Cominciamo con rapide osservazioni sul decalogo, ossia le “dieci parole” della versione di Esodo 20,1-17 (ne esiste una seconda pressoché identica in Deuteronomio 5,6-21). Nel secondo comandamento non si intende la nostra bestemmia (quale trascinamento linguistico in momenti d’ira o di stizza): chi bestemmia è un maleducato, non un peccatore. Si tratta invece di non tirare in ballo Dio a sproposito attribuendogli cose scorrette, compreso l’uso magico del nome divino e lo spergiuro in nome suo. Il terzo dice di santificare i Sabati: il Sabato, che non è una festa, si santifica non lavorando (stop; non necessariamente andando in sinagoga; in termini cattolici sarebbe come dire che le domeniche si santificano cessando dal lavoro, e non necessariamente… andando a Messa).
Il sesto comandamento dice semplicemente: non commettere adulterio (stop): non dice non fornicare, non commettere atti impuri ecc.: nella storia è stato ampliato sino a contenere tutta la morale sessuale repressiva. Il “non desiderare” del nono e decimo comandamento non è un semplice e passeggero pensiero psichico-mentale (altrimenti le trasgressioni sarebbero… infinite), bensì semiticamente significa l’agire concreto, il darsi da fare per impossessarsi delle “cose” del prossimo (compresa la moglie e lo schiavo considerati una proprietà); è un caso particolare del settimo: non rubare.
Se il vangelo di Marco ha avuto tre edizioni, quello di Giovanni (solo) due: il primo evangelista (sigla Ev1) scrive intorno al 100/110 d. C.; invece il redattore ecclesiale (sigla Re2), autore del rifacimento (notevole) della seconda edizione, scrive intorno al 140 d. C. Le due mani sono ben visibili nel vangelo odierno sulla cosiddetta purificazione del tempio. Gesù combina un gran bel “casino” rovesciando i tavoli dei cambiavalute, aggredendo i mercanti e cacciando tutti fuori, compresi i buoi. Ovviamente non c’erano i buoi nell’atrio del tempio di Gerusalemme, ma Re2, che scrive in Asia Minore, ha davanti quelli pagani in cui c’erano i buoi con le pecore.
Ma questa è una quisquilia: Ev1 è contro il tempio e qualsiasi economia sacrificale (dei sacrifici animali, ma non perché la morte cruenta di Gesù si sostituisca ad essi). Diversamente dai sinottici in cui lo scontro avviene alla fine prima della passione, qui la separazione dal giudaismo è netta e già subito nel primo viaggio a Gerusalemme per la Pasqua pochi giorni dopo (Gv 2,12) le nozze di Cana. È posta all’inizio anche perché si tratta di una cosa estremamente decisiva: la sconfessione totale del falso culto giudaico, un “no” divino radicale a tutta la struttura templare. Per Ev1 si tratta di un definitivo giudizio inesorabile, tanto che sarà la principale accusa nel processo davanti al Sinedrio: «Non resterà qui pietra su pietra». Gesù minaccia la distruzione del tempio come nel vangelo odierno: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Gli dissero allora i Giudei: questo tempio è stato costruito in 46 anni [quello erodiano dal 19 a. C. al 27 d. C.] e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19-21). Si suggerisce un’analogia fra la durata di tale costruzione e l’età (del corpo) di Gesù; come il «Non hai ancora 50 anni…» (Gv 8,57): qui abbiamo un Gesù 45enne, più maturo del classico 30enne (sulla base di Luca 3,23).
Re2 invece tende a salvare il tempio cambiando le carte in tavola: trasforma l’attacco inflessibile di Gesù solo in una purificazione del tempio (che rimane valido), come nello sciagurato inciso di Gv 4,22: «poiché la salvezza viene dai Giudei» in quello stupendo passaggio sull’adorare Dio in spirito e verità, per avvalorare il tempio di Gerusalemme (non quello scismatico dei samaritani sul Garizim).
La citazione isaiana (56,7) di Marco 11,17 suona: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti! Voi invece ne avete fatto una spelonca-covo di ladri». Re2 l’accorcia sensibilmente nel detto: «Non fate della casa del Padre mio una casa di mercato», spostando la citazione biblica da Isaia al salmo 69 (68): «lo zelo per la tua casa mi divorerà». Le traduzioni hanno eliminato la ripetizione cacofonica del secondo termine “casa”; ma se c’era una cosa… da eliminare era «la casa del padre mio» [il cui zelo mi divora], poiché il tempio non è (più) né la casa del Padre, né tantomeno la casa di Gesù.
Ma Re2 almeno una cosa apprezzabile l’ha fatta: mentre i sinottici attaccano la spelonca-covo di ladri, Re2 rinuncia completamente all’aspetto ladrocinante, per attaccare il mercato tout court, anche quello perfettamente legale (senza ruberie). È l’unico, diversamente dai sinottici, che parla di denaro (ma usa kerma: monetine, spiccioli, quelli dei fedeli normali). È difficile, in campo cattolico, non pensare alle basiliche, chiese, santuari col loro apparato mercantile per i fedeli e pellegrini. Se col «Gettò a terra il denaro» si disprezza il “mercatino”, figuriamoci il “mercatone” del Vaticano e dello Ior, che pensano di poter servire entrambi i padroni (Dio e mammona: contro Matteo 6,24). Le chiese, così facendo, hanno disonorato il nome di Gesù, ricadendo nella religione templare contro cui egli aveva lottato.
Se proprio vogliamo usare il termine “tempio”, esso non è più una costruzione muraria, il luogo della religione sacrale che ogni chiesa usa come mezzo di auto-affermazione (Legge, Gerarchia, dogma), cercando la sottomissione devota contro la volontà divina rivelata che rovescia-sconvolge i criteri giudaici di contraccambio-ricompensa. È Gesù stesso il tempio!Ossia la sua vita e persona, il suo messaggio, il suo corpo («il tempio del suo corpo» nell’odierno Gv 2,21).
La conclusione del vangelo riflette un’ennesima notevole diversità fra i due autori: per Ev1 Gesù è certo dotato di una luce (divina) penetrante che scruta il cuore e la mente degli uomini (Gv 2,24: «non si fidava di loro»), ma non manifesta la tendenza ad esprimerne l’onniscienza in forma riflessa. Accentuarne l’onniscienza è invece una peculiarità di Re2, con la sua predilezione per la pre-scienza: ad es. le leggendarie predizioni del rinnegamento di Pietro, del tradimento di Giuda, o il fatto di sapere, pur essendo lontano, che Lazzaro era già morto (Gv 11,14).






