In uscita da Gerico, nella salita verso Gerusalemme, c’è il racconto del mendicante cieco Bartimeo [la cecità è da sempre compagna dell’accattonaggio; in Mt 20,29ss i ciechi sono stranamente due], che si alza di scatto e va incontro a Gesù nonostante il tentativo d’impedimento della folla; balza in piedi gettando via il mantello (veste) sul quale era seduto e che contemporaneamente gli copriva le spalle.
In contrasto con Mc 12,35-37 [in cui Gesù disapprova e contesta la figliolanza davidica: «Davide stesso lo chiama Signore; come dunque può essere suo figlio?», che però non verrà letto quest’anno] è l’unica volta in cui nel vangelo marciano Gesù nazareno è proclamato due volte (dal cieco) «figlio di Davide». Ma non è una vera contraddizione poiché, come rileva Rudolf Pesch [nel già citato commento al vangelo della Paideia, 2° volume, pp. 261-264], qui siamo nello sfondo tipicamente giudaico di un’attesa popolare ma non politica del figlio di David, nel suo significato originario e veterotestamentario di «soccorritore dei miseri» (quindi anche di un cieco che chiama Gesù Rabbunì, «Maestro mio» come in Gv 20,16). Qui la politica non c’entra: non si tratta del Messia vittorioso contro i nemici.
Sempre Pesch sottolinea alcune peculiarità inconsuete e diverse dagli altri racconti di guarigione: ad es. che Gesù non compia un gesto risanante né pronunci una vera propria parola terapeutica (Pesch 266); ma soprattutto «il fatto che Gesù, il quale non appare dotato di onniscienza, chieda quale sia il desiderio del cieco, non ha paralleli (p. 265; cfr. tutt’al più Gv 5,6 col paralitico nella piscina)». Nel commento odierno ci concentriamo quindi sull’onniscienza, che comprende ovviamente anche la chiaroveggenza-prescienza del futuro che qui particolarmente ci interessa; infatti le guarigioni le abbiamo già ampiamente trattate nel commento al vangelo della 23a domenica (dell’8 settembre 2024, sul sordomuto e l’altro cieco).
Prima del vangelo di domenica scorsa sui figli di Zebedeo è stato saltato (omesso dal lezionario) il terzo annuncio della passione in Mc 10,32-34: ben tre annunci prescienti della passione! Marco II lo accentua in modo particolare, con una serie di dettagli inesistenti nei primi due annunci [Mc 8,31 e 9,31] con la sua aggiunta del v. 33s: la consegna non solo ai capi dei sacerdoti e agli scribi, ma pure ai pagani; poi il fatto che lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno…[in tutte e tre le predizioni l’uccisione e la resurrezione sono opera dei redattori romani; Gesù ha previsto lo scontro e la consegna, non necessariamente l’esecuzione capitale, che infatti è assente nel secondo annunzio lucano in Lc 9,44]. Ma non ci voleva un genio per prevedere che andando a Gerusalemme sarebbe finita male: lo intuisce anche Tommaso in Gv 11,16: «Andiamo anche noi a morire con lui». Invece la predizione del rinnegamento di Pietro è prescienza pura, senza alcun segno premonitore o indizi al riguardo (che invece c’erano per Giuda).
Forse per controbilanciare l’assenza di onniscienza nel vangelo odierno, subito dopo alla periferia di Gerusalemme [Mc 11,1-7, che non verrà letto perché il lezionario di domenica prossima salterà quasi un capitolo e mezzo sino a 12,28ss col grande comandamento, che è decisamente meglio], c’è la scena del reperimento dell’asinello in cui la prescienza di Gesù è al massimo livello. Mentre nel Marco I originario (vv. 2 e 4) Gesù manda semplicemente due discepoli a cercare un asinello-puledro, che trovano legato vicino a una porta, Marco II amplifica la chiaroveggenza del futuro nello e dello spazio-tempo intramezzando il preannuncio del v. 3 («E se qualcuno avrà da ridire rispondete che il Signore ne ha bisogno…») e la realizzazione del v. 5: «Alcuni dei presenti dissero: cosa fate?… E i discepoli risposero come aveva detto loro il Signore» [quando c’è la parola “Signore”, è quasi matematico che si tratta di aggiunte redazionali]. Possiamo collegarla a Natanaele (Gv 1,48), che Gesù “vede” quando era sotto il fico con la chiaroveggenza del passato nello e dello spazio-tempo. [Abbiamo usato termini “relativistici”, ma della teoria della relatività parleremo nell’ultima domenica del tempo ordinario, ossia nella festa di nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo; la simultaneità relativa di Einstein riguarda appunto l’universo, non la vita quotidiana].
