Vangelo della 3ª Messa: Matteo 5,1-12 (3º schema delle letture)

È il testo spiritualizzato delle beatitudini di Matteo. Ma secondo gli studi del monaco benedettino belga Jacques Dupont [un migliaio di pagine, due volumi in francese, tre in italiano: Le Beatitudini, San Paolo] il racconto più originario è quello di Luca 6,20-23, col suggerimento di spostare l’ora, l’adesso, nella seconda semifrase causale-esplicativa, ossia: «Beati i poveri perché di essi è il regno di Dio. Beati quelli che hanno fame, perché ora saranno saziati. Beati quelli che piangono [afflitti, sofferenti], perché ora rideranno [saranno consolati e felici]».

Il fiorire della vita per tutti. Le tre beatitudini vanno prese insieme, considerate in un tutt’uno molto concreto (non sono spiritualizzate): beati (felici) i miserabili, sofferenti affamati, non perché sono tali e così devono rimanere, bensì perché tutte le loro miserie (di qualsiasi tipo) “ora” stanno per essere ribaltate dal Regno; la felicità sta nel capovolgimento, non nel restare poveri.

Quindi il discorso della montagna dice “no” alla miseria e “no” all’opulenza. Tutti gli uomini sul pianeta Terra devono godere della vita e provarne piacere; che nessun uomo debba pentirsi di essere venuto al mondo considerando la propria esistenza una maledizione: ossia il fiorire della vita per tutti, in una situazione che oscilla tra la frugalità e un’abbondanza contenuta; perciò il contrario di ogni sofferenza (e belligeranza) nella speranza per il futuro.

Matteo invece le ha spiritualizzate generando (suo malgrado) una certa confusione, perché, da negativi da superare e da vincere (la miseria), diventano dei positivi, delle virtù morali da praticare, come i puri di cuore e soprattutto «gli operatori di pace che saranno chiamati figli di Dio»; dato che il verbo semitico “chiamare” è spesso equivalente al nostro verbo “essere” tout court (come già detto in passato), si è figli di Dio soprattutto e in primo luogo nell’operare la pace (anche se non battezzati). Certo non c’è contraddizione, anzi complementarietà; ad es. per vincere la fame nel mondo occorrono gli affamati di giustizia, in modo perfettamente confacente e consono.

La “dimenticanza” di Matteo. Ciò non significa che la spiritualizzazione sia un’invenzione di Matteo, estranea a Gesù; ma non qui, bensì in altri discorsi, situazioni e contesti. Non è perciò questo il problema, bensì il fatto che il primo evangelista si sia… dimenticato di spiritualizzare la seconda (sugli afflitti) per cui la trappola è scattata: in un contesto globale di virtù positive, anche l’afflizione-sofferenza è diventata una qualità meritoria, in particolare un valore presso Dio tanto da essergli offerta in funzione espiatoria e sacrificale per la salvezza dei peccatori, per le anime del purgatorio ecc.

Una trappola gigantesca che ha prodotto danni incalcolabili nella storia cristiana del cosiddetto “dolorismo”, sino al punto di auto-causarsi ferite e lacerazioni fisiche col cilicio. Certo non era questa l’intenzione di Matteo, ma la sua “dimenticanza” ha favorito derive gravissime.

Avrebbe dovuto spiritualizzare anche la seconda sugli afflitti: ad es. «Beati quelli che condividono la sofferenza altrui». In effetti qualche redattore successivo se n’è accorto, ed è stata perciò aggiunta quella dei miti. Ricordiamo che le beatitudini originarie di Matteo sono 7 [non 9: come già detto domenica scorsa egli privilegia il numero sette]; è stata inserita successivamente quella finale sui perseguitati (duplicata per i discepoli), e soprattutto quella dei miti-benevoli, che nella maggioranza dei manoscritti si trova dopo gli afflitti, ma in parecchi altri (come nella vulgata di Girolamo) prima di essa. La mitezza per così dire avvolge l’afflizione sublimandola in “sensibilità” (per il dolore umano), trasfigurandola in bontà, benevolenza, soavità e delicatezza di cuore (Galati 5,22s, come Gesù mite e umile di cuore in Mt 11,29-30).

«Beati i miti perché erediteranno la terra» (il legame logico fra i due elementi è un po’ strano) sottolinea inoltre che per gli oppressi e disprezzati le cose si rovesceranno a loro favore, e quelli che ora sono privi di proprietà (gli anawim) parteciperanno alla signoria di Dio sulla terra: il bene allora principale, più volte ricordato nell’AT come nel salmo 37,11: «I poveri avranno in eredità la terra e godranno di una grande pace» [come prossimamente i palestinesi?].

