{"id":3936,"date":"2026-06-10T09:00:00","date_gmt":"2026-06-10T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=3936"},"modified":"2026-06-10T04:24:59","modified_gmt":"2026-06-10T02:24:59","slug":"parole-odio-responsabilita-la-lezione-del-caso-paty","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/parole-odio-responsabilita-la-lezione-del-caso-paty\/","title":{"rendered":"Parole, odio, responsabilit\u00e0: la lezione del caso Paty"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cominciamo con un breve riepilogo del caso Paty. Luned\u00ec 5 ottobre 2020, Samuel Paty, professore di Storia Geografia e Educazione Civica a Conflans-Sainte-Honorine, a una trentina di km da Parigi, annuncia alla classe che l\u2019indomani, nell\u2019ora di Educazione Civica, per illustrare il tema \u201clibert\u00e0 di stampa e laicit\u00e0\u201d utilizzer\u00e0 una copertina del giornale satirico Charlie Hebdo con delle caricature di Maometto. Avvisa gli studenti di religione musulmana che potrebbero sentirsi offesi, e offre loro di iscriversi su una lista di assenti giustificati. L\u2019indomani la studentessa Zorha Chnina, tredicenne, che non \u00e8 iscritta nella lista, non si presenta a scuola e riceve un avviso di sospensione per assenza ingiustificata. Chiama i suoi compagni di classe e si fa raccontare le lezioni della mattina. La sera, al padre Brahim, che le chiede la ragione dell\u2019assenza, racconta di aver lasciato la scuola perch\u00e9 il prof ha mostrato le caricature del profeta Maometto nudo. Qualche ora dopo Brahim Chnina diffonde su Facebook un video proferendo invettive contro Samuel Paty, che ha osato mostrare in classe le foto di un uomo nudo presentandolo come il Profeta, e incitando i fratelli e sorelle musulmani ad andare a protestare a scuola e in municipio. Il video diventa rapidamente virale nella comunit\u00e0 musulmana e due giorni dopo, gioved\u00ec 8 dicembre, Abdelhakim Sefrioui, un imam islamista radicale molto attivo sui social, si impossessa del caso e si presenta al preside per chiedere l\u2019immediato licenziamento di Samuel Paty. Contemporaneamente fa circolare il video sui social (FB, WhatsApp, You Tube) corredandolo di commenti sul professore definito \u00abun mostro la cui nefasta influenza \u00e8 ormai andata oltre i confini di Conflans\u00bb, e dandone nome, cognome, indirizzo. I video circolano ormai intensamente, e raggiungono anche Abdoullakh Anzorov (diciottenne abitante di Evreux \u2013 a 90 km da Conflans \u2212 rifugiato ceceno, di religione musulmana, in contatto con gruppi jiadisti in Siria), il quale nel primo pomeriggio di venerd\u00ec 16 ottobre 2020 si reca alla scuola di Conflans, tira fuori il suo smartphone e si fa un video con il coltello in mano, che posta sui social. Alle ore 16.51 il professor Samuel Paty esce, il ceceno lo segue e, girato l\u2019angolo, gli si scaglia addosso al grido di \u00abAllahou Akbar!\u00bb, lo colpisce con diciassette pugnalate e termina l\u2019opera sgozzandolo. Alle ore 16.55 posta sui social la foto del cadavere. Qualche minuto dopo le 17 viene abbattuto dalla polizia in uno scontro a fuoco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel dicembre 2024, al termine del processo di prima istanza, gli imputati \u2212 la studentessa Zorha Chnina all\u2019origine dei fatti, due studenti che hanno indicato all\u2019assassino Abdoullakh Anzorov il prof. Paty all\u2019uscita della scuola, Na\u00efm Boudaoud et Azim Epsirkhanov, che hanno procurato il coltello a Anzorov e lo hanno trasportato fino alla scuola, Brahim Chnina, padre della studentessa, e Abdelhakim Sefrioui l\u2019imam islamista \u2212 sono stati tutti giudicati colpevoli e condannati a pene che variavano da uno a sedici anni di carcere. Quattro di loro \u2013 i due complici, il padre e l\u2019imam \u2013 hanno fatto appello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Tribunale Speciale delle Assise di Parigi ha emesso la sua sentenza d&#8217;appello il 2 marzo 2026. Tre dei quattro imputati hanno beneficiato di una pena pi\u00f9 indulgente rispetto al primo processo. Naim Budaoud e Azim Epsirkhanov \u2013 i due complici \u2212 sono stati condannati per associazione per delinquere, ma senza l\u2019aggravante terroristica. La loro pena \u00e8 stata diminuita da 16 a 6 e 7 anni di carcere rispettivamente. La Corte ha confermato la condanna per associazione terroristica di Brahim Chnina, ma la pena gli \u00e8 stata ridotta da 13 a 10 anni, in considerazione del fatto, che, durante il processo, ha espresso con autenticit\u00e0 le sue scuse e i suoi rimpianti. Invece \u00e8 stata confermata a 15 anni quella di Abdelhakim Sefrioui, l\u2019imam islamista radicale, che si vantava di essere membro del Consiglio degli Imam di Francia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Una sentenza che far\u00e0 