Il lezionario salta il 3° annunzio della passione (Mc 10,32-34, che tratteremo domenica prossima) per passare ai sogni di gloria dei figli di Zebedeo, i quali chiedono in maniera sfrontata (e un po’ arrogante) al maestro: «Vogliamo che tu ci faccia quel che ti chiederemo», cioè «sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Non c’è da meravigliarsi: Giacomo e Giovanni sono due esaltati (chiamati giustamente da Gesù «figli del tuono») che in Lc 9,54 vogliono distruggere un villaggio samaritano perché aveva rifiutato Gesù; e abbiamo già visto quel fanatico di Giovanni in Mc 9,38.
Gesù risponde che non sta a lui decidere… i posti, ma allude al loro martirio, battesimo di sangue, o al bere il calice. In effetti i due fratelli sono stati martirizzati molto presto: Giacomo fu fatto uccidere da Erode Antipa (Atti 12,2); e Giovanni è stato quasi sicuramente lapidato nel 62 d. C. assieme ad un altro Giacomo, il fratello del Signore (Galati 1,19 e 2,9: Giovanni e Giacomo, ricordati insieme il 27 dicembre nel martirologio siriaco).
Il racconto di Egesippo (riportato nella Storia ecclesiastica di Eusebio II 23,4-23) dice espressamente che il giovane sommo sacerdote Anna (o Annone), con il concorso-decisione del sinedrio, fece lapidare [o gettare giù dal pinnacolo del tempio (ma forse questa è una coloritura leggendaria di Eusebio), comunque poi impiccati-appesi in piazza] non solo Giacomo il fratello carnale del Signore ma anche parecchi altri cristiani. Quasi sicuramente c’era anche Giovanni di Zebedeo. Sono probabilmente loro i due testimoni (martiri) di Apocalisse 11,3.8s: «I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città… dove anche il loro Signore fu crocefisso».
Giovanni di Zebedeo non fu quindi il leader delle chiese giovannee in Asia minore, e non c’entra nulla con tali comunità e i loro scritti. Tale leader si chiamava sì Giovanni, ma di Gerusalemme-Efeso, prima discepolo gerosolimitano (quello che Gesù amava) e poi appunto capo delle chiese in Asia minore. È un argomento già da noi ampiamente sviluppato, e finalmente sdoganato nel panorama italiano dal libro di Giulio Busi, Giovanni, Mondadori, recensito da Enzo Bianchi su «tuttolibri» di sabato 12 ottobre 2024. Bianchi dice bene che era un discepolo gerosolimitano, di stirpe sacerdotale, nato intorno al 15 d. C.: ai tempi di Gesù era quindi un ragazzino, poi vissuto a lungo sino all’anno 100 e forse oltre (107?). Manca solo l’ultimo anello: sia Busi sia Bianchi ritengono (a mio parere erroneamente) che sia lui l’autore del quarto vangelo, meravigliandosi che tale intimo discepolo riesca a “distanziarsi” nel narrare. Si distanzia invece perché l’autore è un altro, che certo ha utilizzato le memorie scritte (Gv 21,24) del discepolo prediletto: ricordi quanto mai opportuni poiché, all’incirca a partire dagli anni ’60 dopo le suddette morti apostoliche (compresa quella di Pietro a Roma), è rimasto sino alla fine del secolo l’unico sopravvissuto testimone della vicenda storica di Gesù.
Ovviamente gli altri discepoli (in generale in quanto non si dice il numero: così nel codice D e in parecchie versioni latine) «cominciarono a sdegnarsi» coi due fratelli: i contrasti fra gli apostoli per il potere sono sorti molto presto, e sono continuati nella chiesa primitiva. Dati questi dissidî per il primato (sull’orlo di secessioni e scismi), si è sentito il bisogno di una direzione centrale per scongiurare le scissioni e garantire l’unità della chiesa. Per questo ben dopo la Pasqua sono stati istituiti i 12, che non esistevano nel ministero storico di Gesù come gruppo istituzionalizzato (ovviamente Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni c’erano…). Retrodatati leggendariamente i 12 (altro argomento già da noi ampiamente sviluppato), il nostro versetto di Mc 10,41 è stato poi cambiato (dal Marco III o da un glossatore) in: «i dieci (12 meno i due fratelli) si indignarono».
Ma il romano Marco II, forse con saggezza − data la suddetta sete di potere e di primeggiare in grandezza − ha voluto giustamente ribadire il servizio aggiungendo il contrasto (10,42-45) fra i grandi-capi delle nazioni che le dominano e i cristiani che devono essere servi di tutti, ad imitazione del Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito ma per servire (stop): «e dare la propria vita in riscatto per molti» è un’ulteriore aggiunta del Marco III, purtroppo in senso sacrificale.
