Veder nascere uno spettacolo quando è ancora alle prime fasi di elaborazione è come «spiare» qualcosa di informe che prenderà forma sul palcoscenico. Il gruppo Meic di Torino mercoledì pomeriggio 24 settembre ha ospitato in corso Matteotti i PoEM (Potenziali Evocati Multimediali), il gruppo di giovani attori, tra i 25 e i 30 anni, diretti dal regista Gabriele Vacis accompagnato da Roberto Tarasco, per le prove di quello che diventerà la seconda parte della Trilogia: Nuovo Testamento. La conoscenza del gruppo di attori è nata dopo lo spettacolo Antico Testamento dell’anno scorso. Dopo questo c’era stato infatti un incontro di confronto tra noi e loro.
Lo spettacolo per ora è solo sulla carta. A differenza di Antico Testamento, il gruppo ha scelto di lavorare non su un testo scritto da loro, ma sul vangelo di Giovanni, con qualche inserto tratto da altri vangeli. Sono ancora alla definizione del testo: alla lettura, all’immaginazione della parola e della scena in cui quella parola verrà pronunciata, prima della memorizzazione del testo. Si tratta di guardare in faccia ogni parola del testo, chiedendosi che cosa voglia dire.
È stato un pomeriggio da privilegiati, perché ho avuto la possibilità di osservare come lavora il gruppo: l’attore cui è stata assegnata la parte legge, e rilegge, poi ognuno dice liberamente quello che pensa, critica, propone, fa domande, senza voler dire la parola definitiva ma cercando di costruire qualcosa di condiviso. Tutto è abbastanza “anarchico”, senza un ordine preciso. Vacis forse è quello che parla e racconta di più, ma tutti i giovani attori parlano e raccontano. Sono persone che vivono pienamente nel mondo di fuori, l’epoca in cui siamo immersi attraversa le loro vite: non è gente che se ne sta da parte a guardare. E questo mondo entra nel vangelo, lo fa parlare, lo interpella. La parola di Dio e il giornale, diceva qualcuno.
Di questi giovani attori, solo alcuni hanno avuto un’educazione religiosa di base, in parrocchia o simili. Molti, probabilmente, si avvicinano ai vangeli per la prima volta. Vederli discutere animatamente attorno alle Beatitudini dà una sensazione quasi aurorale, perfino un po’ naive, quasi come se quelle parole fossero dette per la prima volta. Leggono quelle parole come hanno letto Euripide o qualche altro classico. Assomigliano a quel mio allievo non battezzato che ha fatto la maturità quest’anno, che prima di cominciare l’università mi ha detto: «Sto usando questo tempo per leggere i Vangeli. Se non volesse dire credere in Dio, sarei cristiano. Anche se non sono d’accordo proprio con tutto quello che ha detto Gesù».
Sono stato seduto defilato, e mi sono goduto quel che succede quando si fa “reagire” un brano come quello delle Beatitudini (mettiamo Matteo o Luca?) con la vita vissuta. Quelle parole criticano, urlano, provocano, ma a volte sono anche incomprensibili: chi sono i puri di cuore? corrispondono ai poveri di spirito? e allora i miti? e oggi chi sono gli operatori di pace a Gaza? ma allora il padre partigiano di Vacis nella foto col fucile? e Kirk sarebbe il nuovo San Paolo − come dice il vescovo di New York? E intanto arrivano le notizie in diretta della Flottila, e qualcuno racconta dello sciopero sulla Palestina dell’altro giorno…
Alla fine del capitolo 5 di Matteo, che contiene le Beatitudini, ci sono alcuni versetti che impegnano molto la discussione dei giovani attori, e su cui non si riesce a trovare una soluzione soddisfacente. Per es. la questione del «compimento»: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento», ossia il rapporto con l’ebraismo. «Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…». Qualcuno azzarda: è come se «l’occhio per occhio» non smettesse di valere ma contemporaneamente che valesse anche, come tensione, il «porgere l’altra guancia», da intendere come una forma di resistenza, non di resa. Ma quando l’uno, e quando l’altro? Inutile nascondersi che dietro questi interrogativi pulsa l’attualità… E allora come valutare il paradossale «amare i propri nemici»?
Ma centrale per chi come loro pronuncia parole su un palcoscenico è la questione del linguaggio: «Sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno». Perché i due sì, e i due no? Forse perché oggi i sì diventano no nel volgere di poche ore? Forse per lo scollamento tra ciò che si dice e ciò che si fa? E qui Vacis si fa mandare da Tarasco un testo che sembra scritto ieri: «Le forze reazionarie hanno uomini e quadri abili ed educati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuate dietro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati, convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovranno fare i conti. Il punto sul quale esse cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare sia esse che i loro capi più miopi sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera». Un testo molto attuale, che sembra descrivere ciò che sta succedendo, col «camuffamento» delle parole (libertà, pace, benessere, patria) che vengono a significare il loro contrario. Eppure è stato scritto nel 1941: è un passaggio del famigerato Manifesto di Ventotene.
Se il vangelo è un classico che non ha mai smesso di dire quel che ha da dire, di pomeriggi così se ne vorrebbero vedere molti. E non importa se quel che ne viene fuori non è perfettamente inquadrabile, o è perfino un po’ “eretico”…




