Il centro del vangelo odierno (Mc 10,6-9) è la citazione che Gesù fa della Genesi, un detto originario, autonomo e indipendente dal contesto precedente e seguente, poiché esso concerne (detto subito a chiare lettere), sia in Genesi che in Gesù, l’amore dell’uomo e della donna ma non il matrimonio! (cfr. più avanti).
Un detto non può essere “sparato” di brutto, ma deve essere contestualizzato, preparato, inquadrato in una scena: qui hanno fornito l’input anteponendo una sceneggiatura costruita secondo lo schema dei dialoghi didattici, «nei quali (a) viene posta una domanda al maestro (v. 2: è lecito ripudiare la propria moglie?), alla quale (b) egli replica di regola con una contro-domanda (v. 3); dopo la (c) risposta a questa (v. 4), si ha (d) la conclusione, qui nella forma di un’accusa» (v. 5: per la durezza del vostro cuore…) (cfr. Rudolf Pesch, Il vangelo di Marco, Parte seconda, Paideia 1982, p. 189).
Una seconda mano ha così premesso quale input questa scena (totalmente assente in Luca) sul ripudio mosaico; allo stesso modo hanno posposto un’aggiunta (Mc 10,10-12) sulla condanna del divorzio (quando Gesù si ritira in casa coi discepoli per (ri)spiegare una cosa, è “matematico” che si tratta di un’appendice postuma dei redattori romani: cfr più avanti).
Con all’inizio e alla fine il ripudio adulterino la trappola è scattata: anche le parole centrali di Gesù (10,6-9) sono state intese “scorrettamente” in senso matrimoniale, per cui quel che Dio ha unito sarebbe il matrimonio (indissolubile), e non tanto il rapporto d’amore.
Ma così non è! Già il fatto evidente che sia l’uomo a lasciare i propri genitori, vuol dire che non si tratta di matrimonio, poiché in una società patriarcale è semmai la donna che si accasa presso la famiglia del marito (come da noi fino a non molto tempo fa)! Ma consideriamo prima il testo della Genesi, e poi la ripresa di Gesù.
Genesi 2,24 suona: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna [non “moglie”] e (i due) saranno…»; saranno basar ‘hd in ebraico, ed eis sarka mian in greco. Ossia saranno verso una carne [senza il “sola”: essendoci sia in ebraico che in greco solo l’articolo determinativo (come i nostri il, lo, la), il numerale 1 (mia in greco) è un modo per rendere l’equivalente del nostro articolo indefinito (cfr. l’appendice)].
Sull’amore-unione di coppia traduciamo, in parte citando e in parte parafrasando, le due splendide pagine 317-318 di Claus Westermann [Genesis 1-11, Biblischer Kommentar (Commentario biblico dell’AT), Neukirchener Verlag, GmbH 1974: 800 pagine dedicate (solo) ai primi 11 capitoli della Bibbia]. Anzitutto i due verbi “lascerà e si unirà” non possono essere intesi come una descrizione di strutture istituzionali matrimoniali: il matrimonio è fuori quadro, coi suoi elementi familiari e socio-economici relativi alla sua stipulazione, determinata dal pesante intervento dei genitori (al riguardo basta leggere la storia dei Patriarchi sino al libro di Tobia). O forse sta sullo sfondo, ma come effetto/parallelismo di contrasto: «a differenza delle istituzioni vigenti, e in parte persino in opposizione ad esse, si fa leva sulla elementare forza dell’amore fra uomo e donna… Qui non si parla del matrimonio come istituzione per la prosecuzione della specie, bensì della comunione di uomo e donna in quanto tale».
Qui tira l’aria del Cantico dei cantici, in cui i due si sono scelti (esulando dalle nozze combinate o forzate) per un’unità spirituale; «qui si tratta della più onnicomprensiva delle comunioni personali. L’uomo appartiene ora alla sua donna, cioè entra in una solida comunione di vita con lei in forza dell’amore per lei». Questo indica un processo assolutamente personale: di affetto, attaccamento, attrazione, che prescinde dalla posizione-collocazione sociale. L’uomo, per amore della donna, lascia persino il padre e la madre, allentando dunque i forti legami corporei e psichici; ma per Westermann è importante che non si dica di lasciare la casa dei genitori: non si tratta di un distacco fisico ma simbolico, senza parlare del matrimonio e dei suoi accasamenti. È sorprendente e straordinario che qui sia l’elementare forza della reciproca attrazione ad essere data e fondata sull’essere-creati, e non primariamente la procreazione e neppure l’istituzione del matrimonio come tale. È un dato creaturale, progettuale e benedicente di origine divina, che fa certo riferimento ad un nucleo domestico [quindi, modernamente parlando, pure alle convivenze] ma non al matrimonio coi suoi vincoli. Ne consegue un apprezzamento incomparabile per l’amore fra uomo e donna.
