Continuiamo (qui la prima e qui la seconda puntata) a sintetizzare il libro di Pierangelo Sequeri Addio a Dio? Sul Dio vivente.
Al capitolo VII, col titolo La gnosi: Fermezza del dogma, debolezza della morale, l’Autore osserva che la categoria di “generazione” in Dio, introdotta dal credo di Nicea, attende ancora uno sviluppo. La tendenza gnostica, al contrario, ha sviluppato radici occulte nell’ethos cristiano: non ha corrotto il pensiero della fede, ma ha indebolito le affezioni. La gnosi è una forma di conoscenza superiore, di origine divina, proposta da movimenti di ispirazione più o meno religiosa, per la salvezza dell’anima. Caratteristico della gnosi è il carattere occulto della sapienza, accessibile solo attraverso un arduo percorso di ascesi.
Nella cultura europea, il turbinoso sviluppo tecno-economico dell’Ego si accompagna ad un forte svuotamento affettivo dell’esperienza evangelica di Dio. Il cristianesimo parla una lingua romantica degli affetti, e pratica una liturgia molto anestetica del sacramento, in cui riceviamo il “tocco” sensibile del Signore, in contatto con la teofania di Dio. Col Concilio è cominciata una disinfestazione anti-gnostica della spiritualità, della morale, della sacralità.
Nella storia, la contaminazione gnostica è stata respinta, non è diventata dottrina nel canone dogmatico, ma ha trovato una nuova ospitalità inconsapevole nell’immaginazione spirituale e morale dello stile cristiano.
Esalta lo spirito e libera dalla carne
In cosa consisteva la tentazione gnostica? La gnosi trascrive la rivelazione in un processo di illuminazione interiore, che esalta lo spirito e libera dalla carne. Denuncia quindi l’origine maligna della creazione (la materia è corruzione e il corpo una prigione), e disprezza le pratiche della vita mondana (dal sesso alla politica). Purifica dalla materialità dell’esistenza. Estranea il cristianesimo dalla condizione mondana, e così solo pochi spiriti eletti lo comprendono e apprezzano. Il resto dell’umanità merita la perdizione a cui è condannata la creatura materiale. Questa “spiritualità” era un perfezionamento che allontanava anche dalle pratiche religiose, semplici introduzioni all’esercizio della perfezione.
Questa idea ha sempre avuto grande presa. Ancora oggi, per molti, la pratica religiosa, nella disciplina ecclesiastica, appare la regressione a uno stadio infantile, alla superstizione dei riti. È comprensibile che la gnosi sia seducente: la condizione mondana è regno del male, la conoscenza mistica è casa della luce. La separazione netta semplifica: vedere la salvezza e accedere alla beatitudine. Il cristianesimo originario si oppone alla gnosi perché perverte la rivelazione e corrompe la fede. È una lunga battaglia.
Le due modernità: quella laica ha percepito il cristianesimo ortodosso come gnosticismo, religione del sacrificio espiatorio, disprezzo della carne, distacco dal mondo. Quella ecclesiastica ha percepito la cultura umanistica come gnosticismo, dove il singolo autonomo gestisce il suo sapere salvifico, fuori da ogni pratica mistica o devota.
Un amore per un corpo ferito
Che cosa ricaviamo da questo intreccio della storia degli affetti? Persiste una assai mediocre comprensione dell’ispirazione evangelica dell’umanesimo religioso: solo ora siamo spinti a prenderla più sul serio. Nel vangelo c’è tutta l’ironia necessaria verso l’ossessione della legge che sostituisce la fede. Ma c’è anche la chiara convinzione che se un amore è incapace di generoso sacrificio per un corpo ferito (anche estraneo e ostile) è solo parolaio e retorico.
È chiaro che la presunzione di una salvezza ottenuta con la cura di sé, senza riconoscenza per la grazia ricevuta, senza varco per l’amore del prossimo, non ha posto nel vangelo. La fede evangelica è un appello alla libertà che riconosce la grazia. Non si eredita perché figli di Abramo o discepoli del Signore: si decide ogni volta in tutta libertà da parte di ognuno. Lo può anche una Samaritana coi suoi cinque mariti.
Si è indebolita e per molti perduta l’emozione sacramentale della teofania. Nella comunità cristiana non c’è (quasi) più l’individuo libero e autonomo che il vangelo ha generato. D’altra parte, il sacramento è ancora raccomandato come appartenenza comunitaria alla fede.
Il tocco di Dio e la cura del prossimo
Il cristianesimo attuale oscilla pericolosamente tra la dottrina e la disciplina: due opposti, sempre meno capaci di trasformare la verità di Dio nell’affezione per un amore che converte la disciplina in una fede di cui siamo resi testimoni. La saldatura di dottrina e disciplina salda il tocco di Dio con la cura del prossimo. Di questa saldatura la comunità cristiana vive o muore. Il tocco di Dio è la continuità della teofania, che ti sorprende, non è sostituibile dalla tua azione. Esci dal sacramento “graziato” dal tocco di Dio. Tuttavia, se non sei “gnostico”, sai che la comunità deve partecipare a questo bene e i responsabili lo devono custodire.
