Il vangelo inizia con alcuni greci (ellenisti o giudei della diaspora) che vogliono conoscere Gesù, e utilizzano come intermediari prima Filippo e poi Andrea, che presumibilmente parlavano greco facendo da interpreti a Gesù. Fra gli apostoli infatti sono gli unici che hanno un nome greco, del tutto extra-ebraico. E proprio su loro due abbiamo qualche significativo dettaglio in più solo nel quarto vangelo (Gv 1,40.43-48; 6,5-9; qui in 12,21s, e 14,8-10), mentre sono “trascurati” dai sinottici.

Il brano di questa domenica è centrato sulla paraboletta del chicco di grano (che tratteremo durante il triduo pasquale) e sul detto a prima vista un po’ criptico di Gv 12,25: «Chi ama la propria vita (psuchê), la perde e chi odia la propria vita (psuchê) in questo mondo, la conserverà per una vita (zôê) eterna» (e non la vita eterna, come già spiegato domenica scorsa; si noti che in greco i termini per “vita” sono diversi).

Ci aiuta il parallelo con Mt 16,25 e Lc 9,24 (ripetuto in Lc 17,33): «Chi vuol salvare la propria vita la perderà; ma chi la perderà la salverà-troverà» [senza l’aggettivo “eterna”!], il cui significato è il medesimo del nostro passo odierno [il detto è praticamente identico nei due sinottici poiché entrambi “copiano” dalla fonte Q greca].

Anche il nostro testo di Gv 12,25 si concludeva originariamente con «la conserverà per una vita, oppure in vita» (stop; senza “eterna” che manca nella più originaria fonte Q); “eterna” è la solita aggiunta di Re2 (il redattore della seconda edizione del quarto vangelo), il quale poi prosegue col detto «dove sono io (Gesù) là sarà pure il mio servitore», totalmente estraneo al contesto, e in contraddizione col suo predecessore secondo il quale siamo amici di Gesù, non più servi [15,15; fra l’altro è pericoloso sentirsi (fanaticamente) servitori di Dio, come ci insegna la storia delle crociate e dell’inquisizione].

Occorre altresì tener presente che si tratta dell’odiare semitico, equivalente qui all’incirca al nostro “trascurare”, “negligere”; come in Lc 14,26 quell’inquietante (di primo acchito) «chi non odia sua padre e sua madre… non può essere mio discepolo», che abbiamo già spiegato sul foglio cartaceo n. 475 (novembre-dicembre 2020) nell’articolo Lascia e raddoppia, Detti brevi /2.

Tanto è difficile tradurre Gv 12,25 in maniera adeguata (data la diversità dei termini psuchê  e zôê, e la differenza tra l’orizzonte linguistico semitico e quello greco), tanto è relativamente facile capirlo: odiare significa “trascurare”, e di conseguenza il precedente “amare” qui significa l’opposto: ossia prendersi troppa cura di se stessi, dando eccessivo peso e importanza all’io personale, all’ego psichico in forma narcisistica.

Lo commentiamo con le belle e più moderne parole di Pier Angelo Sequeri in La speranza oggi e il fine dell’uomo (Queriniana 1983, pp. 135-152), che riassumiamo parafrasando. Sorge infatti la figura ambigua dell’altro, che può rappresentare una minacciosa “invasione” (come nelle migrazioni), oppure una potenziale risorsa: cioè con gli altri, non senza gli altri o peggio ancora contro di essi. Invece la minaccia genera il movimento dell’oppressione dell’altro, quale oscuro impedimento allo star bene. Certo bisogna cercare il bene, di star bene, di vivere bene e di essere bene, ma non nella forma del dominio, della sopraffazione ed esclusione, attraverso l’etica del risentimento e dello steccato (noi e loro contrapposti e separati).

Si tratta di restituire a Dio il suo volto autentico, rimanendo fedeli al suo desiderio più profondo, che è un desiderio prepotente, generatore di vita squisita e fiorente. Dio non censura il desiderio dell’uomo; Gesù non ricatta dicendo: «Voglio la tua vita di ora in cambio di quella eterna», mettendo così a soqquadro le categorie religiose.

In lui è stata finalmente demolita l’equazione: condizione umana sofferente = valore presso Dio. Lo star bene [“odiare la propria vita” non significa star male] deve incrementare il suo spessore, perché il vivere bene è il fondamento del valore. Per avere felicità Dio non chiede di rinunciare alla felicità; per avere vita Dio non chiede di rinunciare alla vita e alla soggettività autonoma. Dio chiede di ridisporre gioiosamente tutto il proprio essere nella forma della dedizione. Si tratta di far luce sul desiderio umano, e semmai di espanderlo nel senso del discorso della montagna: dovete desiderare molto di più del cibo e del vestito.

In questa prospettiva l’ostinata ricerca della propria radice in se stesso è indicata da Gesù come la presunzione “mortale” di poter salvare la propria vita separandola totalmente dalla sua originaria relazione con la vita dell’altro. L’uomo è chiamato a decifrare l’esistente e a ridisegnare la propria condotta nella direzione proposta perché questa è vita vera (quasi un sinonimo di salvezza): è la nuova alleanza inscritta nel cuore del celebre passo di Geremia (prima lettura).

E ciò indipendentemente dalla subordinazione esplicita a Gesù, alla sua parola, alla chiesa. Nel quarto vangelo non leggiamo: “Amatemi come io vi ho amato”, bensì «amatevi come io vi ho amato» (13,34 e 15,12). Dio non è interessato a se stesso: non esige di essere lodato nelle sue sublimi perfezioni per avere la salvezza, e non pretende un tête a tête con lui in chiave ascetico-mistica. Chi non si ridispone in questa prospettiva eccedente, muore, nel senso di essere perduto: è veramente una questione di vita o di morte per l’umanità (non solo cristiana). Sotto questo profilo la peccaminosa separazione del mio desiderio da quello dell’altro instaura nell’affermazione assoluta di sé un cammino di “perdizione”, illusoriamente vissuto come guadagno dell’esistenza.

La conclusione del vangelo odierno contiene imprecisioni non trascurabili; innanzitutto «E io, se sarò innalzato da terra, attirerò tutti (o tutto) a me» (12,32); e non quella scelta dal lezionario “e io, quando sarò innalzato…”, anche se presente in quei manoscritti che hanno trasformato l’imbarazzante frase ipotetica in una temporale certa. Gesù invece ha lottato con tenacia fino all’ultimo per sottrarsi a quel destino infame: «Adesso l’anima mia è turbata..Padre salvami da quest’ora!» (12,27: la punteggiatura non c’è nei manoscritti). Ma tale “disdicevole” forte resistenza (come in Mc 14,36a) è stata trasformata da Re2 nell’interrogativa retorica «che cosa dirò?», per poi rimarcarne, con tanto di voce angelica dal cielo, la piena adesione [Gv 12,27ss; come in Mc 14,36b (opera del Marco II, 2ª ediz.) che addolcisce la precedente richiesta di evitare il calice: «Però non quello che voglio io (cioè non morire) ma quello che vuoi tu»]. Sempre Re2, con la sua tipica pre-scienza attribuita a Gesù, conclude (12,33): «per indicare di quale morte “stava” (êmellen) per morire», e non il tendenzioso “doveva morire” della versione CEI, che insinua una necessità di tipo sacrificale.