A questo punto dobbiamo chiudere definitivamente il cerchio e il discorso sulle tre edizioni del vangelo (che abbiamo chiamato Marco I, II e III). È un dato incontrovertibile della questione sinottica che Matteo e Luca in genere trascrivano da Marco: ma da quale Marco se ci sono state tre edizioni? Infatti il brano di oggi manca in Luca, che ha solo il manoscritto del Marco II, perché quest’ultimo lo ha tagliato giudicandolo sconveniente.
Ma il Marco III (il nostro testo, l’unico che abbiamo) è un campione di salvataggi: ha mantenuto tutte le aggiunte del Marco II (a volte infelici), e soprattutto ha ripristinato tutti i tagli del suo predecessore. Infatti Matteo, che possiede il Marco III, vede il brano di oggi e lo riporta; l’unica variante, per attutire la brutta figura dei due fratelli, consiste nel porre la richiesta “impertinente” in bocca alla madre dei figli di Zebedeo (tanto si sa come sono le mamme…).
Il problema è sorto sin dai tempi di Johannes Weiss (1863-1914; in sintonia col padre Bernard, anch’egli esegeta), che G. Bonaccorsi così riassume a p. 41s dell’opera già citata (I tre primi vangeli e la critica letteraria, Monza 1904): «Altre pericopi che si trovano in Mc e Mt mancano presso san Luca. Dovrà dedursi che il Marco letto da san Luca era più breve di quello di san Matteo; bisognerà cioè distinguere un Deutero-Marco [il nostro Marco II] più breve del Marco canonico [il nostro Marco III]. Questa conclusione il Weiss non l’afferma esplicitamente, essa scende però del tutto legittima, come ben osserva il p. Lagrange, Les sources du troisième évangile (in Rev. Bibl., 1896, p. 8)».
Sono parecchi infatti i passi presenti solo in Mc e Mt ma non in Luca; e non succede mai l’inverso, cioè passi solo in Mc e Lc ma non in Mt, con l’unica eccezione dell’obolo della vedova (lo vedremo nella dom. XXXII).
Oltre al brano di oggi, i due più significativi (tagliati dal Marco II e quindi assenti in Luca) sono il già visto «Vade retro, Satana» perché disdicevole per Pietro, e soprattutto il «Dio mio perché mi hai abbandonato” sulla croce, sconcertante poiché sembra che Gesù muoia da “disperato”. Luca non vi legge il grido di Gesù, e null’altro di discorsivo perché Gesù in Marco non dice una parola per tutta la passione e nemmeno nei due processi: la risposta al sommo sacerdote in Mc 14,62 («il figlio dell’uomo alla destra della potenza») è un’aggiunta del Marco II, che Luca sì vede ma tira via riducendo tutto all’osso senza il sommo sacerdote che si straccia le vesti: il processo al Sinedrio in Luca è di soli 6 versetti (Lc 22,66-71), mentre dedica un amplissimo spazio al processo di Pilato, all’invio a Erode, e di nuovo davanti a Pilato (25 versetti).
Per fortuna Luca, pur dando un’occhiata al suo Marco II ridotto e tagliato, ha una tradizione sua particolare per la Passione: sono sue le parole di Gesù meno tragiche, più rincuoranti: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito», «Oggi sarai con me in paradiso». Che abbia una fonte particolare è comprovato dal fatto che solo in lui c’è il suddetto invio di Pilato a Erode e il buon ladrone; inoltre in Luca non c’è né la flagellazione (Pilato vorrebbe solo castigarlo) né l’incoronazione di spine; solo di notte le guardie giocano allo schiaffo del soldato (Lc 22,63-65: «Indovina chi ti ha colpito?»), poiché il processo al Sinedrio avviene nella mattinata seguente (mentre negli altri vangeli durante la notte) seguito immediatamente da quello a Pilato. Se teniamo presente che Gesù viene crocefisso già alle 9 del mattino (Mc 15,25), in sole tre ore avvengono ben due processi più l’invio a Erode: improbabile, tanto che un paio di manoscritti spostano la crocifissione a mezzogiorno (ma i tempi sono comunque ristretti).
Il rinnegamento di Pietro Luca non lo prende da Marco: la sequenza è diversa (della serva e degli altri presenti che lo accusano), e soprattutto avviene prima del processo al sinedrio, mentre negli altri vangeli dopo. Ma la vera novità della fonte particolare di Luca è lo sguardo di Gesù a Pietro (che scoppia in pianto): se tale sguardo non è leggendario, Pietro è dentro nell’aula del processo, non fuori a scaldarsi; allora chi è il rinnegatore nel cortile? Una questione spinosa che vedremo.






