Signore, il mio passo è sulla Soglia
Della Tua Porta.
Rendimi umile di fronte al mio legato…
Il mio mero essere che importa?
Ombra di Te che hai ai tuoi piedi, disegno
Di Te in me,
Fa’ che io sia il chiaro e umile ingegno
Che rivela il tuo Fine.
Poi, sia morte o ombra quel che avverrà
Che qui rimanga
Quest’opera ch’è tua e in me comincia
E in Te finisce.
Sento che porta al mare il Tuo Fiume profondo
– Verità e Legge –
Il resto, sono io e l’ermo mondo…
E ciò che rivelerò.
La nebbia sale dall’alto monte
Si innalza fino alla luce.
La chiara vetta che la Tua luce bagna
Serena e chiara e fiat lux
Voglio essere la nebbia che sale
Per vederTi
L’umanità sofferente è cieca –
Il resto, solo essere…
(Fernando Pessoa, Sono un sogno di Dio)
La metafora della soglia è molto suggestiva per i tanti ambiti a cui la si può applicare. Da quando alcuni anni fa l’ho sentita citare e poi l’ho letta negli scritti di Simone Weil, mi pare sia tanto più eloquente in ambito ecclesiale. Avendola però sondata in tante delle sue possibilità (ho provato a scriverci su un libro, ma resta soprattutto un’ipotesi di lavoro), sono oramai persuasa che si tratti della postura più adatta per vivere nel nostro tempo, visto che non necessariamente vogliamo o possiamo accedere a tutti gli spazi a cui veniamo sollecitati, senza per questo desiderarne la totale estraneità. Un atteggiamento che, forse, già viviamo in tante situazioni quotidiane: è insieme interesse e presa di distanza, attrazione e timore, attenzione e necessità di distacco.
A pensarci bene è una postura adatta anche per conservare quel minimo di umiltà che ci impedisca di entrare ovunque, parlare di qualunque cosa, impossessarsi di ciò che non potrà mai essere nostro. È infatti un atto di delicatezza e di rispetto il restare sulla soglia, non certo indifferenza. Non siamo sempre adeguati, pronti, disposti. Non possiamo capire tutto, ma a tutto ci possiamo aprire – come appunto può essere l’affaccio sulla soglia. Infine, per avvicinarci al nostro testo, è accettazione del mistero divino e del mistero umano.
Anche nella preghiera siamo così sulla soglia della Sua porta (come il Cristo di Apocalisse 3,20 che sta sulla porta e bussa), scrive Fernando Pessoa in una poesia raccolta in testi di rara vicinanza al divino. Ed è per quello stare sulla soglia che l’io poetico chiede di essere umile ingegno del disegno divino (disegno / di Te in me), che in lui possa trovare inizio (come il seminatore che va a riposare di Mc 4,26-27) per proseguire altrimenti e senza di lui (Quest’opera ch’è tua e in me comincia / E in te finisce).
La rivelazione è espressa in metafore naturali (mare, fiume, nebbia, monte, luce), perché il mistero preservi la propria distanza dalla misura umana (la nebbia) e sia accessibile solo nella lettura (sempre parziale) di ciascuno. Quella che qui offro è probabilmente inesatta, come qualunque altra, già che il passo ci chiede appunto di restare sulla soglia.
Verità e Legge sono il fiume divino, che attraversa il mondo e la vita degli esseri umani; fuori è solitudine e, forse, deserto. O forse il mare a cui il Fiume conduce, perché Verità e Legge non si danno allo stato puro, e la chiarezza – il fiat lux – è possibile solo oltre la vetta dell’alto monte (luogo teofanico per eccellenza).
L’umano, avvinto nella nebbia e sofferente per la sua cecità (incapace di vedere Verità e Legge), non penetra la coltre di nubi, oltre la quale solo si irradia la luce divina, serena e chiara. L’io poetico invece quella nube anela a essere, per salire oltre il monte e vedere quella luce, per essere sogno di Dio.






