Vangelo della 4ª domenica del tempo ord. (Matteo 5,1-12)
Abbiamo commentato le beatitudini già due volte: la versione lucana con Beati i poveri perché non saranno più poveri, del 14 febbraio 2025, e quella matteana nella Commemorazione dei defunti del 31 ottobre 2025. Riassumiamo la sostanza, con qualche novità per Matteo.
Il fiorire della vita per tutti. Secondo la monumentale opera di Jacques Dupont, il racconto più originario è proprio quello di Luca, relativo alle prime tre beatitudini: beati i poveri, gli afflitti e quelli che hanno fame, che vanno prese insieme e considerate un tutt’uno molto concreto (non sono spiritualizzate); felici i miserabili, sofferenti e affamati non perché sono tali e tali devono rimanere, bensì perché tutte le loro miserie (di qualsiasi tipo) “ora” stanno per essere ribaltate dal Regno; la felicità consiste nel loro capovolgimento, non nel restare poveracci.
Quindi no alla miseria e no all’opulenza. Tutti gli uomini sul pianeta Terra devono godere della vita e provarne piacere; che nessun uomo debba pentirsi di essere venuto al mondo considerandolo una maledizione, ossia il fiorire della vita per tutti in una situazione che oscilla tra la frugalità ed un’abbondanza contenuta; cioè il contrario di ogni sofferenza (e belligeranza) nella speranza per il futuro.
La “dimenticanza” di Matteo. Il primo evangelista invece le ha spiritualizzate generando (suo malgrado) una certa confusione, perché da negativi dolorosi da superare e da vincere (la miseria) diventano dei positivi, delle virtù morali da praticare, come i misericordiosi, puri di cuore e gli operatori di pace. Certo non c’è contraddizione, anzi complementarietà: ad es. per vincere la fame nel mondo occorrono gli affamati di giustizia (e i poveri nello spirito), in modo perfettamente confacente e consono.
Ma Matteo si è dimenticato… di spiritualizzare la seconda (sugli afflitti), per cui la trappola è scattata: in un contesto globale di virtù positive, anche l’afflizione-sofferenza è diventata un valore, in particolare presso Dio, tanto che gli può essere offerta in funzione espiatoria e sacrificale per la salvezza dei peccatori, per le anime del purgatorio ecc.
Una trappola gigantesca che ha prodotto danni incalcolabili nella storia cristiana nel cosiddetto “dolorismo”, sino al punto di autocausarsi ferite e dolore fisico col cilicio. Certo non era questa l’intenzione di Matteo, ma avrebbe dovuto spiritualizzare anche la seconda, del tipo: «beati quelli che soffrono per amore, o condividono la sofferenza altrui o nella lotta per la giustizia e la pace». Il valore non sta nella sofferenza in sé, ma in quello che l’ha causata, ossia nel loro impegno che li ha portati a essere perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi (come oggi i cristiani in Nigeria). In pratica l’ultima beatitudine avrebbe dovuto essere inglobata nella seconda.
Questo non significa che la spiritualizzazione sia un’invenzione di Matteo, estranea a Gesù; ma non qui, bensì in altri discorsi, situazioni e contesti. I cosiddetti “macarismi” [detti col termine “beato” (makarios in greco)] erano un breve genere letterario molto usato, più volte pure da Gesù.
Matteo privilegia il numero 7: sette sono le parabole del c. 13, sette le maledizioni agli scribi e farisei di Mt 23,13-33. Per questo ha elevato da 4 (quelle di Luca) a 7 le beatitudini originarie. Ma nel nostro testo sono nove, perché due sono state aggiunte successivamente: l’ultima (Mt 5,11 col “voi” diretto ai discepoli in situazioni persecutorie), che è un raddoppio della penultima sui perseguitati in generale per causa della giustizia; e soprattutto quella dei miti, che in genere si trova dopo quella degli afflitti, ma in parecchi manoscritti prima di essa, come nella Vulgata: non sapevano bene dove piazzarla (inversione dei vv. 4-5).
Chi l’ha fatto si è forse reso conto del suddetto “inghippo” della seconda sugli afflitti, e con quella dei miti-mansueti ha avvolto l’afflizione sublimandola in sensibilità per il dolore umano, trasfigurandola in bontà, benevolenza (da unire a quella sui misericordiosi), soavità e delicatezza di cuore [Galati 5,22s; come Gesù mite e umile di cuore in Mt 11,29-30, che leggeremo nella 14ª domenica ordinaria].
Vedere Dio. Si tratta non solo e non tanto di umiltà, bensì di purezza [beati i puri di cuore] del cuore, del centro affettivo-mentale della persona, equivalente al nostro “moderno” concetto di coscienza, che nell’antichità (non solo nel NT) non compare in un termine specifico.
