Registro di scuola / 8
Si conclude con questa puntata il Registro dell’anno scolastico 2024-2025. Per leggere le puntate precedenti basta cliccare sul nome dell’autore sotto il titolo in alto a sinistra. A breve ricomincerà il Registro del 2025-2026.
30 dicembre
Appuntamento. Non mi sembra vero: ricevo una notifica dal registro secondo la quale un genitore mi chiede conferma del ricevimento il 2 di gennaio! Formalmente ha ragione: il sistema una volta impostato il giorno e l’ora del ricevimento crea degli slot automatici. Va da sé che se la scuola è chiusa è difficile che si possa fare il ricevimento. E non ci va molto a capire che durante le vacanze natalizie la scuola resta chiusa, o almeno i professori non sono in servizio. Certo, per la precisione avrei dovuto eliminare questo slot, o meglio avrebbe dovuto farlo il sistema. Mi viene da pensare, a fronte della mia negligenza, come faccia un adulto a fidarsi più di un sistema automatico che del buon senso…
17 marzo
Giovenale. Anche se sono laureato in Lettere classiche, mi càpita raramente di fare lezione di letteratura latina dell’età imperiale. Sapendo che una collega con cui spesso collaboro doveva affrontare l’autore su cui mi sono laureato, Giovenale, ho chiesto di andare a fare una lezione nella sua quinta. Sono anni che non spiego questo autore… Il fatto è che i libri in genere non lo trattano bene e spesso dovendo fare dei tagli… si taglia Giovenale (e qualche altro). L’ultima quinta in cui l’ho spiegato credo risalga a una decina di anni fa. Questo autore comunque mi è rimasto dentro: qualche amico più in confidenza mi dice che anche nei miei modi di esprimermi devo aver ereditato qualcosa dall’autore che ho studiato, che è un gran moralista che tende a vedere nero ovunque ed esagera in modo parossistico la realtà deformandola, non risparmiando nessuna espressione linguistica più volgare. Un autore oggi più che mai quasi in via di estinzione: nel clima di cancel culture e woke che viviamo dubito che Giovenale possa suscitare entusiasmo negli studenti, a meno che siano MAGA (o MEGA)! Già a quei tempi, a margine di una conferenza sulle famigerata satira sesta di Giovenale, contro le donne, il mio professore dovette subire un’invettiva di alcune femministe che lo rimproverarono di aver presentato un argomento tanto sgradevole, che sarebbe stato meglio tacere: precorritrici della cancel culture.
L’occasione di preparare una presentazione sul “mio” autore mi ha fatto tornare alla mente tanti ricordi, tante impressioni di quel periodo lontano. Penso di dovere a quell’apprendistato molte cose: e non solo riguardo a Giovenale, o alla satira. Per esempio il modo di affrontare i testi: stando molto radicati sul testo stesso, cercando di esaminarlo nell’insieme e nel dettaglio. Ma direi anche più in generale il modo di concepire la letteratura, non solo latina. Questo è venuto fuori bene nella discussione vivace davanti ai ragazzi con la collega della classe che mi ha invitato: lei sosteneva pressappoco la tesi della letteratura umanizzante… Io no, mi pare che non ci siamo. Fosse vero. Ma non ci credo. La collega ribatteva che almeno a scuola un po’ bisogna crederci: e glielo concedo. Ma c’è modo e modo. Non tutti i modi mi piacciono. La convinzione del mio “maestro” è che la letteratura ha un suo status e una sua autonomia e non possa essere ridotta alla storia o all’antropologia. E la letteratura non fa diventare più buoni. Quando mai.
Dopo la lezione gli ho scritto. Ho fatto difficoltà a trovare la sua mail, ma ce l’ho fatta. Pur avendolo incontrato in modo casuale qualche volta, purtroppo non ho mantenuto i contatti. Gli ho espresso la mia gratitudine, mi ha risposto in modo non formale. Mi sono commosso a leggere la sua risposta. A distanza di tempo credo sia bello sapere che rimane molto, quasi tutto. Sembra il contrario, ma non è vero.
Così a distanza di tanti lustri càpita con un altro maestro che ho avuto, di glottodidattica e linguistica: l’idea di grammatica che gira oggi nelle scuole è molto vecchia (l’elenco dei complementi!), e invece di andare avanti, siamo andati indietro, e studiare la lingua con lui è stato davvero una bella avventura.
