Chiese chiuse
come case il cui proprietario se n’è andato
senza dire per quanto tempo,

senza lasciare l’indirizzo.
Attorno a loro la città

fa roteare tram e biciclette,
claxon, pubblicità,
gli abitanti presi dalla fretta
vendono e comprano, vendono e comprano,
mangiano di corsa
e, di tanto in tanto, stanchi,
si fermano a prendere un caffè
seduti a un tavolino sul marciapiede
vicino a una cattedrale dell’xi secolo,
che guardano senza vederla,
perché parlano al telefono
e senza domandarsi
chi mai avesse abitato un tempo
una casa così grande.

Ana Blandiana

Un incipit forte (forse) per il tempo postnatalizio. O forse no. Dipende da che cosa associamo all’idea di chiesa, al tema della festa cristiana per eccellenza (ma non dovrebbe essere la Pasqua? Ecco, appunto). Non lo è se il Natale rimanda al divino che viene ad abitare in mezzo agli uomini (Gv 1,14), e quindi magari anche tra le mura di una chiesa, ammesso che questi passino di là ogni tanto. Ma il Natale è anche rito, mi si dirà, una tradizione culturale a cui siamo inevitabilmente legati, a prescindere da qualsivoglia appartenenza ecclesiale. Troppo poco, insufficiente, bocciati. Dunque punto-e-a-capo: si ricomincia.

Ascoltiamo il testo. Dalle chiese, il suo proprietario se n’è andato non si sa dove, così esse troneggiano abbandonate come monumenti che di tanto in tanto qualcuno, distratto, alza gli occhi e vede senza guardare. Quelle antiche cattedrali occupano ancora uno spazio fisico nelle città, grandi e piccole, che vivono immemori del loro passato. Quelle architetture di valore storico e artistico interessano talvolta i turisti, che non mancano di investire in visite guidate come si fa per tutti i grandi musei. Che quelle storiche costruzioni sollevino domande sembra però fuori discussione: la vita è altrove e quelle arcaiche vestigia dalle dimensioni improbabili si limitano a far parte del paesaggio.

La scristianizzazione è un dato entrato nella coscienza comune, ma non necessariamente indagato, sembra dire questa poesia di Ana Blandiana, autrice e attivista rumena, la voce più importante della Romania contemporanea, che evidentemente quella domanda non posta vuole mettere al centro. Se la Chiesa è solo un monumento del passato, forse è davvero poco interessante per chiunque: possiamo studiarlo e visitarlo, ma non tocca la vita. Le sue proporzioni (una casa così grande)continueranno a parlare del passato, ma la sua chiusura potrà forse essere segno dei tempi per chi vorrà leggerli. Perché se il proprietario se n’è andato, evidentemente non è più lì che bisogna cercarlo (e questo dai tempi di Mt 27,51 o Gv 4,21…).