giurisdizione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Insieme alla sentenza, sono state anche pubblicate le motivazioni della Corte d&#8217;Appello d&#8217;Assise di Parigi. Secondo la corte, Abdelhakim Sefrioui e Brahim Chnina, accanendosi nel denunciare un\u2019offesa al Profeta, che Samuel Paty avrebbe commesso mostrando una vignetta di Charlie Hebdo nella sua classe, prepararono le condizioni per il reato terroristico, incitando la caccia all\u2019uomo conclusa con l&#8217;assassinio. Nel contesto particolarmente sensibile della ripubblicazione a gennaio 2015 delle vignette da parte di Charlie Hebdo in occasione del processo per la strage, i due hanno designato il professore di storia e geografia come nemico dell&#8217;islam, e lanciato una fatwa digitale, consapevoli dei rischi per l&#8217;insegnante. La violenza dei messaggi attesta il desiderio di suscitare odio contro Paty a tal punto da diventare invito a intraprendere un&#8217;azione potenzialmente violenta. I loro video potevano infatti essere interpretati dagli islamisti radicali come una incitazione ad agire con la forza, per porre fine ad ogni costo all&#8217;offesa contro il sacro. Attivista esperto, Abdelhakim Sefrioui agiva con piena consapevolezza della pericolosit\u00e0 dei social network. Cos\u00ec i due uomini hanno consapevolmente preparato le condizioni per un reato terroristico in nome della religione, e per il passaggio all\u2019atto di Abdullakh Anzorov. Pur avendo avuto con lui un solo breve scambio telefonico e qualche sms, queste interazioni hanno necessariamente rafforzato il desiderio dell&#8217;assassino di compiere l&#8217;atto e stabilito <em>de facto<\/em> l&#8217;associazione terroristica tra i tre uomini, poich\u00e9 l&#8217;associazione per delinquere non richiede un contatto diretto tra ciascuno dei membri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Virginie Leroy, uno degli avvocati della famiglia Paty, ha cos\u00ec commentato la sentenza: \u00abLa fatwa digitale \u00e8 <em>il<\/em> simbolo di questo caso: mettere alla gogna un insegnante sui social, aizzare la caccia all\u2019uomo per giorni e giorni, \u00e8 stato riconosciuto come reato di associazione terroristica. \u00c8 una giurisprudenza innovativa che, spero, segner\u00e0 la storia giudiziaria per quanto riguarda ci\u00f2 che pu\u00f2 o non pu\u00f2 essere diffuso sui social\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sentenza introduce un altro aspetto significativo nel principio di corresponsabilit\u00e0 per l\u2019esecuzione di un crimine: l&#8217;associazione per delinquere non richiede un contatto diretto tra ciascuno dei membri, n\u00e9 un comando esplicito tra mandante ed esecutore. Questo secondo elemento evoca un precedente famoso nella giurisprudenza italiana: il caso Sofri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il confronto con il caso Sofri<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ricordiamo i fatti. Il 17 maggio 1972, il commissario Calabresi fu ucciso a Milano, davanti a casa sua, da due colpi sparati a bruciapelo. Calabresi era stato oggetto di una violenta campagna ostile nelle colonne del giornale Lotta Continua, fin dalla morte tre anni prima dell&#8217;anarchico Pinelli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1988, Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confess\u00f2 di avere fatto da autista per l&#8217;assassinio del commissario Luigi Calabresi nel 1972. Denunci\u00f2 Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti dell&#8217;attacco, e Ovidio Bompressi come tiratore. Tutti erano membri di Lotta Continua. Arrestato nello stesso anno, Adriano Sofri fu infine condannato a ventidue anni di carcere il 22 gennaio 1997 \u2212 dopo sette processi, sulla sola testimonianza, dubbia e piena di contraddizioni, del &#8220;pentito&#8221; Leonardo Marino \u2212 per il reato di concorso morale in omicidio. Nel 2009, in un&#8217;intervista al \u00abCorriere della Sera\u00bb, pur ribadendo la sua innocenza come mandante del delitto, Adriano Sofri ha riconosciuto di aver contribuito al linciaggio mediatico del commissario Calabresi \u00abcon l&#8217;uso di termini e l&#8217;evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto pi\u00f9 detestabili e orribili oggi\u00bb. Sofri ha scontato tutta la pena, poi ridotta a 15 anni, uscendo dal carcere nel 2012.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019epoca del chiasso globale (<em>buzz<\/em> nel linguaggio dei social) diffuso su mezzi di comunicazione sempre meno controllati, i due casi devono ammonirci: siamo sempre responsabili delle conseguenze di quello che diciamo e diffondiamo\u2026 soprattutto nei social.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cominciamo con un breve riepilogo del caso Paty. 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