Tale onniscienza, attribuita in genere a Gesù, nel corso dei secoli si è enormemente ampliata, tanto che sino a Pio XII (pre-concilio) si riteneva che il Gesù terreno conoscesse tutte le leggi della scienza, tutti gli uomini del passato, presente e futuro…, ossia godesse dell’onniscienza tradizionalmente attribuita a Dio (Padre). Da tali follie vennero a salvarci i “ribelli per amore”, nel nostro caso Karl Rahner che ruppe gli argini nel 1961 con la celebre conferenza sulla «Scienza e coscienza di Cristo» (poi pubblicato come articolo nei «Saggi di cristologia e mariologia”, Paoline, Roma 1965); riportiamo solo una considerazione logica che dice tutto: «un essere umano presciente del futuro [a maggior ragione onnisciente in toto] non è più un uomo ma un’altra cosa…»! Egli non potrebbe più sperare, progettare, scegliere…, essendo a conoscenza di ciò che avverrà, quindi in balia di un futuro predeterminato. Anzi non ci sarebbe né un (vero) divenire nelle scelte, né un (vero) futuro (come l’intendiamo e lo sperimentiamo noi in prospettiva), in breve non c’è futuro tout court! Ma così Gesù non è vere homo (veramente uomo), bensì un dio travestito da uomo, con l’umanità dissolta: e questo non solo nella vecchia dogmatica, perché Rahner sottolinea e deplora la pietà tendenzialmente “monofisita” (mono-fusis, una sola natura, quella divina) della grande maggioranza dei fedeli, quindi (sotto sotto) “eretica”. Nei termini tradizionali, l’eresia non consiste solo nel negare la divinità di Cristo, ma anche nel togliergli l’umanità (di fatto misconoscere la sua natura umana). Nella carne del cattolicesimo italiano sono tuttora impressi tali miti e credenze.
Il nostro compito è di dimostrare che Gesù non aveva né la chiaroveggenza né la prescienza del futuro, anche se in pratica tutti gli autori del NT (chi più, chi meno) gliel’hanno attribuite. A differenza di tali costruzioni redazionali, ci sono un paio di passi più originari e antichi (oltre a quello di Bartimeo) che invece dimostrano che Gesù non era presciente.
Uno è nel Getsemani (Mc 14,35s) in cui Gesù gettandosi a terra [“con la faccia prostrata” come in una quindicina di manoscritti] prega, se possibile (un futuribile!), che passi da lui quell’ora allontanando tale calice (stop): «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» è un’aggiunta del Marco II che lenisce la caparbietà di Gesù nel volersi sottrarre a quel destino infame. Gesù lotta accanitamente per non fare quella fine; tra l’altro non esiste alcuna volontà o piano di Dio al riguardo!
Dato che la storia umana non è un libro già scritto o un film già girato, ciò significa che la crocifissione effettivamente avvenuta non era un futuro pre-determinato [escludendo perciò la prescienza dei profeti, per non parlare dei terrificanti segreti di Fatima], bensì si dava (almeno) un secondo futuribile; esemplificato leggendariamente dagli altri tre evangelisti in modo diverso: in Mt 26,53 con le 12 legioni di angeli per liberarlo, con lo stramazzare a terra al «Sono io» in Gv 18,6, o col dileguarsi in Lc 4,29s, quando i suoi compaesani lo vogliono gettare giù dal precipizio, ma Gesù sparisce dalla loro vista come un… illusionista.
Ma quello più evidente è nel racconto originario di Lazzaro, col pianto e il fremito di Gesù (Gv 11,32-35). Se Gesù, da presciente, sa che sarà in grado di “rianimare” Lazzaro di lì a poco, non ha senso piangere. Ha senso solo se egli non sa ancora bene cosa fare e non è per niente sicuro della riuscita (infatti ringrazia il Padre per averlo ascoltato/esaudito). Prende tempo, tergiversa incredibilmente un paio di giorni prima di partire per Betania (Gv 11,6), si ferma stranamente all’ingresso del paese (11,30). Conclusione: Gesù è stato reso presciente (onnisciente) nel processo di esaltazione: in tal modo è stato sì divinizzato, ma in maniera sbagliata. La sua vera figliolanza dal Padre non consiste in tale super-sapere, o nella presunta “soprannaturalità” dei cosiddetti miracoli.






