Nella seconda lettura (2Cor 12,7-10) è quasi impossibile fra le varie supposizioni (malattia cronica, fisica o psichica, omosessualità ecc.) individuare in cosa consista la spina nella carne procuratagli da Satana che affligge Paolo perché non monti in superbia; dato che la malattia sta sotto il regno diabolico, è un ulteriore indizio che nei vangeli la distinzione fra guarigione ed esorcismo non è così netta.

Ma più micidiale è il vangelo odierno, in cui Gesù è definito il falegname, o il figlio del carpentiere Giuseppe (Mc 6,3 in alcuni codici; seccamente il figlio di Giuseppe in Lc 4,22). Il redattore finale (terza edizione del Marco III) ha cambiato, come risulta dalla tradizione manoscritta, «figlio di Giuseppe» in «figlio di Maria», forse per salvaguardare la concezione verginale di Cristo (la cosiddetta Virginitas ante partum, la verginità prima del parto di Gesù).

Gesù ha avuto 4 fratelli (coi nomi riportati, di cui il primo è Giacomo) e un numero imprecisato di sorelle, che ovviamente collidono con la verginità perpetua di Maria (virginitas post partum, la verginità dopo il parto, cioè per sempre). Per superare il contrasto con la dogmatica cattolica si è ricorsi al fatto della scarsità dei termini ebraici (e aramaici) indicanti i vari generi di parentela: fratello e sorella sarebbero serviti per indicare anche parenti di secondo grado (come i cugini). Quindi i fratelli sono stati intesi come cugini, oppure come figli di Giuseppe avuti in un precedente matrimonio. Un doppio escamotage decisamente patetico per preservare la Madonna sempre vergine (tutt’ora presente in tutti i film-sceneggiati); ma perché rimanere a tutti i costi illibata? Una delle ragioni è che la madre di Dio (Theotokos) doveva essere sessualmente intoccabile, nemmeno dal marito dopo la nascita del primogenito Gesù: questo la dice lunga sulla concezione della sessualità sottesa.

A fronte del fatto che neppure i suoi fratelli credevano in lui (Gv 7,5), la figura di Giacomo, il secondogenito di Maria e Giuseppe, non è del tutto chiara: compare in Atti 12,17; 15,13 e 21,18. Ma il reticente Luca non ne precisa la parentela o la provenienza, per cui non si sa bene chi sia, tanto che in passato è stato confusamente scambiato col figlio di Zebedeo. Solo grazie alla lettera ai Galati 1,19 (menzionata anche l’apparizione a Giacomo in 1Cor 15,7) sappiamo da Paolo che era «il fratello del Signore». Tuttavia la cosa più strana è che fosse a capo della chiesa di Gerusalemme con un’autorità pari se non superiore a Pietro. Ma come è possibile, se non compare mai nella vita pubblica di Gesù? (solo perché era il suo fratello carnale?). Il dato però non è forse del tutto esatto: nel vangelo di domenica scorsa (Giairo, Mc 5,37) c’è una stranezza: «Gesù non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, a Giacomo e Giovanni, il fratello di Giacomo». Ma non c’era alcun bisogno di specificare chi fosse Giovanni (come in Luca 8,51 «all’infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e i genitori della fanciulla»), poiché tutti fin dall’inizio sapevano benissimo chi era. Invece semmai c’era (quasi sempre) bisogno di chiarire quale Giacomo fosse: il figlio di Zebedeo (in particolare se nominato da solo come per il suo martirio in Atti 12,2), o Giacomo di Alfeo (l’altro apostolo), o il padre di Giuda (non l’Iscariota), oppure il fratello del Signore. A mio parere qui in Giairo veniva specificato in origine chi fosse questo Giacomo, ossia probabilmente il fratello del Signore (che quindi ha almeno in parte partecipato al ministero pubblico: l’omonimia ha favorito la confusione): «…fuorché Pietro, Giacomo suo fratello (di Gesù) e Giovanni». Poi la fratellanza è stata spostata in avanti (in modo ridondante e inutile) su Giovanni. È pure possibile che, quando compare la triade degli intimi (Pietro, Giacomo e Giovanni), Giacomo non sia sempre il figlio di Zebedeo, ma qualche volta il fratello del Signore (come le tre colonne di Galati 2,9 in cui Giacomo ‒ di Gesù ‒ è addirittura al primo posto: «Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, ritenuti le colonne» ‒ della Chiesa).

