Ecco, sono qui tranquillo al mio tavolino, in casa mia, eppure sono offeso, minacciato, addolorato da ciò che accade un po’ più in là, nello spazio stretto dell’unico nostro mondo: le guerre, in Ucraina, in Iran, e in tanti luoghi.
Che cosa è la guerra? Perché mi fa male? Perché ne parliamo sempre, tra amici impegnati, persone turbate e non distratte? Al Parco Ruffini, alla Festa dell’Unità, è stato presentato e discusso il libro Le parole della guerra, di Valentina Pazè (Bollati Boringhieri). Vi troviamo delle chiarificazioni per guardare in faccia questo male, e affrontarlo.
Parlare tra noi della guerra è più che parlare, più che leggere, fare domande, cercare risposte. Come tante altre volte, in questi anni: diciamolo, è soffrire. E cercare cura alla grande ferita.
Ma ci sono già motivi per soffrire, più vicini, qualche persona malata, qualche guaio. No, è altro, la guerra. Qualcosa nell’aria, che respiri, e non vuoi. Una vergogna, che ci tocca tutti, di cui si sa, anche senza parlarne. Come una colpa. Sembra che tanti non ci pensino, abbiamo già tante cose. Sembra. Ma la guerra è come un covid, è nell’aria. Dove sono le mascherine? Ma ora siamo qui per parlarne, ne abbiamo bisogno. Con tanto che si dice, tanto resta da dire. Lasciamo da parte le notizie di oggi. Che cosa è la guerra?
Del libro, concentro l’attenzione sull’ultimo capitolo: Diserzione. Ecco: il rifiuto di uccidere. Ecco il tema che cercavo: uccidere; non uccidere. Perché, infine, la guerra è uccidere. Abbiamo un rapporto unico con ogni altra persona umana, per natura e per coscienza. È uno strano rapporto, unico: ci accomuna, eppure ci separa con una barriera superiore, di protezione. Una barriera che ci impone il “ri-spetto”, una distanza, che ci protegge da volontà o impulso di offesa.
In tutte le civiltà e culture la “regola d’oro” (“non fare agli altri quel che non vorresti fatto a te; fai agli altri quel che vorresti fatto a te”) riconosce questa uguaglianza-differenza tra noi umani. Un dovere negativo: «non fare…», e un dovere positivo: «fai..». Quando Caino uccise Abele riconobbe di avere rotto quella uguaglianza-protezione col fratello, e così di avere altrettanto colpito se stesso: «Ora chi mi troverà mi ucciderà» (Genesi 4,14). Nel Corano (5,28) Abele promette di non alzare la mano contro Caino. La guerra viola tutte queste fondamentali relazioni umane.
La guerra non uccide solo i nemici: ferisce la nostra umanità, anche di noi che da fuori vediamo e soffriamo la guerra. Uccide gli uni e offende tutti. Quell’ucciso là in guerra sono io, offeso, spogliato di ogni diritto e valore. All’età di nove anni io ho visto uccidere tre uomini, da alcuni uomini e donne, non per difesa in battaglia ma in piazza, solo perché nemici, disarmati. La guerra era finita in quei giorni, ma non finiva. Quei tre li ho sempre cercati fin sulla loro tomba di sconosciuti.
Norberto Bobbio ci disse in conversazione: «A volte mi sono pentito di non avere ucciso un tedesco, nella Resistenza. Ma so che se l’avessi fatto me ne pentirei». La sua intelligenza vedeva i lati opposti della realtà. Non si accontentava facilmente. Io sono quell’ucciso, e sono anche quell’uccisore. Io sono colpevole e vittima di quella totale offesa alla vita. Poiché non ci riconosciamo umani, abbiamo paura dell’altro. Invece di parlarci ci uccidiamo. Stoltezza e infelicità.
La guerra più che un problema, è un fallimento politico, fallimento umano, di tutta la nostra umanità, che offende il valore di ogni vita, quella altrui come la nostra, perché il valore di ogni umano è affidato alle mani degli altri umani. Non correte subito a Dio. Dio ci salva con le mani del nostro simile umano. Il neonato, se non incontra le braccia e il seno della madre, è già morto. Nasce per morire se l’umanità non gli è madre. Siamo tutti figli bisognosi dell’umanità. Pace e giustizia sono il latte della vita.
La guerra è il maggiore tradimento della comunità umana, verso ognuno, che ha bisogno degli altri, ed è lì per aiutare gli altri. Nella guerra, la nostra relazione di vita è tramutata in morte. Non c’è compito più necessario di ripudiare la guerra, demolire le macchine di guerra. Il Vivente-che-dà-vita (così io chiamo Dio, parola troppo equivoca) aiuti e liberi la nostra umanità dal violare la vita che ci ha dato. Ma intanto tocca a noi guardare e agire.
(continua)