25 marzo
Pianti. Quando arrivo a scuola vedo dei piccoli crocicchi nel corridoio. È normale, ma non è normale quel tono, quel “sottovoce”. Mi avvicino e capisco: è successa una brutta cosa: il marito di una collega si è suicidato. Lascia un bambino piccolo. Le voci in un ambiente come la scuola si espandono velocemente. Per due ore faccio lezione e non ci penso, ma quando esco per l’intervallo i crocicchi si sono moltiplicati, anche dentro la sala insegnanti si respira un’aria molto triste. Vedo colleghe e colleghi piangere, più di uno. In queste occasioni io non so mai come comportarmi… Non riesco a sopportare quell’aria, ascolto un po’, non so che fare. Decido di andare a casa senza quasi salutare: non riesco a sopportare quel clima, mi fa troppo male. Non so come farà, la collega. Sono muto.
17 maggio
Velocità oraria. Arrivo alla fine dell’anno della terza quasi sempre con lo stesso dilemma: se faccio bene Boccaccio, faccio maluccio Petrarca e viceversa. Certo, le classi non aiutano! O forse sono io che non sono capace, evidentemente. Inserendo gli argomenti sul registro elettronico calcolo che per fare il sonetto incipitario del Canzoniere ci ho messo due o tre lezioni! Non è possibile leggere 8 versi in una lezione! È vero che all’inizio ci sono tante cose da chiarire, io lascio sempre a loro l’inquadramento, assegnando le pagine introduttive sul libro, ma poi di fatto una parte di quegli elementi ritorna leggendo direttamente i testi. Sento di colleghe che leggono in una sola lezione due tre o quattro testi, anche più lunghi di semplici sonetti. Se la cavano molto meglio di me. Ma quel che è peggio è, talora, l’illusione che lo slow reading serva a qualcosa. Mi è capitato in una prima di arrabbiarmi incontenibilmente perché in due lezioni consecutive di epica, a distanza di meno di 24 ore una dall’altra, gli allievi non sapevano rispondere a semplici domande su quello che avevamo letto il giorno prima. Forse perché avevo letto più di 8 versi?
3 giugno
Scherzetto. Mentre sto parlando con un exallievo, capisco da un cenno che sa qualcosa che mi era successo a scuola al tempo del Covid, quattro anni fa… Vado fino in fondo, perché la curiosità mi rode. Vengo così a sapere il retroscena di un episodio che non mi aveva fatto onore al tempo del covid.
Stavamo tutti imparando a usare quegli strumenti che ci sono poi divenuti familiari, uno per tutti: meet, con tutte le sue funzionalità. Ero a casa, appunto. Una mattina dovevo spiegare storia. Volevo presentare il libro di testo, c’era la possibilità, ma non riuscivo a farlo. Mi squilla il telefono fisso. Non vado a rispondere, lo lascio squillare, ma ovviamente la sovrapposizione tra il lungo squillo e la mia voce che cercava di guidare i ragazzi sulle pagine presentate da remoto mi dava un certo fastidio. Passano pochi minuti e il telefono squilla di nuovo. Questa volta vado a rispondere: non potevo sapere chi fosse. Magari era una cosa urgente. Non risponde nessuno. Riattacco. Passa qualche minuto e squilla di nuovo. Di nuovo devo interrompere – e nel frattempo non riuscivo a presentare il libro nel modo in cui volevo e stavo cominciando a perdere i freni inibitori – e di nuovo nessuno risponde. Credo che la cosa sia continuata per qualche altra volta. Alla fine devo aver tirato giù non una bestemmia ma una sonora parolaccia, che ovviamente hanno sentito tutti – all’epoca molti genitori approfittavano delle lezioni da remoto per ascoltare senza essere visti alcune lezioni dei figli. Quell’episodio fu probabilmente riferito al coordinatore di classe, forse senza citare l’autore, e divenne oggetto di una severa critica durante il Consiglio di classe (ovviamente sempre da remoto). Io ci rimasi male, sia per aver avuto quella reazione eccessiva sia per la citazione che se ne fece, pur senza riferirsi a me, durante il Consiglio.
A parziale risarcimento tardivo vengo a scoprire che quelle telefonate non furono casuali. Un mio allievo, trovato il numero di telefono sulla guida, durante la lezione aveva fatto in modo di interrompere o almeno di rendere difficile o impossibile la lezione. Mi chiedo che gusto particolare ci fosse a fare uno scherzo di questo tipo, sicuramente fu un’idea brillante in una situazione già di per sé difficile come quella di gestire una lezione da remoto durante il covid, con allievi che non si connettevano, e se si connettevano non mostravano il volto, e comunque non davano segni di vita ad eventuali domande ecc. Viene da pensare alla verità di quel detto andreottiano, per cui a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai. Quella volta non pensai male. E mi sbagliai.




