Ho assistito l’8 maggio al Cam dei Missionari della Consolata a un dibattito interessante su Chiesa e potere tra mons. Marco Pastraro (autore di Tra voi non sia così) e padre Michael Davide Semeraro (autore di Papa Francesco. Pietre d’inciampo. Per non dimenticare) moderati da Francesco Antonioli che li interrogava. Non riassumo il dibattito, ma semplicemente annoto qualche riflessione che mi ha suscitato.
A prima vista, sembra che il potere sia qualcosa di male, un difetto che fa criticare la Chiesa. Però, distinguerei subito “potere di” da “potere su”. Questo secondo, se è “potere su” qualcosa di negativo (malattie, pericoli, veleni, violenza) è cosa buona. Se invece è potere su persone, dignità, libertà, allora significa oppressione. Il potere su un essere personale, sarebbe possesso, mancato rispetto del diritto, della dignità umana.
Invece, il “potere di” è la vita: “io posso, tu puoi…”. È il potere di respirare, camminare, vedere, decidere, ecc. È la vita, la libertà. Massimo valore, assolutamente da rispettare. Il vivente è degno di avere questo potere. Togliere questo potere è opprimere, fino a uccidere. Anche solo il minacciare è ridurre un soggetto umano a oggetto, ancora vivo ma come già morto (dice Simone Weil). Ecco perché la “deterrenza” militare, le armi puntate, non sono difesa, ma sono già guerra.
Ora vediamo il problema Chiesa e potere. Se è “potere di” comunicare l’annuncio evangelico, esempi di fede vissuta, pratiche e istituzioni di fraternità, è senza dubbio un bene. Se è “potere su” cominciano gli interrogativi. Un genitore, un maestro, ha un potere su un figlio, un minore. Ma è potere di guidare, aprire strade, educare la libertà, oppure di costringere, limitare, ridurre la consapevolezza e la coscienza? C’è una bella differenza! Tutte le istituzioni che trasmettono esperienze di vita, dalla famiglia, alla scuola, alla Chiesa, educano, fanno crescere, o costringono? Aprono o chiudono? La differenza è decisiva.
La Chiesa è riconosciuta e criticata. È riconosciuta con gratitudine da chi ne riceve spirito evangelico, esempi di fede, esperienze di fraternità, impegno ad agire con questi valori nella società. È criticata da chi si aspetta dalla Chiesa questi valori e ne è deluso o addirittura scandalizzato. Lasciamo da parte gli scandali più gravi (sacro romano impero, sovrani di diritto divino, crociate e guerre sante, roghi di eretici e streghe, abusi psicologici e sessuali… oppure il diritto canonico sul matrimonio che parlava – ne parla ancora? – di ius in corpus sul coniuge, cioè proprietà, possesso, come un oggetto, non una persona!). Ma vediamo cose più vicine, presenti, che turbano e tengono lontane dalla Chiesa persone serie, sensibili ai diritti e valori umani.
Oggi la coscienza della uguaglianza di diritti tra uomini e donne è indiscutibile, salvo posizioni chiuse, impaurite. Ma questa uguaglianza non vale davvero nella Chiesa. Ci sono spiegazioni storiche, ma nessuna oggi persuade. Che le donne non possano essere presbitere, e neppure diacone, mentre svolgono molti servizi essenziali, è, in realtà, inspiegabile, inaccettabile, scandaloso. È un danno alla testimonianza evangelica della Chiesa cattolica, nel confronto con altre Chiese e con lo spirito moderno. Si dice: la maturazione dei tempi, il rispetto delle differenti civiltà in cui il Vangelo si è inculturato (che cosa vieta di fare in un modo in Africa, in altro modo in Europa?) , ma nessuna di queste ragioni è davvero sufficiente. Non è ritardo, ma scandalo.
Il Concilio ha fatto dei passi coraggiosi, ma oggi sembra che l’autorità nella Chiesa debba accontentare chi associa l’immobilità psicologica alla religione e alla fede. Cosa ne capiscono i giovani? Diminuisce la presenza nelle chiese per paura delle novità, o per stanchezza delle anticaglie? È tutta la Chiesa che appare a strati sovrapposti: una “casta” gerarchica, e un popolo obbediente. E non si tratta della grandezza di Gesù, Figlio di Dio uguale al Padre, eppure fattosi uomo come noi, ma di una struttura gerarchica che tocca la sostanza. All’inizio della differenza clericale si parlava di duo genera christianorum, due generi di cristiani: un clero (cioè “separato”) e un popolo credente. Dov’era la fraternità evangelica? Invece è proprio il battesimo in Cristo che fa tutto il popolo dei battezzati «popolo sacerdotale, profetico, regale». Certo, un ordine di funzioni, di preparazione e capacità, è necessario, come in ogni comunità. Ma è tutta l’immagine della Chiesa ancora verticale, rigida, con una “casta” superiore ai membri comuni? Il papa può essere ottimo e profetico, ma è scelto da un ceto ristretto, selezionato, ed è un sovrano assoluto, senza divisione dei poteri. Dio vuole così? Certo, non c’è al mondo un unico modello giusto, ma l’esperienza storica può insegnare qualcosa? Oggi ci sono anche sinodi partecipati, ma vince la lentezza arciprudente o la risposta al mandato evangelico? Coraggio, insieme!






