{"id":4106,"date":"2026-09-11T09:00:00","date_gmt":"2026-09-11T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/?p=4106"},"modified":"2026-09-11T10:35:13","modified_gmt":"2026-09-11T08:35:13","slug":"il-servo-spietato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilfoglio.info\/new\/il-servo-spietato\/","title":{"rendered":"Il servo spietato"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Commento al vangelo della 24\u00aa domenica: Matteo 18,21-35 (Siracide 27,30-28,7)<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Domenica scorsa siamo forse stati un po&#8217; troppo prolissi e tecnici; dovevamo stringere di pi\u00f9 sui due punti fondamentali: ossia sui due detti, quasi assurdi nelle versioni italiane consuete e nel senso loro attribuito. Abbiamo reso accettabile la frase perentoria in Mt 18,19 sull&#8217;essere sempre esauditi nelle nostre preghiere-richieste a Dio-padre, sfumandola in senso ipotetico senza garanzie. E abbiamo drasticamente corretto, per non dire rivoluzionato, con la versione pi\u00f9 parca di Luca, quello sulla Parusia imminente (16,28). Certo alcuni non moriranno prima di avere visto un barlume del Regno, ma nella storia, perch\u00e9 esso non \u00e8 la fine del mondo. Si noti che, cogliendone il significato originario, ci siamo tolti dallo stomaco dei detti ingombranti per la fede. Invece il medesimo svarione di Paolo in 1Cor non \u00e8 correggibile, anzi \u00e8 peggio&#8230; (cfr. l&#8217;appendice tecnica).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il perdono illimitato.<\/strong> Venendo al vangelo odierno, Matteo introduce il discorso col perdonare 7 volte, anzi nell&#8217;iperbole 70 volte sette. Egli privilegia il numero 7: sette sono le beatitudini, non nove perch\u00e9 l&#8217;ultima sui perseguitati e quella sui miti sono aggiunte. 7 sono le parabole del cap. 13, sette i guai agli scribi e farisei&#8230; Invece il Matteo II privilegia le terne, come ha fatto nel vangelo di domenica scorsa, aggiungendo il tre in &#8220;due o <em>tre<\/em> testimoni\u201d (Mt 18,16) e \u201cdue o <em>tre<\/em> riuniti nel mio nome\u201d (18,20): era il suo sfizio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Segue la parabola del re che condona 10.000 talenti a un suo servo: una somma enorme, equivalente ai nostri milioni o miliardi, impagabile neppure con la &#8220;vendita&#8221; in schiavit\u00f9 dei familiari. Il perdono viene metaforizzato nel condono di un debito; dal per-dono al con-dono, nello stesso ambito semantico: ossia nella medesima ottica del <em>donare<\/em>, della dedizione incondizionata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Appare in tutto il suo fulgore il Dio della Grazia smisurata; poco prima in 18,12-14 c&#8217;\u00e8 la paraboletta della pecorella smarrita (come in Luca 15), con la conclusione che nessuno si debba perdere. \u00c8 proprio in gioco il perdersi e il ritrovarsi (come per il prodigo, per cui si fa una grande festa senza giudicare): Ges\u00f9 non usa la terminologia forense del giudizio, della condanna al supplizio ecc., e nemmeno la ricompensa differenziata (come vedremo domenica prossima nella parabola dei braccianti).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Dio veramente infinito, ma nel condonare.<\/strong> Ma allora il servo spietato col suo compagno per soli 100 denari (l&#8217;equivalente di circa 3.000 euro)? Appunto: non \u00e8 di Ges\u00f9, la cui parabola si fermava al v. 27, eventualmente con la conclusione dimezzata (v. 35: cfr. l&#8217;appendice).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mt 18,28-34 \u00e8 del Matteo II che non ha digerito il Dio della Grazia, e ha voluto inserire la condanna. Egli \u00e8 ossessionato dal giudizio: rete dei pesci, zizzania, questa del servo spietato, 10 vergini; come qui ha aggiunto la spietatezza del servo, ha fatto la stessa cosa nella parabola del giudizio universale (Mt 25 che vedremo nella festa di Cristo Re), inserendo tutta la seconda parte con la condanna dei reprobi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sua firma qui non sono le terne sfiziose, ma, oltre al giudizio terroristico, i 4 <em>sundoulos<\/em>, con-servi, servi dello stesso padrone presenti tutti in questo brano (vv. 28,29,31,33), e assenti negli altri vangeli. Un quinto si trova in 24,49, sempre per un servo malvagio spietato coi suoi compagni, ubriacone, col padrone che pu\u00f2 arrivare all&#8217;improvviso nella solita ossessione per la condanna punitiva finale [ci sono anche un paio di passi nell&#8217;Apocalisse che vedremo a suo tempo].