La fede cristiana è collocata dal vangelo nella condizione quotidiana dell’esistenza. Nessuna illusione di un governo totalmente “illuminato” del mondo, né immaginifiche attese dell’avvento di Dio. Nessuna esaltazione della religione dei perfetti, né disprezzo di chi ne è privo. Gli incontri decisivi e gli appuntamenti mancati con Dio avvengono sul terreno della giustizia degli affetti, e della grazia della fede che può essere afferrata da chiunque. Gesù discute delle regole e dottrine della fede soltanto con i competenti, che devono amministrare la giustizia e la misericordia di Dio in favore del popolo, da custodi e non da padroni.
Parabole e miracoli annunciano la venuta del regno di Dio sulla linea dell’amore del prossimo. Non ci sono insegnamenti esoterici di una religione superiore. Il governo delle città non è divino, ma è l’esito di una volontà di potenza che ha venduto l’anima al diavolo (Luca 4,5-7: la seconda tentazione).
Non nominare invano
Si nomina Dio troppo facilmente, sia per affermarlo, sia per negarlo. Di Dio noi sappiamo solo ciò che è compatibile con la nominazione di Gesù: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Giovanni 1,18; 14,11).
Riassumiamo ora il capitolo VIII, Compatibilità cristologica di Dio, lingua materna della fede. Sequeri chiama questa impostazione «principio della compatibilità cristologica» del Nome di Dio, principio sigillato a Nicea. Non è cosa ovvia: infatti, insegniamo ai bambini, con disinvoltura, congetture sulla parola e sull’azione di Dio che sono incompatibili con la rivelazione di Gesù. Per esempio, nella predicazione di Gesù si trovano castighi tremendi: «gettatelo dove è pianto e stridor di denti» (da bambino capivo dolor di denti), attribuiti ingenuamente a Dio, anche per trasgressioni non gravi. Attribuire tutto a Dio è esonerarlo da tutto. È una concezione mondana della sua signoria, che ci mette nella posizione di schiavi.
La novità di Gesù raggiunge la massima provocazione: da un lato tiene intatta l’imperscrutabile santità e giustizia del giudizio di Dio, dall’altro lato decostruisce, provocatoriamente, il carattere “faraonico” della sua signoria. Ci insegna a pregare come figli, non come schiavi miserabili appesi al capriccio di Dio. Se la rivelazione arrivasse solo alla legge, nessuno si salverebbe. Solo in questa umiltà riconosciamo la grazia che ci salva.
I cappellani del welfare
Però, azzerare la responsabilità e la legge non apre l’orizzonte della libertà e della grazia, ma lo chiude: infatti, se togliamo il legame tra il nostro desiderio di essere amati e la nostra disponibilità ad amare, il nostro desiderio diventa impraticabile, perché lo cerchiamo solo tra chi ama solo se stesso. Il desiderio che vengano riconosciuti i nostri affetti più degni e più sacri può far conto solo sulla generazione eterna del Figlio, che li accoglie nella più assoluta libertà dall’incremento del Sé.
Il vangelo è trasparente nell’illustrare questa dialettica. Purtroppo il lessico ecclesiastico ieri era tutto legge e sacrificio, oggi tutto libertà e beatitudine, ma lo spostamento non fa un passo in avanti. Il popolo di Dio fiuta la retorica. Tutti promettono di sostenere il diritto alla felicità, e i “cappellani del welfare” approfittano del vento favorevole, e promettono lo stesso anche loro. Ieri Dio era tutto giudizio e anche perdono, oggi è tutto perdono e tutto giudizio: lo spostamento è solo un effetto ottico. Volevamo creare una confidenza irresistibile (da Faraone d’Egitto a Babbo Natale), ma così abbiamo forse riempito le chiese?
Dio è il nome dell’amore che genera la vita, e anche il nome della giustizia che le darà successo a dispetto della morte. Questa congiunzione è enigma indecifrabile: non saremo giudicati per questa incapacità di venirne a capo. La fede nella giustizia e nell’amore di Dio colma il vuoto della nostra libertà e capacità di onorare il comandamento dell’amore di Dio, sigillandolo con l’amore del prossimo, con atti che corrispondano all’incarnazione redentrice del Figlio e al dono dello Spirito.
La nostra modesta risposta umana è asimmetrica, ma apre il varco all’abissale grazia dell’amore di Dio, che rende possibile la dignità dell’accoglierla liberamente. Questa libertà restituisce l’umano alla sua decisione, e così c’è salvezza di Dio. La grazia rende il sigillo della libertà degno dell’umano, e rende onore alla responsabilità del proprio destino, che rende la creatura umana così speciale. La preghiera dello schiavo non ci appartiene, e la compassione del tiranno non ci esalta.