[La commemorazione dei defunti ha soppiantato le letture della 31 dom. col racconto di Zaccheo, che riprenderemo l’ultima domenica dell’anno liturgico nella festa di Cristo Re contestualmente al vangelo della salvezza del buon ladrone: pure Zaccheo è un ladro-strozzino salvato].

Appendice storica

Con la solennità di Ognissanti è avvenuta una cosa rara: la festa cristiana dei santi (un tutt’uno con quella dei morti) è stata paganizzata in quella di Halloween. Infatti normalmentenel corso dei secoli è quasi sempre successo l’inverso: la chiesa ha inserito-innestato le proprie feste su quelle pagane (nello stesso giorno), ovviamente per cristianizzarle.

Quella più famosa è il Natale: Costantino lo ha piazzato (dato il tema squisitamente natalizio della “luce”) al 25 dicembre, nella festa pagano-romana del Dies natalis solis invicti (la rinascita del Sole invincibile nel solstizio d’inverno); mentre nei primi tre secoli i cristiani celebravano il Natale il 6 gennaio, anche perché, data la precessione degli equinozi, il solstizio d’inverno allora cadeva ai primi di gennaio. In effetti l’Epifania attuale è una specie di 2º Natale, che chiude comunque le feste.

La morte esorcizzata. Certo la Befana viene da Epifania per piccoli trascinamenti linguistici [*bifania, *befania], ma si tratta di un fatto puramente nominalistico per due cose del tutto diverse, data la concomitanza il 6 gennaio.

La befana era in origine una donna giovane e bella che volava a cavallo di una scopa, col manico rovesciato all’interno delle sue gambe, un’immagine chiaramente fallica…

Essendo troppo provocante, è stata trasformata in vecchia, brutta, vestita di nero [la scopa è rimasta perché il nuovo si sovrappone al vecchio senza eliminarlo del tutto], che così è diventata l’immagine della morte: la quale viene esorcizzata rendendola più “carina” nel fatto che favorisce la vita ai suoi inizi portando doni ai bambini. La morte è richiamata dal buio e dalla nera tenebra, con le notti più lunghe dell’anno in connessione col solstizio; ma anche agli inizi di Novembre si nota già vistosamente l’accorciarsi dei giorni (per cui fra l’altro torniamo all’ora solare). In Sicilia i regali ai piccoli arrivavano (forse l’usanza è rimasta ancor oggi in qualche paesino) per i morti (la notte fra il 1-2 novembre): una chiara usanza per esorcizzare la morte favorendo la vita appena sbocciata; tanto che i bambini il giorno dopo al camposanto, come ricordato da A. Camilleri, ringraziavano i propri cari defunti per i doni ricevuti.

La stessa cosa nella mia Emilia con S. Lucia (13 dicembre, una delle notti più lunghe dell’anno) che porta regali ai bambini; essa è pur sempre una “trapassata”, ma ciò viene velato dalla sua santità celeste rimuovendo il morire. Stessa cosa coi doni portati da S. Nicola (di Bari, il 6 dicembre); ma trasferito in Germania e nei paesi nordici, è diventato Nikolaus, quindi Sankta Klaus, per poi esserci riciclato di ritorno col nome asettico di “babbo natale”, comunque sempre per favorire la vita nascente.

La trasformazione di Halloween. Venendo ad Halloween, esisteva la vigilia di Ognissanti (31 ottobre) in Puglia una celebrazione religiosa-festosa-sontuosa (appariscente con canti e musica) tipica del Sud-Italia, forse con processione per le vie del paese. Trasportata poiin Irlanda ove probabilmente si è mischiata con un rito celtico, quindi negli Stati Uniti, ci è alla fine stata riciclata di ritorno con Halloween, una contrazione (inglese, irlandese, statunitense) “storpiata” di All Hallows Eve (Vigilia di tutti i santi). È un altro modo di esorcizzare la morte, questa volta irridendola [con orride maschere da morti viventi e cornetti rossi da diavoletti, col dolcetto-scherzetto e altri giochetti derisori ecc.]: le zucche sono teschi trasfigurati, in un clima pauroso che sconfina nell’horror, nel tentativo di controllare e dominare in modo grottesco il morire.

Ovviamente oggi nessun giovane o bambino conosce tutta questa simbologia. Si pensa solo ai regali o al divertissement della festa, in una deriva consumistica abissalmente lontana dalle sue antiche origini, in cui nella ricorrenza dei santi-morti si assottigliava il confine tra il mondo dei vivi e quello dei defunti: così appunto varcavano tale confine pure s. Lucia e s. Nicola per depositare i doni accanto al letto dei bimbi; e non sotto l’albero di Natale che tuttavia, essendo un sempre-verde che non perde il fogliame senza dare l’impressione di rinsecchire ineluttabilmente, racchiude lo stesso significato esorcizzante di sfidare vittorioso il gelo invernale mortifero.