È il vangelo della celebre tempesta sedata, in cui Gesù dimostra il suo potere sul vento e sul mare-lago di Galilea; in connessione con la prima lettura di Giobbe (38,1.8-11) nell’uragano, col Signore che aveva fissato sin dall’inizio i confini dei mari contro cui si sarebbe infranto l’orgoglio delle loro onde, e soprattutto col salmo responsoriale, in cui il Signore prima scatena un vento burrascoso che innalza onde gigantesche, per poi placare la tempesta nella bonaccia. Gesù, che comanda al vento e al mare, è presentato come colui che ha lo stesso potere di Dio: quindi si può contare su di lui nella massima fiducia, nella fede senza paura (Mc 4,40).

Nei vangeli abbiamo tre categorie di “miracoli”: guarigioni, prodigi della natura (tempesta sedata, camminare sul lago, moltiplicazione dei pani ecc.), e tre resurrezioni. Sono sostanzialmente storiche le guarigioni operate da Gesù, a parte qualche esagerazione relativa soprattutto alla loro (mitica) istantaneità: nei vangeli non ci sono… convalescenze. Oltretutto le guarigioni sono ontologicamente possibili: le facciamo pure noi, e nella storia sono esistiti i guaritori, che non erano tutti ciarlatani.

Non sono invece storici i cosiddetti «miracoli sulla natura», di 4 tipi: quelli di donazione (vino a Cana, moltiplicazione dei pani), di salvataggio (tempesta sedata), di epifania (camminare sulle acque) e di maledizione (fico sterile in Mc 11,14.20s). E le resurrezioni? Lo vedremo domenica prossima a proposito della figlia di Giairo.

I miracoli della natura (come sfamare migliaia di persone con pochi pani e pesciolini) sono ontologicamente impossibili in assoluto, per cui non possono essere riproposti nella storia umana, come nel finale del film-sceneggiato su santa Chiara d’Assisi, in cui con un piccolo filoncino di pane si dà da mangiare ad una trentina di suore. Infatti sono sempre impossibili, e non solo in una specifica epoca a causa di un’impossibilità pratica e temporanea dovuta all’arretratezza di quella civiltà: ad es. in passato le telecomunicazioni, che non erano ontologicamente impossibili, ma solo impraticabili per mancanza delle conoscenze e delle tecnologie adeguate. Così pure non v’è stata alcuna tempesta repentinamente sedata, nessuna camminata sull’acqua e neppure a Cana un’istantanea sua trasformazione chimica in vino.

Questi racconti sono sceneggiature, finzioni che denotano l’attività del costruire, rielaborare, (rap)presentare, immaginare; e quindi pure la supposizione ideale, la creazione ipotetica, il ritrovamento magico (nel motivo fiabesco della moneta d’argento per la tassa del tempio nella bocca del pesce in Mt 17,24-27: per fortuna hanno avuto il buon gusto di non concludere: «E Pietro fece proprio così»). Sono finzioni funzionali, nel nostro caso a evidenziare la grandezza, forza e, diciamo pure, la divinità di Gesù.

Per questo «osserviamo la cura speciale messa dall’evangelista nel raccogliere i miracoli del Redentore e, quando non li racconta per minuto, nell’accennare al loro grande numero (Mc 6,13.56). Essa si accorda molto bene con lo scopo e i destinatari del secondo vangelo [i pagano-greci in generale, i Romani nello specifico]. È nota infatti l’importanza grande che i pagani annettevano al miracolo come manifestazione della divinità: e fra tutti i pagani, i Romani – come si può vedere da Tito Livio, da Tacito e da Plinio – godevano su tal punto certamente il primato» (G. Bonaccorsi, I primi tre Vangeli e la critica letteraria, Ed. Artigianelli-Monza 1904, p. 105).

Ma questo valeva in quel mondo mitico per gli uomini di allora: oggi le cosiddette guarigioni miracolose per le canonizzazioni dei santi (si noti che sono valide solo se istantanee come nei vangeli) non dimostrano più niente, perché comunque sono fatti naturali, seppur eccezionali, con cui Dio, i santi o la madonna non hanno nulla a che fare. I tumori che vanno in remissione spontanea sono in numero maggiore dei presunti miracoli di Lourdes: sarebbe scandaloso se guarissero “miracolosamente” solo alcuni pellegrini e non altri (anch’essi oranti).

