Il vangelo odierno narra la guarigione del sordomuto nella Decapoli (regione pagana), che consideriamo insieme a quella del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26; che non verrà letta quest’anno), perché sembrano brani “gemelli; infatti in entrambi Gesù guarisce tramite la saliva: sputando per raccoglierla nella mano col sordomuto, addirittura sputando negli occhi del cieco! Nell’ambito della storia delle religioni la manipolazione con la saliva era caratteristica della terapia degli occhi e della lingua, ritenuta un eccezionale mezzo terapeutico: la saliva di un carismatico animato dal Pneuma (aria, respiro), era considerata “fiato condensato” del suo Spirito divino (sic). La prospettiva è ellenistico-taumaturgica.

Il problema è che Tacito (Historiae 4,81), Svetonio (Vita Vespasiani 7,2s) e Dione Cassio 66,8 narrano che anche Vespasiano, onorato come sovrano-Dio, guarì ad Alessandria un cieco con la saliva, e pure un paralitico. È facile la tentazione di considerare il tutto come un’inventata fiction immaginaria; ma le guarigioni di Gesù sono troppo attestate per essere liquidate come leggendarie. Devono solo essere liberate dalla scorza del mito, a partire dalla loro mitica istantaneità: i guariti da Gesù avranno avuto la loro ampia convalescenza con riabilitazione e lento recupero. Ma sono necessarie altre “pulizie” demitizzanti: quelli della figlia di Giairo e Lazzaro sono stati originariamente e storicamente risvegli dal coma (che in greco significa appunto «sonno profondo», ma pure stato comatoso), poi trasformate in resurrezione. Le due frasi «La bambina non è morta ma dorme» (Mc 5,39) e «Lazzaro s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11) vanno intese in senso rigorosamente letterale, e non come semplici battute. La resurrezione del giovinetto di Naim (Lc 7,11-17) è simbolico-leggendaria, come pure la guarigione istantanea di ben 10 lebbrosi (solo in Lc 17,11-17). Sono altresì fiction letterarie le guarigioni a distanza (solo due) della figlia della vedova fenicia e del figlio del funzionario reale (Gv 4,46ss).

Fatte le dovute “pulizie”, possiamo procedere più spediti. Nei vangeli la distinzione fra guarigione ed esorcismo non è sempre netta, poiché le malattie stanno sotto il regno di Satana. Coi cosiddetti esorcismi Gesù ha guarito le malattie mentali: psicosi, schizofrenia, sdoppiamento della personalità…: infatti la caratteristica principale della cosiddetta “sindrome demoniaca” (il demonio non esiste) è lo sdoppiamento della personalità; si alternano quella “normale” e quella aggressiva diabolica, con eventuali stati intermedi. Nel famoso romanzo e film L’esorcista, il primo e il più serio, Padre Karras riferisce all’esorcista (interpretato dal compianto Max von Sydow) di averne individuate almeno tre; al che l’autore dell’esorcismo (a cui Padre Karras assiste in quanto psichiatra) gli risponde seccamente: «È una sola». Oltre alle malattie strettamente mentali, Gesù ha guarito quelle psico-somatiche, in cui la causa è nella mente-cervello; nulla poteva contro quelle solo organiche (per le quali si richiede la medicina moderna). Per chi ha i muscoli atrofizzati da 38 anni (Gv 5,5) non c’è nulla da fare, come per il paralitico presso la piscina coi 5 portici [Che venga guarito solo il primo che si tuffa nell’acqua mossa dall’angelo (Gv 5,4; non siamo…alle Olimpiadi), grazie a Dio è solo una posteriore glossa sciagurata].

Ma come avrà fatto? Ipotizzo che Gesù abbia avuto doti da ipnotizzatore, nel senso dell’ipnosi vera e propria, che esiste, è una cosa seria anche se delicatissima, tanto che viene usata oggi in terapia: sembra particolarmente efficace nella cura dell’impotenza, ovviamente psichica, dovuta a un blocco mentale. Se ci sono gravi disfunzioni nell’apparato uro-genitale, è necessario semmai un chirurgo attuale. Nell’ipnosi l’emisfero destro del cervello, quello emozionale e irrazionale, prende il controllo totale dell’organismo. L’emisfero sinistro logico-razionale è disattivato, come nei sogni in cui succedono le cose più strampalate e assurde di questo mondo; non c’è lo spazio e il tempo definito: si può saltare da un luogo a un altro anche molto distante, e da un tempo all’altro assai lontani. Se sotto ipnosi il cervello è efficace nel riattivare certe sue “mappe” [il termine preferito dal grande neurologo Gerald Edelman per i sistemi sensoriali di ingresso (vista, udito) e per quelli motori di uscita (camminare)], perché Gesù non avrebbe potuto fare altrettanto?

