In questa domenica i vangeli sono due: uno all’inizio nella commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme nell’eventuale processione con gli ulivi, e poi quello proprio della Messa costituito dalla storia della passione secondo Marco.
Per il primo si può scegliere tra Marco 11,1-10 oppure Gv 12,12-16: una differenza trascurabile è che solo in Gv 12,13 si parla di palme, mentre in Mc 11,8 (con Mt 21,8) genericamente di fronde-rami. Più significativa la seconda differenza: mentre in Gv 12,14 si dice sbrigativamente che Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, il Marco II (autore della seconda edizione romana del vangelo), come suo solito, attribuisce a Gesù la pre-scienza del futuro inviando due discepoli: «Troverete nel villaggio un asinello legato; slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno farà obiezioni, rispondete: il Signore ne ha bisogno ma ve lo restituirà» (Mc 11,1-6). Entrambi tuttavia (Mc e Gv) concordano negli Osanna durante l’ingresso glorioso da Re-Messia di figliolanza-discendenza davidica […del nostro padre Davide in Marco 11,10, il re d’Israele in Gv 12,13]. Un’entrata quasi leggendaria, o comunque problematica perché Gesù ha disdegnato tale regalità, riprovandola addirittura esplicitamente nel micidiale Mc 12,37: «Davide stesso lo chiama Signore; come può dunque essere suo figlio?».
Il Marco II ne ha combinate… di tutti i colori: ha inserito una seconda pre-scienza relativa ai due discepoli che vanno a… prenotare la grande sala con i tappeti per mangiare la Pasqua (Mc 14,12-16). Ha aggiunto il fico seccato il giorno dopo la maledizione (Mc 11,14.20; Matteo 21,19 taglia la testa al toro facendolo seccare subito), e pure il buio su tutta la terra da mezzogiorno alle tre del venerdì santo. Mentre nel Marco I (1ª edizione originaria) Gesù non dice una parola nel processo al Sinedrio (e nella realtà probabilmente nemmeno davanti a Pilato), il Marco II inserisce almeno una risposta sul «figlio del Benedetto, e figlio dell’uomo che verrà sulle nubi del cielo» (Mc 14,62), agganciandolo al precedente capitolo 13 da lui interamente immesso col discorso terroristico sulla cosiddetta «fine del mondo» (tutte parole sue, non di Gesù!).
Per quanto concerne la passione ci limitiamo ad alcune annotazione sulla cronologia degli eventi (tenendo presente sia il racconto odierno di Marco, sia quello di Giovanni che verrà letto il venerdì santo al pomeriggio). Utilizziamo il nostro calendario per evitare confusioni [in cui il cambio del giorno avviene a mezzanotte e non al tramonto del sole come in Palestina, nella quale quando ad es. mangiavano a tarda sera l’agnello pasquale non era più la vigilia della festa, ma era già cominciato il giorno dopo, ossia era già Pasqua].
Tutti e quattro i vangeli sono concordi: l’ultima cena al giovedì sera, poi la cattura e il processo nel Sinedrio durante la notte, al mattino del venerdì quello davanti a Pilato, quindi la salita al calvario, la crocifissione [alle 9 del mattino (Mc 15,25): se è così, il processo di Pilato all’alba deve essere stato rapido] e la morte alle 15 del venerdì santo, perciò dopo circa 6 ore di atroce agonia [solo in Luca 22,63-66 il processo davanti al sinedrio avviene al venerdì mattina: fra l’altro in lui non c’è la flagellazione (né prima né dopo per ordine di Pilato) e nemmeno l’incoronazione di spine; tuttavia i soldati-guardie, durante la notte in attesa del processo mattutino, lo insultano e lo percuotono “giocando allo schiaffo del soldato”].
Il problema è quando cadeva la Pasqua, che poteva avvenire in qualsiasi giorno della settimana (come il nostro Natale): dai sinottici traspare che l’ultima cena fosse una cena pasquale ebraica, e che quindi Pasqua fosse il venerdì santo. Ma è quasi assurdo: il processo davanti al Sinedrio sarebbe avvenuto la notte santa della lunga cena pasquale, e Gesù sarebbe stato crocefisso il giorno santo di Pasqua. Il quarto vangelo situa invece correttamente la Pasqua al Sabato (quel grande sabato di Gv 19,31). Per questo hanno deposto in fretta sia Gesù che i ladroni [fatti fuori velocemente perché di per sé l’agonia dei crocefissi, non flagellati, poteva durare giorni morendo lentamente per asfissia e disidratazione], poiché la sera stessa c’era la cena (con tutta la sua preparazione) e per impedire che rimanessero esposti il giorno successivo pasquale (Gv 19,31).
Cosa cambia con la datazione giovannea? Che l’ultima cena non fu una cena pasquale ebraica ma una cena d’addio e di tenero commiato, senza l’agnello pasquale [peraltro assente anche nei sinottici] e priva di ogni significato sacrificale, come vedremo nel prossimo commento al vangelo giovanneo del Giovedì santo. Più in generale, che Gesù sia stato crocefisso in occasione di una Pasqua ebraica è da considerarsi una coincidenza tutto sommato accidentale; anche se fosse morto in ottobre, nulla sarebbe cambiato per il triduo cristiano (anche se non più pasquale).
Il quarto vangelo è più preciso dei sinottici sulla cronologia della passione ed in certi dettagli di cronaca: come il discepolo gerosolimitano altolocato che, conoscendo il sommo sacerdote, fa entrare Pietro nel cortile (Gv 18,15s). In particolare i capitoli 18-19 (di Gv) rivelano una precisa conoscenza di Gerusalemme: il luogo (giardino) al di là del torrente (del) Cedron, il posto (Litostroto) davanti al pretorio dal quale Pilato pronuncia il giudizio conclusivo, la vicinanza della tomba al luogo della crocifissione [come nei capp. 9 e 5 i nomi delle due piscine, Siloe e Betsaida: di quest’ultima presso la porta delle Pecore sono stati ritrovati dall’archeologia i 5 portici (Gv 5,2)]. Direi che l’unica sbavatura (imperdonabile di Re2, l’autore della 2ª ediz. del vangelo) è in Gv 18,6 quando, al «Sono io!» di Gesù, tutti stramazzano a terra. A parte la data della Pasqua e le sbavature del Marco II, risulta attendibile pure il racconto del Marco I, che sembra molto vicino ai fatti narrati, o come testimone oculare [in 14,51s il giovinetto che fugge nudo?], o come molto ben informato da qualcuno dei presenti. Interessante a questo proposito che di Simone di Cirene (il portatore della croce) si facciano i nomi dei due figli, Alessandro e Rufo (15,21). Significa che erano conosciuti dai destinatari del vangelo (ossia i romani; infatti Matteo e Luca li omettono, perché a loro quei due sconosciuti non dicono nulla). Orbene Paolo, nella trentina di saluti alla fine della lettera ai romani, scrive con intenso affetto: «Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e sua madre che è anche mia» (Rom 16,13); quasi sicuramente si tratta della medesima persona (Rufo). Ossia la testimonianza diretta del Cireneo, almeno dalla salita al calvario in poi, tramite moglie e figlio, è pervenuta alla comunità di Roma dove è stato elaborato il vangelo di Marco.