La questione cruciale è la forma insuperabilmente oggettivante del linguaggio mitico, mediante la quale la cultura epocale antica (Bibbia compresa) descrive la presenza e l’azione causale della divinità. Il mito induce la reificazione del divino nell’oggettività mondana dell’accadere. Ma il fatto che l’azione del divino sia proposta a livello materiale è insostenibile per l’uomo moderno: ossia la scienza e la filosofia degli ultimi quattro secoli hanno portato ineluttabilmente a questo risultato. Parafrasando Bonhöffer, è Dio stesso che ci sospinge a questo riconoscimento, dissolvendo dogmatismi inalterati da secoli.

Abbiamo una demitizzazione secolarizzante imperniata sul non-intervento molecolare-energetico di Dio nella storia del cosmo e del mondo, che trae le ultime conclusioni del lungo cammino da Copernico-Galileo a Bonhöffer. La tesi centrale e portante consiste appunto nella non-interferenza di Dio a livello di massa-energia (fisica) nella storia universale dell’umanità (ad eccezione della creazione che richiede una trattazione a parte).

Il dato di fatto che Dio non intervenga a salvare le persone e a placare gli uragani è cristallino sotto gli occhi di tutti: resta la domanda del perché. Perché non vuole o perché non può? La tradizione, per salvare l’onnipotenza, ha sempre risposto che potrebbe ma non vuole, o meglio non ha voluto sin dall’inizio «lasciandosi scacciare dal mondo» nell’autotrattenersi, autolimitarsi, autoescludersi (Tzimtzum in ebraico). Tale decisione sovrana comunque, sia iniziale che postuma, è sempre un non-volere, anziché un non-potere. Ma se Dio è in grado di farlo, non si capisce perché non guarisca, su preghiera dei genitori, un bambino gravemente malato e sofferente, quindi senza alcuna violazione del libero arbitrio (che ci sarebbe invece se fermasse la mano dell’assassino).

La nostra tesi è invece quella del non-intervento energetico-causale divino non perché non vuole, ma perché non può per necessità metafisica, in quanto l’opera e l’azione di Dio, in quanto Spirito, si situano a livello spirituale. Ciò è analogo ai miliardi di neutrini sparati dal Sole che bucano la terra e i nostri corpi proseguendo la loro corsa senza colpo ferire come se la massa-materia terrestre non esistesse. Come i neutrini interagiscono solo con la “nucleare debole” (la forza di E. Fermi nel radioattivo decadimento Beta, per cui ha preso il Nobel nel 1938, giusto in tempo per fuggire da Stoccolma negli Stati Uniti a causa della moglie ebrea), così Dio si interfaccia solo con lo spirito umano, come una brezza che decade dal cielo irradiandosi in risonanza col campo storico-esistenziale degli uomini. Dio e uomo possono e devono essere pensati come coloro che s’incontrano nella libertà (da ambo le parti) dello spirito. Di conseguenza tale rapporto va visto come proposta, offerta, richiamo, appello; Dio può solo spiritualmente insistere, persuadere, ispirare, ma non costringere o bloccare.

Certo può sorgere la domanda inquietante: «Ma se Dio non può trattenere una pietra che cade, né deviare una pallottola sparata contro un individuo, né bloccare l’auto che ci viene addosso…, se non è capace di intervenire su questi eventi sarà poi in grado di ridare la vita ai morti?» (Armin Kreiner, Dio nel dolore, Queriniana-Brescia 2000, p. 106). In ogni caso si tratta di un’azione eminentemente spirituale. Se fisicamente intendiamo la causalità come condizione necessaria e sufficiente all’occorrere di fatti ed eventi, allora Dio non causa alcunché e non influisce materialmente su nulla.

Ma la triste verità è che la chiesa è ancora immersa nella mitologia fiabesca. Assistiamo impotenti a numerosi sceneggiati, come l’incensato film Il vangelo secondo Maria tratto dal romanzo di Barbara Alberti in cui, in chiave femminista, ella si ribella a Dio che l’ha ingravidata a sua insaputa e contro la sua volontà (sic). Così pure è elogiata la serie The Chosen («Gli eletti»), che ha ormai raggiunto più di 40 puntate in due stagioni (trasmessa in Italia da TV 2000 della Cei e vista nel mondo da milioni di persone): per svecchiare la predicazione e attrarre i giovani non basta un Gesù che simpaticamente balla, se poi il messaggio è banalmente fatuo e pure falsato.