L’ipnosi inoltre richiede isolamento, massima concentrazione, distacco dal contorno quotidiano col suo frastuono (non è un teatrale fenomeno da baraccone per stupire gli spettatori): ci sono indizi al riguardo nel fatto che Gesù porti sia il sordomuto odierno in disparte lontano dalla folla, e pure conduca per mano il cieco (8,23) fuori dal villaggio. Anche per la figlia di Giairo prende con sé unicamente i tre intimi, e poi caccia via tutti entrando solo coi genitori (Mc 5,40 e Matteo 9,25). Anche in Gv 11,30 Gesù si era fermato all’inizio del paese, lontano dalla gente; prima gli va incontro Marta, che poi torna di nascosto, in alcuni manoscritti in silenzio (per evitare assembramenti intorno a Gesù?) a chiamare la sorella. Le due sorelle probabilmente si alternano per non lasciare solo Lazzaro in coma a casa. Sono delicati sia l’inizio che la fine dell’ipnosi: nel caso del cieco Gesù deve intervenire due volte (Mc 8,25), perché dopo la prima vede confuso; è possibile che al primo colpo non gli sia riuscita l’uscita dall’ipnosi. Sono tutti indizi che possono costituire una prova. Ma non insisto più di tanto sull’ipnosi classica; penso piuttosto a un’ipnosi di tipo estatico-mistico, che coinvolge anche la fede, peraltro tipica in tali racconti.

Infine ritorniamo a Marco 1,40ss (VI domenica, vangelo dell’11 febbraio), dove Gesù non guarì il lebbroso ma «lo cacciò via subito» nel v.43: euthus exebalen auton, nelle vecchie edizioni addolcito con «lo rimandò» [“minacciandolo”, (com)minatus est in alcune versioni latine]. Nel codice D abbiamo nel v. 41 orgistheis [“arrabbiatosi”, anziché “mosso a compassione” (in latino misertus) del testo attuale], e così lo legge anche Efraim il Siro (4 secolo); confermato dall’iratus (e non misertus) della Vetus latina del Corbeiense e del Vercellese (anch’esso del IV secolo). Nel Veronese (4/5 secolo) non c’è né l’uno né l’altro: il momentaneo vuoto segnala il passaggio dall’iratus (adirato) al misertus (mosso a compassione), che avviene nel Bresciano (VI secolo). Nelle sale capitolari delle diocesi di Vercelli, Brescia e Verona, su quest’asse nord-italico, abbiamo la documentazione di una modifica “epocale” per la cristologia. [Esattamente come per il Magnificat in Lc 1,46ss: prima abbiamo «Ed Elisabetta disse: L’anima mia magnifica il Signore….», guarda caso nel Vercellese e Veronese; sempre sul nostro asse padano emerge chiaramente che in origine era il cantico di Elisabetta, prima e non durante la Visitazione (peraltro leggendaria). Poi abbiamo il vuoto «E disse» (chi parla in 1,46?), quindi il definitivo «E Maria disse» con l’aggiunta «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata…» (1,48b-49a)].

Ne consegue:

1) Gesù è arrabbiato soprattutto perché non era in grado di guarire dalla lebbra, essendo una malattia organica (causata dal bacillo di Hansen) e non psico-somatica. Nei resoconti evangelici Gesù non guarisce nessun lebbroso.

2) Le guarigioni (esorcismi compresi) sono un fatto naturale, non soprannaturale, altrimenti avrebbe debellato tutte le patologie, anche a distanza; non sono miracoli nel senso tradizionale tutt’ora perdurante nelle canonizzazioni dei santi (allucinanti i tre miracoli richiesti).

3) Gesù non è onnipotente: quindi non è in grado neppure di risuscitare i morti, cosa peraltro impossibile in assoluto se tali cerebralmente (nel senso attuale); è stato invece possibile (lo facciamo anche noi oggi) risvegliare dal coma la ragazza e Lazzaro, ovviamente in casa e non nella tomba.

L’errore grave compiuto è stato quello di scorporare dal contesto e dal suo senso il carattere dimostrativo del segno (seppur grandioso ed efficace), rendendolo autonomo per dimostrare il suo stra-potere miracoloso di “uomo divino”. Il senso è invece quello di avvalorare la solidarietà, vicinanza, unione col Padre [Dio è con lui, dalla sua parte], non la sua onnipotenza assoluta. Tale solidarietà divina c’è già nel primo segno a Cana, qualunque cosa sia successa in quelle nozze, ma non la trasformazione chimica dell’acqua in vino.