«La sera del 23 febbraio 2022 andai a letto alla solita ora, come tutte le altre sere. Ma alle quattro del mattino svegliai i miei bimbi per portarli dai nonni in campagna. Era iniziata l’invasione russa e i carri armati puntavano su Kyiv». Artem Chapeye, 45 anni, è uno scrittore ucraino, autore di La gente normale non va in giro armata (Altrecose), in libreria dal 27 maggio scorso. È un uomo di sinistra, impegnato politicamente, pacifista, grande ammiratore e traduttore di Gandhi. Eppure, pur potendo espatriare come profugo con la famiglia, sceglie invece di arruolarsi volontario.

Intervistato alla radio il 28 maggio scorso ci regala immagini poetiche e insieme tragiche nello scenario di guerra: la primavera sulle colline, una notte di luna, gli animali da cortile delle grandi fattorie che fuggono in disordine al rumore dei droni.

Comprende la diversa sensibilità degli stati dell’Ue sulla minaccia russa: «È chiaro che in Portogallo si ha meno paura che in Lituania o in Polonia», e aggiunge però «l’Europa non deve smettere di aiutarci con ogni mezzo». La situazione, a suo dire, volge a favore dell’Ucraina e Putin è molto indebolito e teme una sostanziale sconfitta. Se si guarda all’ultimo secolo ogni volta che la Russia ha subito un rovescio esterno, ciò ha portato ad una instabilità interna o addirittura ad un cambio di regime. Dopo la sconfitta nei confronti del Giappone (battaglia di Wafangou o Te li Ssu 14 giugno 1904), scoppia, repressa nel sangue, la rivoluzione del febbraio 1905. Durante la prima guerra mondiale, le crescenti difficoltà sul fronte austro-tedesco, accelerano gli eventi dell’ottobre 1917, con la successiva richiesta di pace separata (Brest-Litovsk, 3 marzo 1918): una sostanziale resa, viste le durissime condizioni previste. Dopo la guerra sovietico/afghana (1979-89), il crollo del muro di Berlino, in autunno, dà il via alla liquidazione del regime che durava dal 1917. «Guardiamo all’Unione europea, non vogliamo essere “rieducati” a pensare come russi. Siamo poveri, ma forse più democratici di alcuni paesi già membri dell’Unione».

«Una mattina mi son svegliato… e ho trovato l’invasore russo»

Leggo un post che invita a solidarizzare con l’obiettore Jurji Sheliazhenko, incarcerato dal governo ucraino. Giusta presa di posizione. Con la legge marziale vigente è cessato il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza, che pure era prevista in precedenza. Però mi chiedo se analogo rispetto non dobbiamo avere per la scelta opposta operata da Artem Chapeye, volontario in guerra, con formazione culturale probabilmente affine a quella di chi sceglie di obiettare. Da lontano è facile argomentare e suggerire, possibilmente senza supponenza, le scelte da fare. Nel crogiuolo rovente della guerra domestica è probabile che il quadro cambi drammaticamente e costringa a tenere conto di fattori a noi sconosciuti. Non c’è solo il valore della vita, ma anche quello della libertà, talora confliggente. Anche in perfetta buona fede, non tutti hanno le stesse priorità, e l’altra eventuale guancia non è la nostra, ma quella di chi in guerra è stato trascinato. Il sottotitolo del libro suona infatti cosi: Pensieri sul pacifismo quando il tuo paese viene invaso. Un testo da leggere con disponibilità e attenzione.

«In fin dei conti – conclude l’intervistatore – perché ha deciso di andare volontario?» «La risposta sta nella vostra canzone, simbolo della Resistenza italiana, ormai nota in tutto il mondo. L’abbiamo tradotta in ucraino, cambiando qualche parola, ma la sostanza è la stessa: “Una mattina mi son svegliato… e ho trovato l’invasor”. L’abbiamo intitolata: “La furia ucraina”».

Dobbiamo questa intervista a una personalità poco nota come Artem Chapeye non a Radio Radicale, ma a Giancarlo Loquenzi, conduttore di Zapping su Radio1 RAI. Per chi la volesse riascoltare: Raiplaysound 28 maggio 2026, ore 20,30 circa. Sarà un caso che lo stesso giornalista agli esordi, molti anni fa, è stato direttore di Radio Radicale?