Dall’iniziale stupore (che sembra positivo) dei suoi compaesani, con l’inserzione del detto «Nessun profeta in patria», si passa bruscamente alla loro incredulità per cui «non operò alcun prodigio» (nel Marco I originario molto secco). Ma il Marco III non ha digerito questa durezza, e ha voluto inserire a tutti i costi qualche guarigione: «ma solo impose le mani a pochi ammalati guarendoli»; e in Mt 13,58 «Non fece molti miracoli a causa della loro incredulità». Il miracoloso, anche minimo… ci deve sempre essere!

Ma il racconto originario è molto antico e conforme alla realtà storica. Il narratore possiede concrete informazioni sulla numerosa famiglia di Gesù, che la tradizione seguente ha rimosso per cementare la verginità perpetua di Maria. È vero che le lingue semitiche, nel nostro caso l’aramaico, a volte sono relativamente “povere” in quanto il medesimo termine può avere più significati (ma non è questo il caso di fratelli-cugini). Julius Wellhausen (Einleitung in die Drei ersten Evangelien, Introduzione ai primi tre Vangeli, Berlino 1911, pp. 17-27) enumera parecchie espressioni semitiche con più valenze.

Ad es. il termine aramaico illa può significare sia il nostro se non eccettuativo che il ma avversativo; come alla fine della trasfigurazione: «E non videro più nessuno, ma Gesù solo (Mc 9, 8). Forse meglio il «se non Gesù solo» di Mt 17,8 e delle versioni italiane.

Inoltre il verbo aramaico «dare» può significare anche «fare, porre, concedere, tenere»; come in Mc 3,6 che suona alla lettera: «I farisei … diedero consiglio per farlo morire». Non si tratta di un semplice suggerimento-consiglio bensì di «tenere consiglio», ossia un’assemblea per organizzare il complotto. Ciò avviene dopo la guarigione dell’uomo con la mano paralizzata (inaridita): una variante del Vangelo degli Ebrei dice che la mano gli serviva anche per il suo lavoro di muratore; quindi Gesù gli ha pure ripristinato la possibilità dell’autosussistenza (probabilmente un dettaglio storico; i vangeli apocrifi non sono carta straccia da buttare).

Ma il più imbarazzante semitismo è che «non verrà dato alcun segno a questa generazione»; tuttavia Mc 8,12 (che non sarà letto quest’anno) alla lettera suona: «Se verrà dato un segno…» stop: una protasi sospesa di un periodo ipotetico senza l’apodosi seguente che mi ha fatto “impazzire”. Ho trovato la soluzione sempre in Wellhausen (ivi 26): si tratta di una particolare formulazione del giuramento semitico, del tipo: «Giuro che non verrà dato alcun segno», ma «se (per caso, eventualmente) verrà dato un segno, che mi venga un accidente..»; questa è l’apodosi sottintesa normalmente omessa per la sua durezza. Una frase sicuramente storica: chi avrebbe mai potuto inventarsi una simile imprecazione, augurando un accidente al redentore? Se quindi Gesù ha giurato, quasi imprecando, che non verrà dato alcun segno, allora cosa sono la valanga di guarigioni nel vangelo marciano? E i sêmeia (segni) del quarto vangelo (da quello duplice a Cana sino al cieco nato)? Sorge il sospetto che ci sia stata una proliferazione e amplificazione delle guarigioni per fini apologetici, per presentare un Gesù Superman, un uomo divino. La perenne superiorità di Gesù su tutti (discepoli, interlocutori, avversari) è quasi… antipatica: sempre il primo (il numero 1), il più grande, il “saccente” che sa tutto ed ha l’ultima parola, praticamente un “divo” perfetto senza dubbi, ripensamenti, sempre nel giusto… L’immagine di Gesù fornita dai vangeli è stata “pompata” e in parte “distorta”.

A mio parere dobbiamo oggi presentare un Gesù più ricco di umanità, tenerezza, sapienza, fraternità, pace, amore… senza dare troppo peso ai cosiddetti miracoli, e men che meno a quelli “mitici” della natura (tempesta sedata, camminata sulle acque…); le guarigioni ci possono anche stare, ma senza esagerare, cum grano salis, deprivate della loro istantaneità e soprattutto rivolte alla salvezza integrale degli uomini. Perciò un Gesù più umanizzato, non un essere divino; nato in modo normale, e cresciuto per 30 anni e più in una famiglia numerosa nella conduzione familiare della falegnameria assieme al proprio padre (naturale, non putativo); un tipico ebreo di Galilea lavoratore “autonomo”.