Prima di presentare il vangelo sull’aspra controversia circa la purità-impurità, facciamo un cenno alle belle parole del salmo 14 (15) e della seconda lettura (quella continua della lettera di Giacomo), tutt’ora attuali. Nel salmo responsoriale leggiamo: « [Il giusto] dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino…Non presta il suo denaro ad usura e non accetta doni contro l’innocente» (incorruttibile). In quella di Giacomo 1,27 troviamo: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze»: cioè occorre difendere i deboli, poiché l’orfano e la vedova in una società patriarcale erano l’emblema della povertà e della dipendenza, senza la tutela paterna o maritale; oggi potremmo aggiungere ai non-garantiti lo straniero, che la Bibbia ebraica dice più volte di amare e di trattare come se fosse nato fra noi!

Nel vangelo i farisei rimproverano i discepoli di non lavarsi le mani prima di «mangiare i pani» [espressione semitica di Marco I per “mangiare”, non necessariamente il pane; in realtà anche Gesù in Lc 11,37s omette di lavarsi le mani prima del pasto]. Marco III (autore della terza e ultima edizione) saggiamente interviene con un lungo inciso per spiegare ai romani (e più in generale ai pagani) tutta sta “faccenda delle stoviglie” (Mc 7,3-4). «I farisei infatti e tutti i giudei non mangiano se non si sono lavate le mani “accuratamente”», più precisamente con un “pugno” (latinismo, tradotto con pugillo nella Vetus Latina), ossia una manciata (d’acqua) in una mano semichiusa. Era quanto mai necessario spiegare la trafila dell’impurità: tornando dalla piazza (agora) del mercato, ove si sono toccate parecchie cose “immonde”, le mani risultano impure e quindi, se non lavate [non si tratta di un lavaggio solo igienico, bensì rituale e sacrale], rendono impuro il cibo che a sua volta, entrando nell’uomo, lo contamina, per cui non potrebbe partecipare al culto.

Segue l’elenco delle varie abluzioni, tra cui quella delle “stoviglie”: xestôn (7,4), secondo latinismo più pregnante (la firma di Marco III) quale misura romana del sextarius, il sestiere (la sesta parte del boccale da tre litri abbondanti), quindi una coppa da mezzo litro come la nostra caraffa di vino. Il lavaggio del vasellame si conclude con quello dei letti: ossia la lavatura dei mobili sui quali si giace o ci si siede. Può sembrare contrastante l’alternarsi dei semitismi e latinismi, ma non è così: i semitismi sono di Marco I, i latinismi dei romani Marco II e III.

Finita la parentesi esplicativa, prosegue Marco I originario con un Gesù che risponde arrabbiatissimo chiamandoli “ipocriti”, poiché nelle loro regole inventate con tradizioni “vane e stolte” (così nel codice D e in parecchie versioni latine nel v. 13) trascurano il comandamento di Dio. E fa l’esempio del korban (purtroppo tagliato nel vangelo odierno; perché?), la cospicua offerta rituale che però esimeva dal sostentamento dei genitori, violando così il 4° comandamento. Gesù conclude che non sono le cose che da fuori entrano nell’uomo a contaminarlo, bensì quelle che escono dal cuore degli uomini (stop): così terminava il racconto originario del Marco I, per cui le parole di Gesù finiscono qui.

Nei commenti passati abbiamo spesso parlato del Marco II, ma oggi va in scena il Marco III che, oltre all’inciso esplicativo iniziale, prosegue (v. 17ss; quando Gesù si ritira in casa a dare spiegazioni, è quasi matematico che si tratta di un’aggiunta) specificando l’entrata innocua del cibo che non va nel cuore, bensì nel ventre e quindi in escrementi nella latrina (anche questo stralciato nel vangelo odierno; perché?). Così si perde la solenne dichiarazione che tutti i cibi sono puri, contro tutta l’impurità veterotestamentaria, in particolare il libro del Levitico (capp. 11-15).