Gesù ha contestato e demolito tutta la fisica purità giudaica, rituale e non; si tratta di pulire il cuore [esemplificato nel lavare l’interno del bicchiere in Mt 23,26] e non esternamente delle stoviglie [per la svista nella traduzione dalla Q aramaica a quella greca, vedi tutto lo spiegone nell’appendice tecnica].
In Luca 11,41 leggiamo infatti di “fare l’elemosina” [da intendersi oggi come condivisione dei beni, non dare una moneta a un senzatetto] che in questo contesto di bicchieri e piatti è fuori luogo; tuttavia il “date in elemosina” non è poi così slegato (la svista è minima), poiché l’atto dell’elemosina era considerato un atto di purificazione interiore. E per Gesù più si è puri nel cuore, più si vede Dio.
Pace rigenerante. Non possiamo non chiudere col sottolineare soprattutto in questo periodo i «beati gli operatori di pace, perché saranno (chiamati) figli di Dio»; dato che il verbo semitico “chiamare” è spesso equivalente al nostro verbo essere tout court (come già detto in passato), si è figli di Dio soprattutto e in primo luogo nell’operare la pace (prescindendo dalla fede), mentre non lo sono gli operatori di guerra, anche se battezzati (come Trump, Vance, Putin, Kirill…).
Certo tale qualifica va intesa normalmente in senso adottivo, molto meno pregnante del titolo “il Figlio” nel quarto vangelo riferito a Gesù; Natanaele in Gv 1,49 dice a Gesù: «Tu sei il figlio di Dio, il re d’Israele»: perché (simbolicamente) anche il re era ritenuto figlio adottivo di Dio. Ma solo fino a un certo punto, perché sempre in Gv 1,12s leggiamo: «ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quanti credono nel suo nome, i quali (cioè i cristiani) non da sangue né da volere di carne…[“né da volere d’uomo”, assente nel codice vaticano: cfr appendice tecnica], ma da Dio sono stati generati». In vari manoscritti [ad es. il Veronese] però esiste anche la dizione al singolare: «a quelli che credono nel nome suo, il quale non da sangue… ma da Dio è stato generato» (cioè Gesù). Le comunità giovannee lo leggevano in entrambi i modi, al singolare e plurale; ciò significa che, per quanto concerne la figliolanza divina, la differenza tra noi e il Cristo è meno di quanto si pensi… In ogni caso gli operatori di pace sono figli dell’Altissimo!
Appendice tecnica (per chi è interessato, essendo complessa)
Nella Q aramaica c’era dakkau, cioè “pulire”; ma il traduttore ha letto zakkau e quindi ha scritto nella Q greca “dare in elemosina”; sono praticamente identici nella grafia, anche perché la prima lettera diversa (attaccata alla parola precedente) può essere confusa in manoscritti sfumati.
Matteo si è accorto dell’inghippo consultando la Q aramaica, per cui ha tradotto in 23,26 correttamente con “Fariseo cieco, pulisci l’interno (to entos) del bicchiere (cioè il cuore).
Luca invece “disperato” [che ha a disposizione solo la Q greca e comunque non conosce l’aramaico] non poteva trascrivere «donate in elemosina l’interno, ciò che c’è dentro» [come hanno fatto in maniera infausta le versioni italiane (anche CEI), o tendenziosamente la vulgata con quod superest “ciò che sopravanza”]; ma con sagacia (data l’assonanza) in 11,41 ha modificato to entos in ta enonta, vale a dire ciò che c’è, i beni-averi disponibili, quant’è possibile secondo i propri mezzi.
Abbiamo scritto sopra che in Gv 1,13 manca “né da volere d’uomo” nel manoscritto Vaticano (come segnalato dalle edizioni critiche) ma, consultandolo direttamente on-line, ciò non è esatto perché il codice dice: «né da volere di carne né da “i”» [ouk ek i, uno strano iota isolato]. Se non è un pasticcio del copista, possiamo interpretarlo “acrobaticamente” come il pronome riflessivo di terza persona (in latino sibi, ipsi) e quindi «né da se (stessi) sono stati generati» o parafrasando “né da se stessi si sono ri-generati, ma per opera di Dio diventando figli adottivi nel battesimo”. Tenendo presente il «Figlio mio sei tu, io oggi ti ho generato» [di Luca 3,22 in antichi manoscritti (D e versioni latine) durante il battesimo di Gesù], se applicato alla suddetta lettura al singolare di Gv 1,13, diventa: «il quale (Gesù)… non da volere di carne né da se stesso si è ri-generato», ma è stato adottato dal Padre come figlio a partire dal battesimo, per trovare la sua definitiva consacrazione nella resurrezione (Rom 1,4: «costituito figlio di Dio a partire dalla resurrezione»).




