Riceviamo da una coppia di lettori una domanda di tipo esegetico relativo alle letture della veglia pasquale, che abbiamo girato al nostro redattore Mauro Pedrazzoli.
Per la Veglia di Pasqua, siamo andati in parrocchia. Molte letture dalla Scrittura. Anche Esodo 14 e 15: le piaghe, il passaggio del mare, il canto di vittoria. Ai nostri orecchi oggi fa problema questo Dio che affoga i nemici egiziani, senza scampo per nessuno, carri e cavalieri. Tocca a me leggerlo! Mi sono impappinato due volte pensando proprio a quel che leggevo. Poi ne parliamo e pensiamo che, come è esagerato il linguaggio degli innamorati, così il racconto di un grande evento di liberazione col tempo si amplifica in mito che tutto ingigantisce e trasforma, anche l’aiuto di Dio che gli schiavi in fuga riconoscono, e poi mitizzano, investendo anche Dio dei loro sentimenti, non tutti santi. Così è gonfiata e mitizzata, nei grandi eventi biblici, l’immagine di Dio, in forme umane, troppo umane. Credevo di sapere che il fatto di dire che è Dio che li fa morire è già un alleggerimento rispetto al dire: li abbiamo uccisi noi. E sta forse sulla strada che porta a dire: Dio si fa uccidere piuttosto di uccidere. Voi che ne pensate?
Enrica e Mario
Risponde Mauro Pedrazzoli
Per poter leggere in modo non letteralistico questo episodio, oggetto privilegiato di tanto arte e di tanto cinema, è importante leggere la Bibbia nella sua evoluzione: ci sono varie soglie, passaggi in successione che vengono via via oltrepassati, che possiamo riassumere schematicamente così:
1) Nell’ambito del concetto di personalità corporativa, Dio può colpire tutto il gruppo etnico e la progenie a livello collettivo: ad es. il peccato di Adamo che si trasmette a tutta la discendenza, o il diluvio universale.
2) Dio colpisce solo i nemici di Israele: siamo in uno strato arcaico come nel testo del Mar Rosso e la decima-ultima piaga dei primogeniti egiziani, un massacro di innocenti nella notte della Pasqua del Signore che colpisce pure gli Dei dell’Egitto. Infatti ci troviamo ancora nell’ambito dell’enoteismo: ossia «Noi abbiamo il nostro Dio, gli altri popoli avranno…i loro Dei», di cui vagamente e i forma non riflessa si presuppone la possibile esistenza; tanto che nelle guerre si riteneva che vincesse il popolo che aveva gli Dei più forti.
3) Dio colpisce anche il popolo d’Israele corporativamente, punendolo per i suoi peccati; così nel Deutero-Isaia (intorno al 550 a. C.) con cui sorge il Monoteismo puro: non siamo stati sconfitti dagli dei stranieri più forti del nostro, poiché essi non esistono. E se abbiamo perso, è perché il nostro Dio ci ha punito, prima con gli Assiri poi coi Babilonesi col relativo esilio.
4) Dio retribuisce tutti a livello individuale già nella vita storica (tesi sostenuta dagli amici di Giobbe).
5) Contestazione del male come pena e della retribuzione storica sia individuale che collettiva (Giobbe).
6) Dio non colpisce nell’ambito dell’esistenza storica (Gesù; Luca 13,1-5 / Gv 9).
7) Non solo Dio non colpisce, ma in Gesù è colpito (Passione e morte): dal massacro degli egiziani al Golgota ne è passata di acqua sotto i ponti…, fino al rovesciamento totale della logica della violenza: sono più di 1000 i passi dell’AT in cui si parla della violenza di Dio [e non ne è esente pure il NT, come ad es. nell’episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-11)].






