La memoria del vescovo conciliare Michele Pellegrino (1903-1986) è ancora viva a Torino. Ce ne dà una densa biografia Pier Giuseppe Accornero (Ed. Effatà 2025). Figlio di un muratore, gli muore la mamma di 23 anni, quando lui ha quattro mesi. A undici anni entra in seminario, nella più piccola diocesi piemontese, Fossano. Il clero in cui entrerà è quello modellato dal Concilio di Trento: devozione, poca cultura, morale severa e scrupolosa. Viene la guerra, il fascismo. A vent’anni fa il servizio militare, di cui scriverà un diario interessante: «Sono passato in mezzo al fango senza macchiarmi». È ordinato prete a 22 anni. Studia e si laurea in Lettere, in Filosofia, e in Teologia. Legge Jacques Maritain che lo libera da un certo integrismo della formazione ricevuta.
Il libro di Accornero rende conto della quantità di persone e ambienti incontrati da Pellegrino, in quegli anni. Si oppone al regime e alle violenze fasciste, è convocato dal questore. Ma il settimanale La Fedeltà, di cui è direttore, elogia la «crociata cristiana» in Etiopia, come Schuster a Milano e Fossati a Torino. Ma sulla guerra di Spagna il settimanale di Fossano scrive: «Il metodo è sbagliato: si proclama la volontà di pace e si battono le vie della guerra».
Nel capitolo sulla guerra e la Resistenza incontriamo anche personaggi più vicini alla nostra memoria. Nei seminari non entra aria di fascismo. La chiesa salva molti ebrei. Pellegrino riesce a salvare alcuni partigiani. Nella Democrazia Cristiana c’è chi pensa di candidarlo alle elezioni del 1948, lui non disdegna, ma la Curia romana sconsiglia e la proposta cade.
Nel 1938 Pellegrino entra in Università, nel 1940 è docente di Letteratura cristiana antica. Numerose testimonianze di allievi e colleghi ne ricordano l’impegno e la serietà scientifica con cui svolge la sua ricerca. Torino diventa uno dei più qualificati centri di studi patristici, con contatti internazionali.
Accornero ricorda un dibattito su Il Nostro Tempo, nel 1963, tra don Barra («in Italia manca il coraggio di accettare una nuova cultura cattolica») e un collaboratore che inneggiava alla censura ecclesiastica, che garantisce l’ortodossia. Intervenne anche Pellegrino affermando il diritto-dovere di cercare e dire la verità (tema che sosterrà in Concilio). Ricordo questo episodio perché me ne parlò Pellegrino stesso. Nel suo scritto, egli criticava una durezza eccessiva del “suo” Agostino contro gli eretici donatisti, per poter criticare anche i famosi “punti fermi” politici del card. Ottaviani. Il direttore de Il Nostro Tempo pubblicò l’articolo tagliato: lasciò la critica ad Agostino e tolse quella a Ottaviani. Pellegrino era arrabbiato, deciso a non scrivere più su quel settimanale. Poi, da vescovo, dovette naturalmente scrivervi.
Al momento della successione al card. Fossati, era noto che il vescovo ausiliare cercava appoggi (persino di Saragat) e naturalmente della Fiat, per succedergli. Si legga cosa pensava Pellegrino di tali manovre. Si veda anche la lettera che tre di noi impegnati nella chiesa torinese, scrivemmo a mons. Costa, amico di Montini dagli anni ’30, nella Fuci (tanto che fin da allora l’aveva amichevolmente pronosticato papa). Per il consiglio netto di Costa, Paolo VI nominò Pellegrino. Sorpresa nell’ambiente ecclesiale, ma riconoscimento da parte della cultura torinese.
Su Pellegrino in Concilio, il libro di Accornero documenta sui due importanti interventi: per la libertà di ricerca in teologia e per l’aggiornamento culturale del clero. Si può leggere la sua testimonianza per Congar. Io ricordo quanto valore avesse questo stimolo di Pellegrino anche per la sua chiesa torinese. Mi sia permesso ricordare che, quando fondammo il mensile il foglio (nel 1971, e vive ancora), glielo dissi in anticipo, e lui giudicò positiva una voce libera e critica nella chiesa, anche se in seguito disapprovò qualche nostra valutazione.
Nel Sessantotto studentesco, fortemente critico verso tutto il “sistema”, Pellegrino vescovo e docente seppe anche chiedere informazioni e consigli non solo a colleghi docenti, ma anche a giovani cattolici attivi nel movimento, e a persone a cui dava fiducia, arrivando ad accettare consigli attenti e prudenti, anche trattenendo una presa di posizione più dura.
È interessante leggere come Pellegrino, nominato cardinale, gestì abilmente la grana fastidiosa del guardaroba di prammatica, del costo di due milioni di lire, che egli riuscì a ridurre ad un quarto.
Da una giovanile severa critica dei protestanti, padre Pellegrino si converte all’ecumenismo: fu amico di Schutz e di Cullmann (del quale mi regalò diversi libri), e nel 1968, a un incontro ecumenico a Ginevra, presiedette una Concelebrazione con esponenti di varie confessioni. Ricordo con affetto don Rolando (fece un corso di teologia alla Fuci torinese, negli anni ’50), stimato da Pellegrino, che gli affidò la Commissione e ecumenica. Un gruppo di preti e pastori si riuniva nella lettura biblica.
Sorvolo sulla Camminare insieme, la lettera pastorale più nota e originale di Pellegrino, nata con metodo sinodale (ricordo precise proposte in assemblea ecclesiale, accolte dal vescovo nel testo finale) da una iniziativa di don Carlevaris, coi preti operai. Ebbe oppositori, anche nel clero, ed ebbe pressioni più esigenti. Ricordo che disse: «Devo tenere insieme la chiesa del concilio Vaticano primo, secondo e terzo».
Altri dati su quell’episcopato conciliare, e pure aneddoti curiosi, sono nel corposo libro di Accornero, una prima ricca biografia di Pellegrino, ancora memoria feconda nella chiesa torinese, e non solo.





Grande vescovo Michele Pellegrino! Io ebbi la fortuna, meglio la grazia, di conoscerlo ancora prima che diventasse vescovo, grazie a qualcuno dei suoi studenti. Ricordo che lui, vescovo e professore, dedicò a noi, gruppetto di anonimi studentelli, due o tre giorni per una specie di “ritiro autogestito” a Sant’Ignazio e che una di quelle sere, quando si cominciavano a raccontare barzellette, si ritiro’ dicendo che aveva qualche lettera da scrivere. Ancora grazie, padre Pellegrino!
Ricordo anche che quando un gruppetto di noi studenti o neolaureati gli chiese udienza in pieno ’68, il vescovo Pellegrino ci fece una sola raccomandazione: “Anche quando vi confrontate con persone con idee diverse evitate qualsiasi espressione che possa offendere la dignità umana”. Probabilmente Pellegrino di riferiva a un dibattito di pochi giorni prima in cui il rettore Allara era stato ridicolizzato.