Abbiamo chiesto a due amici della redazione, Elisabetta Lurgo, che di mestiere fa la storica, e a Massimiliano Fortuna, rispettivamente un intervento su Carlo Ginzburg e su Marc Bloch.

Il filo della memoria. Ricordo di Carlo Ginzburg

Il 17 giugno 2026, a Bologna, è morto Carlo Ginzburg: figlio di Natalia Ginzburg e soprattutto storico di grande fama, profondamente legato alle grandi università statunitensi ma anche alla Scuola Normale di Pisa. Il più noto storico italiano nel mondo, si è letto nei giorni immediatamente successivi alla sua morte: e forse è la verità, tanto i suoi libri hanno saputo andare oltre i ristretti e un po’ asfittici confini dei corridoi accademici.

A lungo la Storia è stata evocazione di sconvolgimenti politici, di guerre, di principi e di condottieri. Carlo Ginzburg è stato fra coloro che, pionieri, hanno deciso di spostare l’attenzione sui testimoni marginali, sulle tracce, come le chiamava lui, e sul filo che le unisce in una storia perpetuamente interconnessa. Dai culti agrari alla stregoneria, da un mugnaio friulano agli inquisitori, egli ha dimostrato che dettagli apparentemente insignificanti aprono squarci di luce e di coerenza sulla condizione umana.

Indagine rigorosa e dubbio metodico, questi i suoi cavalli di battaglia; e poi la passione mai sopita per la ricerca d’archivio, l’emozione di cercare e trovare nuove fonti, di ricostruire le individualità nascoste dietro a un manoscritto, a un oggetto, a un’immagine. Quell’attrazione quasi sensuale per la fonte che mai dovrebbe abbandonare lo storico, anche quando si è ormai trascorsa un’intera vita fra i documenti, nelle stanze polverose che ancora conservano e  tramandano attraverso i secoli le voci di coloro che sono vissuti prima di noi.

Carlo Ginzburg apparteneva alla scuola della microstoria e delle Annales, che discende da Lucien Febvre e soprattutto da Marc Bloch, martire della Resistenza recentemente accolto al Pantheon. Dalla Francia degli anni Venti, quella rivoluzione storiografica scese in Italia grazie al forse troppo poco noto Giovanni Levi. Con quest’ultimo Ginzburg condivideva l’attenzione al dettaglio e al contesto locale: ma vi aggiungeva una capacità di narrazione non comune, che rendeva l’analisi storica un racconto di cui tutti potevano dipanare il filo. Perché l’erudizione è preziosa, ma la narrazione è ciò che la rende viva: i libri di Ginzburg parlavano agli storici, agli studenti, agli appassionati, a chiunque condivida ancora e sempre il piacere della scoperta, per riprendere uno slogan forse inflazionato ma profondamente vero.

Chi scrive ha avuto il piacere di incontrare Carlo Ginzburg nei suoi anni alla Normale di Pisa, apprezzandone il calore umano e la semplicità, malgrado una statura intellettuale che intimidiva ed affascinava al tempo stesso. Soprattutto, mai potrò dimenticare il fremito che provai durante la lettura di quel vertiginoso viaggio che è Storia notturna, il primo grande successo di Ginzburg. Dai processi inquisitoriali del Cinquecento a ritroso fino al lungo Medioevo, e poi giù giù verso l’età antica, e ancora oltre, alla ricerca del filo della memoria che tutti ci unisce alle voci del passato.

Ora anche Carlo Ginzburg, al termine della sua lunga vita, è parte di quel racconto che lui stesso ha cercato a lungo di ricostruire per dagli un senso. A noi, dunque, il compito di proseguire la sua opera, che sia attraverso l’indagine storica o la più modesta riflessione quotidiana che accompagna le nostre storie, in un presente che è già passato nel momento in cui ci guardiamo indietro per coglierne il significato.

Elisabetta Lurgo

Marc Bloch: che cosa significa essere un intellettuale

La morte di Carlo Ginzburg, qualche giorno fa, mi ha fatto venire in mente Marc Bloch. Inevitabilmente direi, dal momento che Ginzburg stesso ha sottolineato quanta importanza abbia avuto per la sua idea di ricerca storica un libro come “I re taumaturghi”, nelle cui pagine si incarna uno degli esempi di quel cambio di paradigma storiografico al quale diedero vita Bloch e il gruppo di storici che ruotò attorno alla rivista “Annales”.

Il caso ha voluto che il 23 giugno scorso, pochi giorni dopo la scomparsa di Ginzburg, il feretro di Bloch, e di sua moglie, sia stato trasferito al Panthéon. E mi è venuto da pensare che forse, nel Novecento europeo, l’esempio più fulgido e più pieno di ciò che significa essere un intellettuale sia stato proprio Marc Bloch. Non è raro sentir accusare, genericamente, gli intellettuali di scarsa concretezza pratica, di astrattezza mentale e di incapacità di muoversi a contatto con la realtà. A volte queste accuse possono cogliere nel segno ma non esiste alcuna equivalenza necessaria tra il lavorare con le idee e la carenza di tensione “pratica”, intesa in tutto il suo ampio spettro di significati. La vita di Bloch ne è un esempio lampante, egli ha saputo infatti imporre al proprio corpo l’impegno fisico più estremo possibile, si è arruolato come volontario e ha combattuto nella prima guerra mondiale, in seguito ha preso parte anche alla seconda e infine è entrato nella Resistenza per lottare contro i nazisti, dai quali fu torturato e ucciso.

La sua partecipazione alla grande guerra è stata anche un’occasione per incontrare uomini distanti dal suo ambiente di provenienza e dalla cornice degli studi accademici, cosa che si è tradotta in uno stimolo volto a una migliore comprensione del proprio tempo. È stato dunque un uomo profondamente radicato nella Francia del suo presente e al contempo, ma questo non rappresenta certo una contraddizione, un indagatore appassionato del passato, uno studioso che ha inteso il campo delle scienze storiche non con un occhio ristretto solo ai grandi personaggi e ai fatti politici di primaria importanza, ma intenzionato a cogliere anche qualche eco delle voci dei tanti uomini senza nome che hanno attraversato il tempo e interessato ad analizzare qualsiasi genere di produzione umana.

L’impegno civile nel presente, la serietà e l’innovazione negli studi, lo sguardo interclassista e interdisciplinare, la lotta per la libertà sino al sacrificio della vita. Insomma, se c’è qualcuno che merita di trovarsi al Panthéon questo è Marc Bloch.

Massimiliano Fortuna