Cominciamo dalla seconda parte del vangelo odierno, poiché nell’ultimo commento (2a domenica) abbiamo già preparato il terreno per capirlo bene, in quanto Gesù aveva già conosciuto e vagliato i suoi futuri discepoli nella cerchia del Battista. Qui la chiamata dei primi 4 discepoli (si suppone mai visti prima), che mollano tutto per seguire immediatamente Gesù, è agiografica; è un modello-cliché letterario che si ritrova anche presso altre culture: ad es. pure Budda (ho già ricordato come il vegliardo Asita faccia nei confronti del neonato Budda la stessa cosa che fa il vecchio Simeone a Gesù nel tempio) chiama lungo il fiume i suoi discepoli che lo seguono istantaneamente: uno di essi, Aciravati, camminerà sulle acque (altro motivo leggendario conosciuto dalla tradizione buddista).

Ma sono più intriganti le varianti di Luca, in cui i chiamati sono solo tre: manca Andrea che peraltro Luca ignora del tutto anche nel resto del vangelo: è presente solo nei due elenchi standard di 6,14 e Atti 1,13, ma non viene mai citato altrove, diversamente dagli altri tre vangeli in cui invece Andrea compare in qualche occasione. Luca non è nemmeno tenero nei confronti degli altri tre (i cosiddetti intimi, Pietro, Giacomo e Giovanni): di Pietro lui solo riferisce le parole dette a Gesù in Lc 5,8: «Allontanati da me perché sono peccatore». Non si tratta di una semplice frase di circostanza, di umile indegnità, bensì presuppone che il passato di Pietro non sia stato sempre cristallino: probabilmente era un ex-zelota (cosi erano chiamati i rivoltosi contro Roma) che infatti durante la cattura di Gesù (Gv 18,10) estrae la spada e taglia l’orecchio di Malco, il servo del sommo sacerdote. Quindi un combattente, un duro, veramente Pietro-Pietra ((Kefa).

In Luca 9,54 anche i figli del “tuono” (omen nomen) vogliono distruggere con un fuoco dal cielo un villaggio samaritano perché aveva rifiutato Gesù. E poco prima (9,49) quel fanatico di Giovanni aveva impedito ad uno di scacciare i demoni nel nome di Gesù perché non era “dei nostri”. Questa scena non è tanto nel ministero storico di Gesù, quanto una situazione delle prime comunità in cui circolavano dei cani sciolti, dei predicatori naif, “selvaggi”, che Paolo nella seconda lettera ai Corinti, preoccupato da questa deriva di falsi apostoli (11,13), chiama con sarcasmo per ben due volte «super-apostoli» (11,5 e 12,11).

Ma la parte più importante del testo evangelico è la prima, con la proclamazione del vangelo [=lieta novella] di Dio, il cui regno si è fatto prossimo in e con Gesù. Ovviamente non si tratta ancora dei (4) vangeli scritti; tuttavia Matteo 24,14 scrivendo questo vangelo, comincia già a intendere per “vangelo” in modo più concreto il suo scritto.

L’ultimo redattore romano di Marco ha aggiunto «Convertitevi e credete nel vangelo», cominciando ormai a comprenderlo ecclesialmente quasi come un corpo dottrinale a cui aderire. Per Gesù invece la fede è «gioia per Dio»; possiamo anche chiamarla «conversione», ma non primariamente nel senso tradizionale di un’appartenenza ecclesiale-confessionale (come le “conversioni” dal protestantesimo al cattolicesimo o viceversa); e neppure obbligatoriamente nel senso di riscatto dalla malvagità-peccato con digiuni e penitenze, fra l’altro sotto il pesante ricatto della distruzione della loro città, come nel caso degli abitanti di Ninive nella prima lettura [chi l’ha scelta, per legarla al vangelo, aveva in testa questa idea “terroristica”]. Ancor più infelice è la seconda lettura di 1Corinti 7,29-31: «Il tempo si è fatto breve; d’ora in poi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero….». È da cassare poiché Paolo, col «tempo si è fatto breve»,ritiene imminente la fine del mondo («passa la figura di questo mondo»), una delle sue più grosse “cantonate”; scrive infatti sempre nella 1Corinti 15,51: «Non tutti certo moriremo» (sic).

Nel vangelo più antico e originario (Marco) non ricorre mai la parola «legge», e neppure il verbo «peccare» [vedremo nella 7ª domenica del tempo ordinario che anche il perdono dei peccati (sostantivo amartia in greco) è stato forzatamente aggiunto nel racconto del paralitico in Mc 2,1-12 sempre dal redattore romano]; e la metanoia (conversione) ricorre una volta sola (Mc 1,4) nel vangelo marciano, ma a proposito del Battista, il cui annuncio è infatti minaccioso senza gioia (Matteo 3,7-12), tanto che Luca 3,10-14, abdicando all’ira imminente, lo “secolarizza” nelle sue risposte scontate ai soldati e agli esattori.

Il trinomio legge-peccato-conversione non esiste nell’originario vangelo di Marco! Mentre invece “peccato” (150) e “peccare” (50) imperverseranno circa 200 volte nel resto del Nuovo Testamento, basati, come tipico delle chiese, sulle trasgressioni della legge. Nel dibattito attuale circa la benedizione degli omosessuali e “irregolari” è chiaro che la lieta novella è oscurata dall’ossessione per le (presunte) prevaricazioni peccaminose.

Si tratta di accogliere finalmente [= «il tempo (kairos) è compiuto»; che non c’entra nulla con l’ora crono-logica della fine dei tempi] la vicinanza amorevole di Dio (= il regno di Dio), non tanto di appartenere a una chiesa (pur apprezzando ovviamente una vera e autentica comunità cristiana), e men che meno a un sistema religioso-sacrale che ossessiona la gente per una fede-conversione mai abbastanza matura.

Concludiamo con due aneddoti: il vangelo degli Ebrei è andato perduto, ma il bravo Girolamo ce ne ha trascritti alcuni brani, di cui uno riguarda il battesimo per il perdono dei peccati del Battista. Maria dice ai suoi figli (fratelli di Gesù, non cugini): «Andiamo tutti insieme da Giovanni nel deserto a purificarci». Al che Gesù, convinto di non averne bisogno in quanto senza macchia alcuna, controbatte: Quid peccavi? Nisi forte… «Ma in che cosa ho peccato? A meno che non me ne sia accorto!». È carino anche il fatto che Gesù, uscendo dalla tomba, regali la Sindone al servo del sommo sacerdote per risarcirlo dell’orecchio tagliato.