Domenica 1 ottobre è stata letta la parabola dei due figli presente solo in Matteo 21,28ss. Normalmente essa viene interpretata nel senso della discrepanza fra il dire e il fare [«in cui ci sta di mezzo il mare», o che «tra il detto e il fatto ci sta un bel tratto», come nei proverbi popolari], che non è esclusa ma marginale. Invece nella parabola c’è molto di più e di diverso da un semplice momento di pigrizia, come sembra trasparire dalla traduzione edulcorata e tendenziosa «Non ne ho voglia», che non è la stessa cosa di dissentire con un secco e contrastante «Non voglio» (come nell’originale greco).

Se i (sommi) sacerdoti, anziani del popolo e farisei avessero dato la risposta corretta ma scontata (il figlio bravo è quello che di fatto va a lavorare nella vigna), non si spiega perché Gesù si scateni nei loro confronti [tanto più che, in quanto osservanti, facevano quel che dicevano o predicavano] col detto più aggressivo e violento di tutto il vangelo: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (stop, senza sindacare su una eventuale loro conversione). Cosa c’è di peggio del dire a persone che si consideravano pie e irreprensibili che le “puttane” e gli strozzini sono meglio di loro! Tanto che il redattore scandalizzato ha dovuto precisare che sopravanzano i sacerdoti-farisei non le prostitute e i pubblicani in sé, bensì quelli “pentiti”; cioè li fa convertire, non a Gesù ma al Battista (non cambia la sostanza): moralisticamente solo “i convertiti” entrano nel Regno.

Nella maggioranza dei manoscritti viene prima il figlio che dice «Sì, Signore» (ma poi non va), seguito dal figlio che dice «No» (ma poi ci va); di conseguenza nella risposta il figlio bravo è l’ultimo, o il secondo. Invece in parecchi altri manoscritti (come la Vulgata di s. Girolamo) la sequenza è invertita: col primo figlio che dice «No» e il secondo «Sì»: perciò il figlio giusto è il primo. Ma questa inversione confusa (in cui sono stati commessi degli errori) molto probabilmente ci segnala che nella prima versione originaria i sacerdoti e farisei abbiano risposto che ha fatto la volontà del padre (cioè del loro Dio legalistico-sacrale: dirgli di no è lesa maestà e vilipendio della Rivelazione biblica) colui che ha pronunciato un sì convinto [solo lui dice Signore diversamente dal fratello] a tutto il loro impianto religioso, con l’osservanza dei 600 e più precetti della legge ecc.; se poi c’è qualche trasgressione (esemplificata nel non andare qualche volta a lavorare), si rimedia chiedendo perdono con le preghiere e le opere di penitenza. Ossia il vero israelita è (e deve essere) un perfetto esponente dell’intera (loro) ortodossia che dice sempre «Signor, sì» alla gerarchia, altrimenti si è eretici e peccatori.

Per questo Gesù si scatena nei loro confronti: a rincarare la dose segue pure in Mt 21,33ss la parabola dei vignaioli omicidi, letta domenica 8 ottobre. Ovviamente una cosa così strana e anomala [ossia che il figlio bravo sia quello che ha detto Sì ma poi non va] ha sconcertato i successivi redattori (o glossatori), che infatti non l’hanno capita e l’hanno “girata”, nel testo attuale, sul superamento di una “banale” accidia.

Applicato alla storia della chiesa e all’oggi, non ti puoi permettere di dissentire, di criticare, di voler cambiare proponendo nuove visioni e interpretazioni; devi accettare in teoria, con perfetta ortodossia (pena l’eresia e l’esclusione), tutti i dogmi, i cosiddetti principi non negoziabili, compreso il sacerdozio solo maschile [“incoronato” dal carnevalesco concistoro alla vigilia sempre di domenica 1 ottobre]. Se poi c’è qualche trasgressione nella pratica, si rimedia senza problemi con la Confessione (sacramento della Penitenza). Invece secondo Gesù si può dissentire, dissociarsi, e proporre ad es. una nuova visione del ministero ordinato, aperto anche alle donne e agli sposati/e, come facciamo noi, tanto più che nella vigna ci abbiamo lavorato e continuiamo a farlo, pur essendo “ribelli” per amore della verità.

Domenica 15 ottobre [con la dose ulteriormente rincarata nella parabola delle nozze in Mt 22,1-10] a p. 15 di «Avvenire», a conclusione della seconda settimana di lavori del Sinodo, l’abate Giuseppe Lepori, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha detto: «Il tema del sacerdozio per le donne non è per niente dominante nella discussione. Lo è invece la partecipazione delle donne nella vita della Chiesa… Nessuno ha parlato del sacerdozio femminile, e non ci sono neanche particolari rivendicazioni, ma si persegue il bene della Chiesa». Ossia per tale bene il ministero ordinato femminile è da censurare e rimuovere quale “slogan superficiale”, oltre che contrario alla volontà di Nostro Signore (tesi falsa). Il che è come dire in modo grottesco: «Noi prelati maschi non abbiamo il potere… di rinunciare al nostro potere». Invece la parabola dei due figli (meglio del Sì e del No) dà ragione a noi contestatori, ossia a quelli che dicono “Non voglio (più)” l’attuale ministero sacrale e maschilista. Esso va radicalmente reinventato, riplasmato; così facendo, fra l’altro non vale più l’obiezione di certe “femministe” che non hanno tutti i torti ad affermare: «a questo tipo sacralizzato di ministero non abbiamo nessuna voglia di accedere!».