Perciò, in relazione alla passata durezza delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti delle convivenze, varrebbe invece l’opposto: semmai è la convivenza che fa parte del progetto di Dio, ma non (direttamente) il matrimonio.
Gesù nel citare Gen 2,24 “si permette” un’omissione vistosa rispetto al testo ebraico: dopo «l’uomo lascerà suo padre e sua madre», non c’è «e si unirà alla sua donna» [o ancor peggio “moglie” come nel vangelo odierno]; omessa giustamente nelle vecchie versioni Cei, è ricomparsa purtroppo nell’ultima del 2008. Quindi sarebbe da cassare nel lezionario di oggi poiché manca nel Sinaitico, nel codice siriaco sinaitico e nel Vaticano, ossia nei tre manoscritti più antichi e autorevoli; il che rende ancor più chiaro che il punto di vista di Gesù è extra-matrimoniale.
Quanto alla conclusione «Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi» (10,9), si tratta di un ammonimento sapienziale, non di un dogma. Gesù interpreta le parole della Genesi senza far riferimento al matrimonio e ad un suo presunto vincolo indissolubile. Quindi la suddetta massima conclusiva di valore esortativo, opportunamente introdotta da ουν (dunque), intende preservare il più possibile l’unione amorosa dell’uomo e della donna, e farla crescere verso una carne.
E io aggiungo relativamente a «l’uomo non separi»: qui c’è anthrôpos, genere e persona umana (diverso da anêr, l’uomo-maschio del v. 12): ossia l’umanità, società, istituzioni, chiesa, parenti… che non devono interferire, ostacolare, interrompere o distruggere tale relazione d’amore, fondata nella Genesi ed elemento costitutivo del progetto creativo divino: questo è quel che Dio ha congiunto e continua a riunire.
La chiesa romana del Marco II è una comunità mista: di cristiani provenienti dal giudaismo (a cui è rivolto il v. 11), e di cristiani provenienti dal paganesimo, a cui è rivolto il v. 12 adattato al diritto ellenistico, in cui anche la moglie poteva ripudiare e a Roma pure ereditare: un’aggiunta evidente dei redattori romani (non sono certo parole di Gesù). Se quindi ciò che Dio unisce è la relazione d’amore verso una carne, le alte sfere gerarchiche non dovrebbero interferire nei rapporti di coppia, poiché le eventuali accuse nei confronti dei conviventi (e dei risposati) andrebbero contro l’ammonimento di Gesù: ossia in un senso diametralmente opposto alla dottrina tradizionale!
Non c’è da salvaguardare un vincolo di indissolubilità, c’è da salvare l’amore dell’uomo e della donna, compreso ovviamente quello del primo matrimonio, senza derive divorziste all’americana. Secondo Eduard Schweizer (Il Vangelo di Marco, Collana «Nuovo Testamento», Paideia 1971, p. 217) «non si può chiedere: che cos’è proibito dalla legge? Dove c’è per me un luogo di scampo dalla legge? Invece di porre questo dilemma, Gesù dirige gli sguardi dei suoi ascoltatori al dono del Creatore ed esorta a viverlo nella libertà dalle considerazioni esclusivamente legali. Sulla base del metodo storico-critico possiamo quindi arguire che Dio oggi congiunga anche le convivenze, nonché i secondi amori, con o senza matrimonio. L’attuale prassi, che esclude i risposati dall’Eucarestia a meno che non vivano come fratello e sorella (senza rapporti sessuali), è in palese contraddizione col forte slancio verso una carne comune (in carnem unam, basar ‘hd).
La coppia genitoriale richiama l’idea dei figli piccoli, per cui la sezione evangelica si chiude con Gesù che accarezza e abbraccia i bambini: una scena realistica. Al suo interno è stato inserito invece un detto metaforico sul diventare come bambini per entrare nel Regno; il che significa accoglierlo come un dono, rinunciando al prestigio, alla potenza e alla sicurezza, rinnovandosi completamente nella sua attesa, cioè “crescendo” (i bambini crescono).
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APPENDICE
Sulla morale ebraica e sulla prima citazione della Genesi (1,27)
Marco 10,11 così suona: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei» [o rispetto a quella, cioè la prima moglie]. Per l’uomo non si dava, non poteva esserci alcun adulterio nei confronti della propria moglie nel giudaismo antico e intermedio. Ossia il marito poteva prendersi tutte le sue libertà andando con donne libere, anche prostitute, poiché il rapporto con le prostitute non era considerato peccato; ovviamente non poteva andare con donne sposate, perché costituiva pure una violazione del settimo e nono comandamento (non rubare, e non desiderare la donna d’altri). Ma qualora fosse successo, era sì adulterio (violazione del sesto comandamento), ma nei confronti del matrimonio della donna sposata, non della propria moglie. Per questo la precisazione “contro di lei” (prima moglie) è una svolta sacrosanta contro il maschilismo giudaico; tuttavia già nel giudaismo più recente, vicino all’epoca di Gesù, si andava facendo strada la preoccupazione di estendere anche all’uomo il dovere della fedeltà. Quindi per i giudeo-cristiani non è stato difficile accettarne la piena applicazione anche al marito: ma l’accento non è posto sulla rottura di un contratto o di un vincolo indissolubile, bensì sull’infedeltà. D’altronde come potrebbe esserci una legge “non negoziabile” nell’unico vangelo in cui non ricorre mai la parola “legge” (nomos)! Si intende altresì sottolineare che il nuovo matrimonio rende irrevocabile la separazione quanto al primo, poiché nel diritto poligamico (anche giudaico) un secondo matrimonio non scioglieva il primo (Pesch, p. 196s).
