Nel commento di domenica scorsa ha suscitato un certo imbarazzo la nostra tesi che Gesù in prima istanza non abbia guarito il lebbroso. La suora che su TV 2000 (emittente della Cei) commenta il vangelo domenicale, ha completamente ignorato «lo cacciò via subito» (Mc 1,43), accentuando invece «Se vuoi, puoi guarirmi». Ma proprio il “se vuoi” ci segnala che in prima battuta Gesù non ha voluto sanarlo!
Abbiamo già commentato la seconda parte (v. 14s) del vangelo odierno in quello ormai letto il 21 gennaio 2024; ribadiamo solo che il «convertitevi e credete nel vangelo» è un’aggiunta ecclesiale dei redattori romani.
Concentriamoci quindi su Gesù nel deserto. Il racconto è stringatissimo rispetto a Luca e Matteo; innanzitutto non si dice che Gesù abbia digiunato, ma soprattutto così suonava l’originario Marco I: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase 40 giorni stando con le bestie selvatiche». Ossia Gesù trascorre nel deserto, senza tentazioni e digiuni, un periodo di meditazione (e preghiera) in preparazione al suo ministero pubblico, e senza essere accudito dagli angeli (assenti anche in Luca), in solitaria, attorniato solo dagli animali.
Il «tentato da Satana» e «gli angeli lo servivano» sono aggiunte del romano Marco II (2ª ediz.) ossessionato dall’angelologia e soprattutto dalla demonologia (come abbiamo visto nei vangeli del 28 gennaio e 4 febbraio), mentre il Marco I è molto più parco. Anzi la parola «diavolo» (diabolos) non ricorre mai nel vangelo di Marco (come pure la parola «legge», nomos, e il verbo «peccare»): se la funzione del diavolo è quella di indurre a peccare trasgredendo la legge divina, tutto ciò è assente e sconosciuto nel primo e più antico vangelo!
Angelologia e demonologia sono presenti pure nella seconda lettura dalla prima lettera di Pietro: Cristo «andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere» (3,19), ossia la discesa agli inferi, in cui «anche ai morti è stata annunziata la buona novella» (4,6); per poi ottenere la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze (3,22). Quindi tale signoria alla destra del Padre su tutte le gerarchie angeliche si instaura solo dopo l’ascensione (come in Efesini 1,20-22), non da sempre (ab aeterno in quanto Verbo). Demitizzando, il descensus ad inferos afferma l’universalità della salvezza operata da Cristo (perciò anche Virgilio può essere… in Paradiso).
Venendo alle tentazioni (che il Marco II non esplicita con uno stringato «tentato da Satana»), dobbiamo utilizzare Matteo 4,1-11 e Luca 4,1-13, che copiano in modo indipendente (ma praticamente identico) dalla fonte Q; è come a scuola: se il compito in classe dell’alunno del primo banco è identico a quello dell’ultimo, e si può escludere che abbiano comunicato fra loro, significa che entrambi hanno copiato dalla stessa fonte “esterna” (ad es. internet).
Osserviamo che in Q il tentatore è il diavolo e non Satana (che nell’AT sono figure diverse e distinte; «Satana» c’è solo nella replica di Gesù all’ultima tentazione in Matteo 4,10); e dobbiamo andare al di là del quadro mitico in cui Gesù viene “sballottato” lasciandosi trasportare dal diavolo nell’aria, in alto sopra la terra, onde vedere in un istante tutti i regni del mondo; che peraltro Matteo cerca di razionalizzare specificando su un «monte altissimo». E così pure sul pinnacolo del tempio: ricordiamo tuttavia che secondo l’attesa giudaica la sommità del tempio è il luogo della rivelazione della signoria del Messia.
Non bisogna lasciarsi condizionare dall’aspetto fantasioso dei voli pinnacolari-celesti, e guardare (come nel caso del serpente in Genesi 3) a quello che si dice con attenzione alle sfumature e ai “distinguo”. Anche in Genesi bisogna cogliere (solo) il significato delle parole del serpente: è inutile chiedersi chi o che cosa esso sia; e comunque, contrariamente alla tradizione catechistica, il serpente non è né Satana, né il diavolo, né il demonio.
Il succo delle tentazioni è il rifiuto della tipica concezione del potente Re e Messia davidico, che però è in contraddizione coi racconti dell’infanzia (Lc 1,32s), con l’ingresso trionfale, glorioso e regale in Gerusalemme (domenica delle Palme), e soprattutto con Mc 9,1 aggiunto dal Marco II: «Vi sono alcuni qui presenti che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (uno “svarione” che non è di Gesù!). Gesù nega e respinge l’intero messianismo ebraico, compreso il potere di operare prodigi (le pietre in pane) e la potenza dominante su tutti i regni del mondo.
C’è inoltre un’altra contestazione del giudaismo, secondo cui la signoria del mondo è di Dio (come in tutta la Bibbia, e pure nei testi liturgici); qui invece la signoria sul mondo è del diavolo: questa è un’idea relativamente nuova, di Q o forse di Gesù stesso.
Ma la cosa decisiva è la motivazione del rifiuto di Gesù: rigetta il potere in generale e in assoluto in quanto satanico-diabolico tout court (come normalmente viene inteso, spesso con roboanti filippiche contro i prìncipi di questo mondo), oppure solo in quelle condizioni e in quella situazione precisa perché esso proviene dalle mani del diavolo e richiede la sottomissione e la sua adorazione?
Se è valida la seconda ipotesi, c’è almeno una parziale conciliazione con la finale di Matteo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18; ossia Re del mondo e del cielo: una signoria datagli da Dio). Quindi è plausibile che, in altri tempi (dopo la resurrezione), in altro contesto-situazione, in altro modo, in una diversa concezione della sua signoria, venga conferita a Cristo da Dio-padre una forza trascendentale-spirituale che accompagna gli umani («io sarò con voi tutti i giorni» nella chiusa di Matteo), con la radicale contestazione di ogni logica di violenza e dominio.
Non potendo essere un Messia terreno (a cui hanno rinunciato con sofferta rassegnazione; in Atti 1,6 ci sperano ancora), è stato trasformato in un Messia celeste. Non è un caso che il millenarismo medievale (di Gioacchino da Fiore e altri), abbia tentato “disperatamente” di tenerli uniti: prima un regno di 1000 anni del Messia, sostanzialmente storico su tutte le nazioni; e poi, finito il millennio, la Parusia (o fine del mondo) col ritorno sulle nubi del cielo del Figlio dell’uomo attorniato dagli angeli.