<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La conclusione del 18,35 \u00e8 contraddittoria: se (quasi tutti) i peccati potranno essere perdonati (pi\u00f9 precisamente le colpe, <em>amart\u00eamata<\/em> in Marco 3,28s), ci\u00f2 vale anche e soprattutto per il perdono mancato (non dato), che non \u00e8 in fondo nemmeno un peccatuccio, perch\u00e9 ho solo subito torti e danni, senza aver fatto del male a nessuno. Seguendo le indicazioni della prima lettura (Siracide-Ecclesiastico) non mi sono vendicato, non porto rancore ed odio, in parte ho dimenticato; certo posso non aver perdonato, ma il perdono (come l&#8217;amore) \u00e8 frutto dell&#8217;essere e non del volere. Non ci si pu\u00f2 sforzare di amare o di perdonare, perch\u00e9 il perdono vero viene dal cuore (v. 35 finale), e non pu\u00f2 essere il frutto di una spinta puramente volontaristica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L&#8217;infatuazione per gli ultimi tempi.<\/strong> La seconda parte contraddice il pensiero di Ges\u00f9 e nega in modo grave il Dio della Grazia, ben evidenziato nel salmo responsoriale: il Signore \u00e8 buono e grande nell&#8217;amore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dio perdona-condona gratis i miliardi: \u00e8 una delle parole pi\u00f9 dimenticate di Ges\u00f9, soprattutto nel cattolicesimo storico coi Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso): la cosa pi\u00f9 importante del cristianesimo sembrava essere il salvarsi l&#8217;anima nel giudizio finale. \u00c8 stato rimosso in modo deplorevole il fatto che Ges\u00f9 abbia contestato il merito e il demerito (come vedremo sempre domenica prossima coi braccianti a giornata); si \u00e8 imposto appunto il Dio che originariamente esige per poi restituire alla fine, e non il Dio che <em>originariamente<\/em> ama.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La passione per gli ultimi tempi ha accompagnato (purtroppo) il cristianesimo sin dalla sua prima generazione producendo scritti, affreschi nelle cattedrali e cappelle (come la Sistina), millenarismi, <em>Dies irae<\/em>&#8230;; \u00e8 tornato ultimamente di moda col cosiddetto \u201cculto dell&#8217;Apocalisse\u201d. A marzo Peter Thiel ha tenuto 4 conferenze romane sul <em>katechon<\/em>, Anticristo e fine dei tempi. Ha inoltre finanziato la carriera politica del vicepresidente Vance, la cui propaganda \u00e8 una griglia per distribuire i ruoli nel presente: chi ostacola i miei progetti prepara il regno dell&#8217;Anticristo, chi li asseconda trattiene il disastro. Ma \u00e8 folle trasformare una storia governata dalla misericordia (come nella prima parte del vangelo odierno) in un campo di battaglia finale!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Appendice tecnica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo svarione di Paolo in 1Corinti 15,51 \u00e8 ancora peggio. La traduzione consueta \u00ab<em>non tutti<\/em> moriremo&#8230;\u00bb [cio\u00e8 alcuni non moriranno prima della Parusia che non tarder\u00e0) \u00e8 tendenziosamente edulcorata; in realt\u00e0 il testo greco dice: \u201c(noi) <em>tutti non<\/em> moriremo\u201d. Essa potrebbe anche essere intesa, se la negazione posposta si riferisce al \u201cmorire\u201d e non al \u201ctutti\u201d, che in pratica nessuno morir\u00e0, come se la fine del mondo dovesse arrivare in giornata&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La traduzione di 18.35 scorre ovviamente lineare in italiano: \u00abCos\u00ec anche il Padre celeste far\u00e0 con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello\u00bb. In realt\u00e0 il testo greco \u00e8 pi\u00f9 contorto: \u00abCosi il Padre mio far\u00e0 a voi, se non perdonerete [2<sup>a<\/sup> persona plurale], ciascuno al suo fratello [al singolare], dai vostri cuori [<em>apo t\u00f4n<\/em> <em>kardi<\/em><em>\u00f4<\/em><em>n um<\/em><em>\u00f4<\/em><em>n<\/em>, di nuovo plurale].<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ipotizzo che la parabola terminasse, senza il 18,28-34, con: \u00abCos\u00ec anche il padre celeste far\u00e0 a voi <em>di cuore<\/em>\u00bb, secco al singolare senza articolo, <em>apo kardias<\/em>, come era usanza in greco (oltre che oggi in italiano); ci\u00f2 in riferimento sia alla grande magnanimit\u00e0 del re e sia al perdono plurimo iniziale del 70 volte sette (490). Nell&#8217;ottica tipicamente matteana dell&#8217;\u00abessere perfetti come il padre celeste\u00bb, Dio non pu\u00f2 essere <em>da meno<\/em> nel perdonare; [&#8230;.abbiamo un bonus di 500 peccati: anche nell&#8217;arco di una vita intera \u00e8 molto difficile commetterne di pi\u00f9, di quelli veri, seri e gravi (ad eccezione dei potenti guerrafondai e assassini di questo mondo)].<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Commento al vangelo della 24\u00aa domenica: Matteo 18,21-35 (Siracide 27,30-28,7) Domenica scorsa siamo forse stati un po&#8217; troppo prolissi e tecnici; dovevamo stringere di pi\u00f9 sui due punti fondamentali: ossia sui due detti, quasi assurdi nelle versioni italiane consuete e nel senso loro attribuito. 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