Il prologo giovanneo raggiunge certamente delle vette sublimi sul Verbo incarnato; ora, dopo simili altezze e in parte in “concorrenza” rispetto ad esse, lo scrittore usa una serie di antiche denominazioni di Gesù in cui si “vola molto più basso”, ben sei [non tutte lette nel vangelo odierno che si ferma a Gv 1,42]: agnello di Dio (v. 1,36), Rabbi/Maestro (1,38), Messia (che si traduce Cristo in 1,41), Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth (1,45), Rabbi, figlio di Dio, re d’Israele (1,49 in bocca a Natanaele), figlio dell’uomo (1,51). In tutto il Nuovo Testamento il termine “Messia” ricorre solo due volte e in questo vangelo: qui e in Gv 4,25 in bocca alla Samaritana.

Quel che dice Natanaele «Rabbi, figlio di Dio, re d’Israele», dato che (anche) il re d’Israele [e pure il popolo] era considerato figlio di Dio, è la prova inconfutabile che tale titolo poteva avere una valenza di stampo simbolico-metaforico molto meno pregnante di quella tradizionalmente intesa per Gesù. Il verbo incarnato del prologo non deve “fagocitare” le altre denominazioni di Gesù; in particolare la suddetta «Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth»: l’autore del vangelo più tardivo sa il nome del padre di Gesù, ma clamorosamente non sembra conoscere quello della mamma (Maria)! Infatti la chiama sempre solo la madre di Gesù.

Il vangelo odierno comincia con «Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli..». Siamo sempre nella regione desertico-arabica al di là del Giordano, col Battista protagonista (Gv 1,28). Non è ovviamente la Betania a ridosso di Gerusalemme, bensì quella al di là del Giordano: le varianti dei manoscritti (Betabara, Betaraba,forse migliori e più precise di “Betania”) segnalano una zona della Giordania orientale ai confini dell’Arabia.

Che ci facevano Andrea e Pietro… in Arabia prima che Gesù li chiamasse? Di Andrea si dice esplicitamente che era un discepolo del Battista; è abbastanza ovvio che anche Pietro fosse un simpatizzante di Giovanni, come Gesù e tanti altri, data la miriade di persone provenienti da tutte le parti, in particolare da Gerusalemme. «Accorrevano a lui l’intera Giudea…e tutti gli abitanti di Gerusalemme» (Marco 1,5): «Quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo» (Gv 1,19); «E alcuni di quelli mandati erano del gruppo dei farisei» (Gv 1,24). Mezzo mondo era confluito nel deserto da Giovanni che infatti, secondo la testimonianza di Flavio Giuseppe, aveva dato origine a un grosso movimento in Israele.

E i due discepoli rimasero con Gesù quel giorno sino alle 4 del pomeriggio (ovviamente in compagnia a conversare, in 1,39). Questa indicazione temporale (4 del pomeriggio) è del tutto superflua e irrilevante nell’economia del racconto; ma proprio per questo riflette un evento storico. Ciò significa che Gesù, prima di chiamarli alla sua sequela, ha ben conosciuto i suoi (futuri) discepoli nella cerchia del Battista: questo ci servirà per il commento al vangelo di domenica prossima, ossia la chiamata dei primi 4 discepoli al lago di Galilea, che non è stata “istantanea” per dei pescatori mai visti prima! È un modello letterario come la quadruplice chiamata di Samuele nel tempio (1ª lettura), seguita dal salmo responsoriale «Sacrificio non gradisci … non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato», che contesta gli agnelli immolati e l’economia sacrificale del tempio. Gesù ha conosciuto già nel deserto sia i futuri discepoli galilei e sia quelli gerosolimitani come Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea ecc.

L’altro discepolo (compagno di Andrea), che si pone anch’egli alla sequela di Gesù, è innominato [ben diversamente dagli altri: Pietro, Filippo, Natanaele…]; su di esso si estende molto probabilmente il ferreo anonimato del quarto vangelo circa il discepolo che Gesù amava e l’intera sua famiglia. Essendo allora il discepolo prediletto un giovane ragazzo di 15-18 anni, è più probabile che il suddetto compagno sia suo padre o suo nonno: uno di questi due è il discepolo che in Gv 18,15s fa entrare Pietro nel cortile dopo aver parlato con la serva, perché era di casa presso il sommo sacerdote.

Papia di Gerapoli ci tramanda che il discepolo prediletto si chiamava Giovanni, testimone del risorto e presbitero [non nel senso del nostro prete, bensì in quello di anziano, cioè leader delle chiese giovannee]. L’omonimia ha favorito la confusione con Giovanni di Zebedeo, protrattasi per circa 2000 anni e doppiamente erronea: il figlio di Zebedeo non fu il discepolo che Gesù amava, e men che meno l’autore di tutti gli scritti giovannei: il pescatore galileo non poteva certo raggiungere le vette letterarie del quarto vangelo [a lui attribuito perché faceva comodo avere un evangelista-apostolo testimone oculare dell’intero ministero di Gesù], e neppure essere un habitué dell’abitazione del sommo sacerdote a Gerusalemme.

E Policrate di Efeso, in una lettera ad un certo Victor di Roma, ci riferisce che fu iereus (sacerdote) che portava il “petalo”: ossia un diadema, lamina (anche d’oro) fissata al turbante in lino sulla fronte dei sacerdoti, segno distintivo del loro status. Si tratta quasi sicuramente della gerosolimitana altolocata famiglia Cleofa, di stirpe sacerdotale. Questo è il primo grande motivo (non l’unico) del ferreo anonimato: appariva estremamente disdicevole che Gesù avesse amato una famiglia di sacerdoti ebrei, in particolare quello più giovane, che però non è l’autore del vangelo né della prima grande lettera (che sono altri, i quali hanno tuttavia utilizzato le sue memorie scritte: Gv 19,35 e  21,24). Giovanni, di Gerusalemme-Efeso, è il presbitero-anziano autore della seconda e terza lettera, e della prima parte dell’Apocalisse («Io Giovanni» di Ap. 1,9 è reale poiché così si chiamava) sino alle lettere alle 7 chiese (comprese): amava…scrivere lettere.

Il leader del cristianesimo in Asia Minore un ex-sacerdote ebreo? Una cosa assolutamente da oscurare.

Mauro Pedrazzoli