La riflessione sul carcere è spesso lasciata in ombra ed è invece particolarmente urgente, specie dopo il recente scandalo che ha colpito l’Istituto Penale per monorenni “Beccaria” di Milano. Altro che Mare fuori, verrebbe da dire! Un lettore che lavora coi carcerati, Claudio Montagna, interviene appunto dopo aver letto il pezzo di Ennio Tomaselli su Mare fuori.(red.)
Ho visto qualche puntata di Mare fuori. Secondo me la serie è fatta benissimo, ma è spettacolo, non “documentario” e io, dopo trentuno anni di teatro con i detenuti adulti dentro, non me la sento di continuare a guardarla. Quella splendida collezione di emozioni forti mi rende dipendente perché mi soddisfa e, appagandomi, in qualche modo mi ferma. Temo che succeda la stessa cosa ad altri spettatori. Temo, non perché sia sbagliato vederla, ma perché induce l’impressione di un sufficiente “sapere del carcere”. Lo spettacolo, spesso, imita il vero, però, per appassionare, deve generare sensazioni forti per mezzo di situazioni forti, affidate a personaggi solo apparentemente reali. Io paragono il carcere all’inferno, ma è un inferno le cui fiamme atroci sono appena visibili, dove le persone patiscono sommerse dal silenzio. È vero che a volte il dramma di essere reclusi diventa tragedia e il silenzio si trasforma in frastuono, sono le aggressioni, le violenze, i suicidi, ma, di solito, non ci sono rumori, nei corridoi tutti salutano piano e i capannelli si spostano parlottando appena. Il rumore, tremendo, è dentro ognuno.
Sul carcere manca “il documentario”, la serie che presenti persone e non personaggi, mostri la noiosa insopportabile quotidianità dei gesti ripetuti per anni nel dolore e nella menzogna, l’attesa silenziosa di parenti che non arrivano mai o non arrivano più, la fatica priva di colore delle guardie e la sofferenza priva di sfumature romantiche dei detenuti, la mancanza di celle, di affetti, stimoli, relazioni, speranza. E che chieda agli italiani cosa fare, come prevenire e come rimediare, che ne è di mariti, mogli, figlie e figli dei detenuti, come cancellare il marchio una volta scontata la pena, come tornare al lavoro, come trovare casa, come recuperare una dignità all’interno del tessuto sociale, come evitare i suicidi. Un documentario del genere, confrontato con la serie Mare fuori che è bella e piena di colore, risulterebbe grigio, poco televisivo, per niente spettacolare.
Quando noi presentiamo le nostre performance al pubblico cittadino, molti escono in lacrime. A vedere i detenuti seri e impegnati sul palcoscenico, verrebbe da assolverli tutti: come possono essere colpevoli, esseri umani come noi? Sì, hanno sbagliato, però, poveretti… Io faccio di tutto perché il pubblico non pianga, c’è il rischio che una volta fuori si senta soddisfatto di questa momentanea offerta di un contributo in lacrime, e poi si dimentichi del carcere. Non voglio nemmeno che applauda solo perché «per essere dei detenuti sono stati bravi». Voglio che, grazie a un momento di compresenza, il più possibile accurato, grazie alla poesia, alla bellezza e all’arte del teatro, possa ricordare delle persone, esseri umani e non personaggi, che devono volere e poter guarire una ferita sociale e propria, e che hanno necessità di strutture e servizi, e di un impegno collettivo che li aiuti ad arrivarci.
Claudio Montagna






