40 anni fa, il 5 gennaio 1984, veniva ucciso Giuseppe Fava. In questo breve scambio di mail Riccardo Orioles, che insieme a lui aveva fondato I Siciliani nel 1982, e Enrico Peyretti, tra i fondatori de il foglio, partendo dal ricordo del giornalista fanno alcune considerazioni sulla nonviolenza.
«I Siciliani vengono avanti nel grande spazio della informazione e della cultura…» (22 dicembre 1982). «I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione» (28 dicembre 1983). «Hanno ammazzato Pippo Fava» (5 gennaio 1984).
Fra queste tre date si dipana la vita di un uomo e anche, a nostra insaputa, la vita di tanti di noi. Quelli che l’avevano conosciuto, quelli che ne avevano sentito parlare, quelli che odiavano lui e tutte le cose che rappresentava, quelli che non erano ancor nati ma l’avrebbero riconosciuto dai racconti.
Ma oggi non parleremo di queste cose, non parleremo di Pippo Fava. E cosa potremmo dire, che parole? No. Oggi lavoreremo come tutti gli altri giorni, giovani e vecchi. Da quarant’anni siamo qui, o aspettavamo di esserci; o da anche solo da pochi mesi: non aspettatevi parole nuove, né profondi discorsi.
Noi siamo qui come sempre, senza niente di nuovo (eppure, se c’è qualcosa di nuovo, è ciò che rinasce ogni giorno in ciascuno di noi). Noi siamo contro la mafia. La mafia non è quattro delinquenti, è un potere. La mafia non sta al sud o al nord, la mafia sta in Italia, che è l’unica nazione a averla così dentro, e l’unica dove sia stata tanto combattuta.
Non l’hanno ammazzato “i mafiosi”. L’ha ammazzato un potere, che è ancora qui e comanda ancora. Noi lo sappiamo, non chiediamo tregua e non ne diamo. Diciamo ai vecchi: «tornate qui, e combattete». Ai giovani: «Come potete vivere, se non avete il coraggio di lottare?».
Riccardo Orioles
Caro Riccardo, ci siamo visti una sola volta, qui a Torino, per un tuo rapido passaggio, tanti anni fa. Almeno un orecchio al tuo/vostro lavoro ho sempre cercato di darlo. Di più, nelle 24 ore di ogni giornata, non riesco a fare. Un pensiero di solidarietà, nel comune impegno. Credo che il nocciolo sia violenza/nonviolenza, società gandhiana.
Enrico Peyretti
Caro Enrico, io ti ho sempre considerato uno dei miei maestri. Un grande comunista? Don Milani. Un grande cristiano? Pasolini. Non importa cosa pensiamo di essere, col tempo la roba profonda viene a galla. Società non violenta? Si, ma non basta più. C’è una forza oggi che decide tutto, e non sono le armi (che ormai non vincono più, producono solo autodistruzione) e questa forza è la cultura, la comunicazione, le parole. «Quante divisioni ha il papa?»: la più grande cazzata di Stalin, che già ne faceva non poche. Trump non vince con le pistole, ma con le chiacchiere, con la demagogia. L’uomo chiave del Reich non era Himmler, con le Ss e la polizia, ma Goebbels, l’uomo del parlare abile, della propaganda. Socrate non era nessuno, eppure lo ascoltiamo ancora, per le parole. San Francesco non ha avuto bisogno di fare un’inquisizione. E così via. Più il tempo passa, e più il mondo è mediatico. I cattivi lo sanno, e ci bagnano il pane. I buoni hanno altre cose cui pensare. Questo è ciò che ho capito, anche col tuo lontano inconsapevole aiuto.
Dobbiamo fare come don Milani, non solo Tolstoi. Dobbiamo fare una non violenza violentissima, che non sia propaganda ma ragione umana. Le persone possono essere convinte a discutere, e là siamo a casa nostra, sul nostro terreno. Ma prima dobbiamo convincerci noi, della potenza della parola, dell’autorevolezza disarmata. Tolstoi ha fatto quel che ha potuto, e Lenin a suo modo anche. Ma se fosse stato Tolstoi ‒ le idee di Tolstoi ‒ ad “andare al potere”? Credo che questo sia il gradino che dobbiamo salire (non tu ed io, ma i ragazzi che cresceranno). Se il mondo riesce a sopravvivere forse si evolverà proprio così.
Tuo Riccardo, sempre grato
Scopri I Siciliani giovani, la rivista di cui Riccardo Orioles è direttore responsabile.






