La Trasfigurazione è probabilmente un’apparizione post-pasquale retrodatata nella vita terrena di Gesù. Così come la camminata sulle acque (assente in Luca!) di Gesù scambiato per un fantasma, soprattutto in Matteo 14,22ss in cui anche Pietro cammina sull’acqua, è verosimilmente l’apparizione post-pasquale a Pietro, menzionata da Paolo in 1Corinti 15,5 ma mai narrata nei vangeli, retrodatata nell’esistenza storica. Esattamente all’inverso l’apparizione di Gv 21 è la reminiscenza di una pesca storica post-datata dopo la resurrezione (questi spostamenti temporali non devono stupire poiché i vangeli non sono cronache biografiche: tesi sostenuta in teoria dagli esegeti, ma non applicata in concreto dai predicatori, e non entrata ancora nella coscienza non riflessa dei fedeli).

È chiaro che la frase originaria di Pietro era: «facciamo tre capanne-tende, una per me, una per Giacomo e una per Giovanni» (soprattutto a quote elevate: un monte alto “assai” nel manoscritto Sinaitico); ossia in origine non comparivano né Mosè né Elia!

La Trasfigurazione avviene nei pressi della regione di Cesarea di Filippo (Mc 8,27ss), più precisamente sul massiccio montuoso dell’Hermon, con la cima più alta a 2800 metri. Su tali rocce permaneva la neve (quasi perenne), anche d’estate nelle loro profonde e scoscese fenditure, quindi in armonia ambientale e cromatica con le vesti candide dei personaggi, bianchissime “come la neve” (così nel codice D e nelle versioni latine; un paio di manoscritti, pensando al rimbalzo della luce solare sulla neve, aggiungono: «e brillò il suo volto come il Sole» in 9,2).

Più importante è che tale massiccio si trovi al di fuori della terra santa degli israeliti, e non abbia nulla a che fare col Dio dell’AT. Questo suggerisce un rapporto “critico” di Gesù nei confronti dell’Antico Testamento. Per fugare tale sospetto probabilmente sono stati in seguito inseriti Mosé (la legge) ed Elia (i profeti; la dizione “La legge e i profeti” riassume classicamente l’intera Bibbia ebraica), che discorrono con Gesù per sottolineare la continuità con le Scritture e la storia d’Israele. Solo Luca 9,31 esplicita l’argomento della conversazione: «parlavano della sua dipartita [esodo] che stava per compiere a Gerusalemme»; si tratta della semplice partenza per la città santa, o della passione-morte?

Anche qui, come in genere nelle edizioni critiche, è stata eliminata l’aggiunta pietistica: «mentre essi pregavano», o «mentre egli pregava» (Mc 9,2). Poi nella discesa dalla montagna il racconto originario di Mc 9,9-10 suonava: «ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto»; invece la prosecuzione «se non dopo che [quando] il figlio dell’uomo fosse risorto dai morti…chiedendosi però che cosa volesse dire risorgere dai morti» sono chiaramente aggiunte del Marco III (3ª e ultima edizione; fine anni 60?), che Matteo vede e trascrive, mentre Luca non le legge perché possiede solo il manoscritto del Marco II (2ª ed.; primi anni 60?). Il che significa che il vangelo matteano è posteriore, seppur di poco, a quello lucano, perché solo Matteo ha fatto in tempo a vedere il Marco finale, che è pure l’unico testo a noi pervenuto.

Il culmine della trasfigurazione mi sembra: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». Si tratta di ascoltare Gesù, non tanto di adorarlo o esaltarlo nel suo stato celeste. Ciò è tuttavia abbastanza strano nel vangelo originario (del Marco I, 1ª edizione), in cui c’è sì qualche detto (non di Q, ma soprattutto una “valanga” di fatti-guarigioni) e solo due parabolette contigue: quella del seme che cresce da solo e del granello di senape (Mc 4,26-32). Il romano-latino Marco II, giudicando forse un po’ troppo striminzite le due (fra l’altro) uniche parabole presenti nel vangelo, ne ha ampliato il medesimo significato con la più estesa parabola del seminatore (4,1-9), che contiene già una certa tendenza all’allegoria, la quale poi esplode nella successiva spiegazione (4,14-20: la spiegazione sicuramente non è di Gesù). Le parabole infatti sono un genere letterario palestinese che non hanno nulla a che vedere con le nostre allegorie italico-occidentali. Inoltre in Marco mancano i discorsi più consistenti, e clamorosamente il discorso della montagna: è perché l’evangelista lo ignorava, oppure, pur conoscendolo, ha deciso di ometterlo? Cercheremo di rispondere a suo tempo a questa difficile domanda, e pure a quella del perché i Sinottici non riportino un evento così portentoso come la resurrezione di Lazzaro.

In questa e nelle prossime domeniche commenteremo anche la prima lettura. È abbastanza conosciuto che all’inizio della Bibbia si alternino due tradizioni, due documenti: quello jahvista (sigla J, poiché chiama Dio Jahve, ad es. per Adamo ed Eva nel cap. 2) e quello sacerdotale (sigla P; ad es. la creazione in Genesi 1). Meno noto che a partire da Genesi 15 compaia una terza tradizione, chiamata eloista (sigla E, poiché chiama Dio Eloim come quella sacerdotale), che è appunto all’origine del sacrificio di Isacco e del decalogo (che verrà letto domenica prossima).

Il sacrificio di Isacco (Genesi 22,1ss) va visto nel suo insieme, globalmente inteso nel suo punto di forza, senza sottilizzare sui dettagli: cioè senza domandarsi come mai Dio chieda una cosa così folle, o cosa sarebbe successo se Abramo, di fronte ad una simile crudeltà, avesse disobbedito all’ordine divino, come Giona che all’inizio (1ª lettura di dom. 21 gennaio), anziché andare a Ninive su comando del Signore, scappò invece lontano a Tarsis. La richiesta divina è funzionale a rendere tutta la drammaticità di un sacrificio umano, anche se fermato in extremis!

All’origine del documento eloista c’è la fondazione del santuario israelita di Moria (Gen 22,2), in cui, a differenza dei santuari cananei, non si offrivano vittime umane. La sostanza è appunto il divieto dei sacrifici umani, peraltro esistenti nel mondo pagano: uno dei più celebri è quello di Agamennone che, in partenza per la guerra di Troia ma bloccato nel porto di Aulide dai venti contrari, sacrifica la figlia Ifigenia agli Dei perché gli modifichino…il meteo. Il racconto eloista implica dunque la condanna, pronunziata più volte dai profeti, degli orrendi sacrifici dei fanciulli (Levitico 18,21 e 20,2-5; Deuteronomio 12,31 e 18,10).