Marco III prosegue ulteriormente (vv. 21-23) riportando alcuni esempi di cose-pensieri cattivi, ma solo sei, quelli che Matteo 15,19 trascrive fedelmente, i quali si riferiscono principalmente alla seconda tavola dei comandamenti (dal 5° all’8°). Ma qui nel brano di Marco ce ne sono ben dodici (il doppio), nella forma tradizionale di un catalogo di vizi: quelli aggiuntivi non sono opera di Marco III (altrimenti Matteo li avrebbe visti e copiati), bensì di un glossatore posteriore. Infatti ha introdotto l’avidità-avarizia e la lussuria nella scia dell’adulterio: sempre che esso sia da considerarsi lussurioso e non amoroso dati i matrimoni allora obbligati; come Paolo e Francesca da Rimini in Dante, il quale peraltro era sposato con Gemma Donati [già promessa sposa a lui dodicenne nel 1277 con atto notarile] ma… amava Beatrice, poiché la sessualità-matrimonio-procreazione era una cosa, l’amore un’altra per miriadi di secoli. Il matrimonio d’amore con libera scelta del partner, ossia la grande unione sessualità-amore, esiste nel nostro mondo (non dovunque) solo da circa 100-150 anni.

In tale quadro la lussuria è un concetto di difficile esplicazione: infatti le traduzioni del nostro passo sono (s)variate nei loro numerosi sinonimi del tutto generici, senza precisazioni concrete: impudicizia (che cos’è?), impurità (che cos’è?), dissolutezza, cupidigia, lascivia, libidine ecc. Poi sempre il nostro glossatore ha aggiunto la superbia [l’apax uperêfania: quello che nella tradizione cattolica era considerato il principe dei vizi ricorre solo qui nell’intero NT] e l’invidia, più precisamente l’occhio cattivo (ofthalmos ponêros) nello sguardo maligno.

In pratica (solo) questa glossa posteriore [assieme a un paio di rapidi cataloghi paolini, come in Romani 1,29-31 e Galati 5,19-21] ha dato il via ai 7 peccati/vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. Essi non hanno nulla di particolarmente e specificatamente cristiano, risultando estranei ai vangeli e soprattutto a Gesù stesso, che non ha mai parlato di superbia, avarizia, né di accidia e di invidia, e men che meno del peccato di “gola”; anzi, se proprio vogliamo, è incappato lui stesso spesso nel vizio dell’ira (come nel vangelo di oggi). L’unico cenno alla lussuria [messo in bocca a Gesù ma non è suo] è in Mt 5,28: «chi avrà guardato una donna per desiderarla…».

Nel secoli i 7 vizi hanno assunto una surdeterminazione abnorme [sino a costituire le cornici del Purgatorio dantesco], diventando il criterio della condotta morale cristiana (oltre ai peccati più gravi come l’omicidio e il furto, contemplati nei comandamenti). Tuttavia il decalogo, come il discorso della montagna e altri passi evangelici significativi, sono stati di fatto subissati e marginalizzati dai 7 peccati, anche nel confessionale: da ragazzino il confessore non mi ha mai chiesto se ho amato il prossimo, ma sempre se avevo commesso atti impuri!

Il sesto comandamento della legge mosaica dice «Non commettere adulteri» (e basta; idem il nono col «non desiderare la donna d’altri»), in un tempo in cui il marito poteva avere rapporti con tutte le donne libere (prostitute comprese) senza peccare e senza commettere adulterio! Cos’è qui “fornicazione”, e cosa significa lussuria? Il 6° è stato poi scorrettamente trasformato in “Non fornicare” o “Non commettere atti impuri”, inglobando tutta la morale repressiva, in cui era proibita qualsiasi attività sessuale prima e all’infuori del matrimonio: era tutta lussuria e materia grave, cioè sempre peccato mortale!

È chiaro che i 7 vizi sono stati (anche) funzionali a tener calme le masse; ad evitare che la povera gente prendesse coscienza di avere lo stesso diritto a godere della vita e a provarne piacere dei signori-padroni-nobili-ricchi (i quali peraltro erano tranquillamente accidiosi, lussuriosi e “golosi”). Ma quello che contava era il discorso pubblico (oggi diremmo mass-mediale), ossia la condanna ufficiale del piacere (e dell’egoismo), per impedire che la plebe rivendicasse l’uguaglianza: un accampar diritti bollato come superbia, invidia, ira (ribelle e sovversiva).

Da una parte la censura del desiderio (dalla concupiscenza carnale alla gola); dall’altra la gratificante sublimazione della fatica e del sacrificio [della serie: come sono stato bravo ed eroico a lavorare indefessamente e in servitù per il bene della mia famiglia, con ad es. i due terzi (prima della mezzadria) del raccolto che andavano al signore-padrone], avvalorati dalla condanna dell’accidia, come nella tendenziosa favola della cicala e della formica: disapprovazione della cicala che canta, ma elogio della formichina che si procura il cibo tutto il santo giorno.