All’inizio del vangelo nella maggioranza dei manoscritti di Lc 2,15 sta scritto: «Appena se ne furono andati al cielo (gli) angeli e (gli) uomini…»; naturalmente «e gli uomini» è eliminato da tutte le traduzioni per il suo non-senso. Ma è veramente così? L’angelologia è intrigante, anche perché qui in alcuni codici mancano gli articoli, a volte davanti a “angeli”, altre volte davanti a “uomini”: in quest’ultimo caso «gli angeli e uomini» sembra un’endiadi [come in Gv 7,45 «i sacerdoti e farisei» (l’unica volta nell’intero vangelo in cui non compare l’articolo davanti a “farisei”): ossia la classe sacerdotale era normalmente di estrazione farisaica], una quasi-identificazione fra i due membri. Come già detto nel commento al vangelo precedente di Mezzanotte, angelo significa «messaggero», in genere inteso in senso celestiale come Gabriele in 1,19 che sta al cospetto di Dio, o l’angelo sceso dal cielo in Mt 28,2-7 ad annunciare il risorto alle donne, che però in Marco è un giovane (con la veste bianca) e in Luca sono due uomini (in vesti sfolgoranti): infatti a volte si tratta di un profeta-inviato umano, come il messaggero-angelo di Marco 1,2 con cui si designa il Battista.
Gli uomini-angeli sembrano un confluenza di umano-sovrumano, di terra e cielo, carne e spirito, visibile e invisibile, con una salvezza che scende dall’alto impregnando l’umanità di pace e giustizia. Appare chiaro a mio parere che gli angeli (e i demoni) non esistono; ma non è un mondo “fatato”, bensì un archetipo salvifico-carismatico. Il cielo non è l’al di là del mondo con spiriti angelici, bensì il futuro della Terra con esseri umani.
Non bisogna essere troppo storico-realisti: anche qui i pastori si recano di notte a Betlemme e, fra le centinaia di stalle, trovano subito il neonato (come un ago nel pagliaio). In origine probabilmente si presumeva che i pastori fossero i padroni-proprietari della greppia-mangiatoia, non lontana, adiacente o incorporata nella loro casa. La nascita di Gesù in una stalla non è poi così drammatica (se non per la lontananza da Nazareth): nella civiltà contadina nei mesi invernali era l’unico luogo riscaldato (a parte la cucina), in cui la famiglia si tratteneva nelle ore serali dopo i lavori (eventualmente con le famiglie viciniori) per conversare e giocare (a carte o altro). In Emilia sopravvive ancora (ormai in disuso) l’espressione «giocatore da stalla» (per le carte).
Originariamente l’autore del 1° capitolo e quello del 2°, comunque post-lucani, scrissero in modo indipendente, all’insaputa l’uno dell’altro. Perciò l’autore del 2° non conosce il 1° [un fatto già evidenziato da parecchio tempo dai grandi esegeti (tedeschi), mai… pervenuto nell’Italia cattolica], e quindi nulla sa dell’annunciazione-visitazione (e men che meno del concepimento verginale). Di conseguenza e di riflesso anche per i suoi personaggi (Maria e Giuseppe) è come se l’annunciazione non fosse mai avvenuta ad entrambi (non conosce nemmeno il racconto dell’infanzia di Matteo). Sino all’arrivo dei pastori i genitori nulla sanno del Salvatore, ritenendola una nascita “normale” del loro primogenito; per questo Maria (con Giuseppe) si meraviglia, si stupisce (2,18.33), sino al «Non compresero le sue parole» di 2,50: tutti passi che sconcertavano il compianto Dario Oitana, redattore del foglio cartaceo. Dato l’imbarazzo, sono stati addolciti dal fatto che Maria custodisca tutto e lo mediti nel suo cuore (2,19.51): in realtà non ha poi… meditato molto se in Marco 3,21, assieme agli altri figli, cerca di andare a “prendere” Gesù perché lo considera “fuori di sé”.
Come aveva ben intuito Francesco d’Assisi, il presepe è il cuore del Natale, poiché i protagonisti della sceneggiatura sono i pastori che si recano alla greppia ad informare Giuseppe e Maria dell’evento eccezionale, a riferire [esattamente] di questo bambino (2,17). L’oggetto non è il processo biologico della nascita (verginale o meno), bensì l’annuncio-messaggio celeste sull’essenza e il destino del neonato. In altre parole, la storia dei pastori non è la prosecuzione lineare della storia di Maria (1° capitolo), bensì sta in concorrenza ad essa; infatti colui che ha riunito questi primi due capitoli si è reso conto della discrepanza, e saggiamente ha inserito l’evidente glossa di 2,21 per creare un minimo di collegamento fra i due capitoli: «…gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo» [che leggeremo a Capodanno]. Ma li ha inseriti ormai nel secondo secolo inoltrato, per cui il loro fondamento storico è ridotto al lumicino.
Si insiste sulla testimonianza e sull’opera di divulgazione dei pastori (2,20) di quel che hanno visto e udito: la realtà del vedere e l’interpretazione data dall’annuncio angelico sul Salvatore. Non è un caso che la chiesa latina abbia coniato due neologismi: salvare e salvator, che non esistevano nel latino classico precedente [in cui per esprimere qualcosa di analogo bisognava dire (con)servare e (con)servator]. Certo allora, date le condizioni socio-economiche, poteva essere abbastanza chiaro cosa volesse dire “salvezza”, in senso umano-globale, non necessariamente credente-religioso. Ma l’uomo moderno sente il bisogno e aspira a qualcosa di salvifico?? E se sì, da che cosa e con che cosa ritiene di potersi salvare?
Della terza messa di Natale (Prologo giovanneo) segnalo solo la variante di Gv 1,13: «a quelli che credono nel suo nome, i quali [cioè i cristiani] non da sangue, né da volere di carne… ma da Dio sono stati generati». Esiste anche in alcuni manoscritti la lettura al singolare: «il quale (cioè Gesù) non da sangue…ma da Dio è stato generato». Le comunità giovannee lo leggevano in entrambi i modi.






