo assestamento dei confini, con il ritorno della zona A con Trieste all\u2019Italia e la definitiva assegnazione della zona B alla Jugoslavia. Situazione che ebbe un assetto giuridico solo nel 1975 con il trattato di Osimo. Una curiosit\u00e0: alla dissoluzione della Jugoslavia, giugno 1991, la destra neofascista del Movimento Sociale Italiano chiese (con che faccia!) che si riaprisse la questione del confine orientale. Per fortuna, senza successo. Ne parla l\u2019ambasciatore Sergio Romano (<em>Lasciamo il confine dov\u2019\u00e8<\/em> in Micromega n. \u00bd, 1993).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il viaggio verso l\u2019Italia avviene di notte su un carro trainato da un cavallo. \u201cMi chiedo\u2026 se i miei genitori avessero scelto di partire a quell\u2019ora tarda per non dover imprimere nella memoria la visione dolorosa del paese che\u2026.si allontanava per sempre! L\u2019oscurit\u00e0 era pi\u00f9 adatta al triste momento\u00bb (p. 22).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La famiglia &nbsp;Mitton aveva tentato di rimanere, ma la situazione era diventata insostenibile dopo l\u2019espulsione dal Cominform del Partito Comunista Jugoslavo, guidato dal maresciallo Tito (Josip Broz). Lo zio di Nevia, segretario del partito comunista jugoslavo a Valle d\u2019Istria \u00e8 ricercato perch\u00e9 rimasto fedele all\u2019ortodossia sovietica e considerato un traditore. Per sfuggire all\u2019arresto si nasconde in un casolare abbandonato. Ma molti suoi parenti, a partire dal padre di Nevia, sono arrestati dalla polizia segreta e accusati di complicit\u00e0 e favoreggiamento. Dopo varie disavventure giudiziarie il padre e lo zio dell\u2019autrice saranno condannati al carcere duro e ai lavori forzati. \u00abMio padre, scalpellino di professione, non era compromesso con il fascismo e non era comunista\u00bb (p. 28). Semplicemente era italiano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel gennaio 1952 la decisione di lasciare Valle D\u2019Istria per un futuro difficile e incerto. I profughi vivono segregati dalle citt\u00e0, in condizioni di povert\u00e0 e guardati con diffidenza dalle popolazioni locali. Il padre di Nevia, bravo artigiano della pietra, riesce a trovare lavoro, in specie quando si trasferisce a Carrara, e a mantenere con grande dignit\u00e0 l\u2019intera famiglia. Si sparge poi la voce: a Torino la Fiat assume molti operai ed \u00e8 anche possibile avere finalmente una casa decente. Ma le promesse tardano a concretizzarsi e per sei mesi nella primavera-estate del 1956 la famiglia Mitton deve accontentarsi di una baracca in legno e cartone catramato nel gerbido di Corso Polonia, tra Moncalieri e Torino, sulla riva sinistra del Po, nella zona che diventer\u00e0 poi Italia \u201961. \u00abNei giorni di pioggia l\u2019acqua si infiltrava e dovevamo porre rimedio con pentole e catinelle\u2026 Casualmente sopra i letti, la copertura era integra\u00bb (p. 119).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui tornano i ricordi personali. Con gli amici del liceo, tutti appassionati di ciclismo, spesso si tornava dalle salite collinari e si sfrecciava in Corso Polonia (una striscia d\u2019asfalto tra i prati incolti), con le nostre fiammanti bici da corsa. Guardavamo quelle povere baracche con compassione, ma anche con un po\u2019 di diffidenza, colpiti dalle frotte di bambini che giocavano nella sabbia e nella polvere. Tra di loro, a dieci anni d\u2019et\u00e0, c\u2019era anche Nevia Mitton. Finalmente una casa. Dove? A Lucento, al villaggio \u201cprofughi\u201d (guarda caso), poi chiamato Villaggio S. Caterina. Nevia si sposer\u00e0 nel 1973 e si trasferir\u00e0 in Puglia, una terra, dice, che le ricorda le origini istriane. Il suo libro si chiude con l\u2019istituzione del giorno del ricordo (legge 30 marzo 2004, n. 92). \u00abAl fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell\u2019esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati e della pi\u00f9 complessa vicenda del confine orientale\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per una serie di convenienze e opportunit\u00e0 politiche questi fatti furono totalmente rimossi. Solo alcuni storici coraggiosi e pochi istituti di ricerca, tra i quali \u00e8 doveroso citare l\u2019Istituto Storico della Resistenza di Torino, cercarono di mantenerne viva la memoria. \u00abRiaprire la questione dell\u2019esodo \u00e8 stato come riaprire una ferita mai ben rimarginata\u2026 il 10 febbraio di ogni anno, le opposte fazioni, strumentalizzano la nostra storia\u2026 Tutto questo mi d\u00e0 molta tristezza\u201d (p. 150). Un\u2019altra pagina vergognosa della nostra storia a cui, con molto ritardo e con molta fatica, si \u00e8 finalmente cercato di rimediare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giunse tra noi un mattino d\u2019inverno del \u201956 o del \u201957. Si chiamava Silvana, era graziosa e portava i capelli biondi, raccolti a coda di cavallo. Nessuno ci disse niente di lei, n\u00e9 i professori, n\u00e9 i compagni, n\u00e9 gli operatori scolastici, allora chiamati bidelli, di solito ben informati. 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