Seguiamo ora Carlo Enzo e Luigi Nason nei loro due articoli su Servitium III 228 (2016), curato da Maria Cristina Bartolomei. Gesù nella prima citazione riporta solo il finale di Genesi 1,27 che provvisoriamente traduciamo interamente in maniera tradizionale: «Dio creò(bara’)l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò (bara’), maschio e femmina li creò (bara’)» [si noti il triplice bara’, ma soprattutto non andrebbe tradotto con “maschio e femmina”, bensì con «maschile e femminile li creò», come nella traduzione dei LXX arsen kai thêlu, sia qui che in Gen 5,2: potrebbe essere (anche) questo il passo citato da Gesù].Carlo Enzo afferma nella sua audacia: «Dico “creazione”, ma dovrei dire “progetto”; infatti la voce verbale bara’ non significa, come si crede comunemente, inventare una cosa nuova e farla, ma soltanto pensarla e progettarla…» (p. 57): quindi originariamente non una realizzazione secca, in cui si cade inevitabilmente nel creazionismo. Si tratta di ideare secondo una logica creativa: possiamo considerare i nostri due (o tre) passi della Genesi (citati da Gesù) una spiegazione eziologica della potente attrazione fra i sessi, e la causa è Dio col suo progetto.
Abbiamo a che fare con un processo, se non evoluzionistico in senso moderno, comunque dinamico e progressivo che culmina nell’ultima opera, cioè l’Umano, che costituisce il fine ultimo della creazione. Ciò si sposa bene col verbo “dire” (prevalente in Gen 1, la cosiddetta creazione attraverso la parola), quale esplicitazione del piano-progetto divino; il che “miracolosamente” si trova in sintonia con la nostra teoria dell’evoluzione. Di conseguenza si potrebbe anche tradurre il nostro versetto «Dio progettò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo progettò, maschile e femminile li progettò»: ossia un disegno progettuale di Dio, e non un fare/formare immediato. Si intravvede una certa predilezione di P (la tradizione sacerdotale) per bara’, poichési trova, oltre che per ben tre volte nel nostro passo conferendo importanza all’umanità, all’inizio in Gen 1,1 (che è praticamente il titolo del racconto sacerdotale: «Dio progettò il cielo e la terra»), e alla fine in 2,4a («queste sono le toledoth, le generazioni del cielo e della terra quando vennero progettati»). Le lunghe genealogie in Gen 1-11 non sono ingenue, anzi semmai sono più in linea con la teoria evoluzionistica, in cui le nuove specie si formano per generazione modificata da quelle più ancestrali.
Non è un caso che ci sia l’aspetto dinamico e progressivo del “verso una carne”: Westermann traduce infatti più volte dall’ebraico in tedesco con «zu einem Fleisch» col solo articolo indefinito in dativo retto dalla preposizione zu (verso, a), senza il “sola”, senza allein, einzig e simili, anche per evitare l’aspetto fusionale. Sia in ebraico che in greco, come già detto, manca l’articolo indefinito (un, uno, una), per cui l’indeterminazione viene espressa in genere omettendo l’articolo determinativo; come «Il Signore Dio piantò giardino in Eden» in Gen 2,8, ovviamente tradotto con «un giardino». Ad es. soprattutto nel quarto vangelo leggiamo parecchie volte «(una) vita eterna», che in genere viene tradotto solo con «vita eterna» (senza l’articolo indefinito). Sorprende la dinamica del «verso a…»: potremmo renderla nel nostro linguaggio moderno, prendendo spunto da Qumran (I Qs 3,8s) in cui si dice «anima e carne», cioè la coppia, staccandosi dai genitori, diventerà «anima e corpo».
Tale aspetto dinamico (ed evolutivo?) c’è pure per la costola in 2,22: la traduzione consueta «Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna» non è esatta. Il testo greco (e pure nell’ebraico, in cui vi è una preposizione finale con suffisso, cosa rara secondo Westermann 253) dice: «plasmò la costola, che aveva tolta all’uomo, eis gunaika, verso (una) donna».






