Mio Signore, ho amato la marmellata di fragole
e l’oscura dolcezza del corpo di donna.
Anche la vodka ghiacciata, le aringhe in olio d’oliva,
i profumi, di cinnamomo, di garofano.
Così che genere di profeta sono? Perché dovrebbe lo spirito
avere visitato un uomo simile? Molti altri
furono chiamati, e degni di fiducia.
Ma chi avrebbe dovuto fidarsi di me? Perché mi han visto
come vuoto bicchieri, mi butto sul cibo,
e getto occhiate cupide al collo della cameriera.
Incrinato, e consapevole di esserlo. Desiderando la grandezza,
capace di riconoscere la grandezza dovunque sia,
eppure non ancora del tutto chiaroveggente
seppi cosa fu lasciato agli uomini più piccoli, come me:
una festa di speranze brevi, una adunata di orgogliosi,
un torneo di gobbi, la letteratura.
(Czelaw Milosz, Una confessione)
Czelaw Milosz (1911-2004) è uno scrittore e poeta lituano che ha vissuto la sua vocazione nella stagione tragica che ha visto il suo paese stretto nella morsa tra Germania e Russia. Durante la seconda guerra mondiale ha lavorato a Varsavia per la stampa clandestina, come egli stesso racconta: «Per cinque anni vissi sotto il giogo dell’occupazione nazista. Pure, rivolgendo lo sguardo al passato, non rimpiango il tempo trascorso a Varsavia, nella città che io considero come la più torturata fra tutte le atterrite città d’Europa. Se mi fossi deciso a emigrare, la mia vita avrebbe certo assunto un andamento diverso. E io avrei una conoscenza meno concreta dei crimini che sono stati perpetrati in Europa nel XX secolo» (Prefazione a La mente prigioniera, 1955).
Dopo la guerra però, contrario al clima culturale impostosi nel suo Paese, si trasferisce prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Per aver fatto richiesta di asilo politico in Francia nel 1951, molti compagni di un tempo lo bollano di tradimento e in patria il suo nome rimane all’indice fino al conferimento del Nobel (1980) – prima di allora i suoi connazionali l’avevano letto solo nelle copie in samizdat. Così succede che chi lo apprezza non ne conosce la lingua e chi quella lingua la comprende non può leggerlo; ma per uno scrittore la sua lingua è patria, come dirà in occasione del premio: «scegliendo la solitudine e dedicandomi a una strana occupazione – scrivere poesia in polacco mentre vivevo in Francia o in America – ho cercato di mantenere l’immagine ideale di un poeta che, se pure aspira alla fama, ambisce a essere famoso unicamente nel villaggio o nella cittadina che gli ha dato i natali».
Dopo il Nobel Milosz è invitato a tenere alcune lezioni di poesia ad Harvard nell’anno accademico 1981-82, fornendo una preziosa attestazione del modo in cui la poesia prende vita nei luoghi segnati da eventi traumatici(testi pubblicati in La testimonianza della poesia, Adelphi 2013). Se infatti – sostiene − la poesia è generalmente considerata un palinsesto capace di rappresentare l’epoca di cui è figlia, quando si tratta di sciagure che colpiscono la collettività, «diventa un articolo di prima necessità al pari del pane» (p. 51). La Polonia – continua − durante la seconda guerra ha conosciuto l’inferno «e non il primo girone, ma le profondità più abissali di quell’inferno: una situazione, per certi versi simile a un esperimento di laboratorio, che consente di verificare che cosa accade alla poesia moderna in determinate condizioni» (p. 109). E nei momenti di tragedia accade, ad esempio, che cambi il rapporto con le cose e con il linguaggio che deve descriverle; la poesia si trova così, per la brevità della composizione e la maggiore incisività della parola, a circolare più facilmente della narrativa, diventando uno strumento di resistenza che passa dall’uno all’altro in pubblicazioni manoscritte clandestine, tramandata oralmente o persino appresa a memoria. Negli anni ’70 quei testi vengono quindi raccolti e pubblicati con il titolo Poesia della Polonia combattente,in un volume di oltre 1900 pagine; sebbene non tutti di valore artistico, rivelano nondimeno il bisogno di raccontare un’esperienza drammatica.
Il dubbio che i protagonisti sappiano esprimere adeguatamente quanto hanno vissuto è ben presente nella riflessione del poeta: «Ero come uno ferito al ventre, che corre tenendosi le budella perché non fuoriescano. In effetti sapevo di non essere l’unico. Ma una persona costretta a pensare in continuazione alla propria ferita può dire cose assennate?» (Il cagnolino lungo la strada, Adelphi 2002). Con la lucidità di chi scrive ciò che conosce e sente l’urgenza di scriverlo, Milosz ha raccontato frammenti di storie di cui in seguito ha constatato lo scacco: «La realtà chiede un nome, chiede parole, ma è insopportabile; e se ci si avvicina molto, se la si tocca con mano, la bocca del poeta non può nemmeno proferire una lamentazione di Giobbe: ogni arte si dimostra nulla, paragonata all’azione. Eppure, abbracciare la realtà in modo tale da preservarla in tutto il suo antico groviglio di bene e male, di disperazione e speranza, è possibile solo tramite una distanza, solo innalzandosi al di sopra di essa; ma questo sembra poi, a sua volta, un tradimento morale» (Discorso per il conferimento del Nobel).
Il tragico storico chiede parole impronunciabili, scandalose, cariche del dolore che hanno provocato. Quello che può fare la poesia, quando solo l’azione è dovuta, è preservare la memoria di bene e di male che il poeta ha conosciuto e di cui si fa testimone. Ogni vita è come un’ombra che cammina, si potrebbe sintetizzare parafrasando Macbeth, qualunque parola le sopravviverà. Dunque la parola ha un compito irrinunciabile: consentire la sopravvivenza di quello che è stato. Ma come fare a preservare la necessaria distanza per evitare che il suo peso continui a schiacciare?
«Non v’era luogo ove non fosse stato: su un treno che trasportava i deportati ai lager sovietici, in una città che raggelava di paura al suono di un campanello all’alba, in una prigione da cui erano presi e caricati sui camion i condannati alla fucilazione. Odiava l’Impero, ma doveva dissimularlo. Era un poeta, e il pensiero che tutto ciò accadeva lì, accanto a lui, in quel preciso istante, gli avrebbe impedito di scrivere versi. D’altra parte, poi, scriveva per persone che, sebbene fossero teoricamente al corrente dei fatti, non volevano che quegli stessi fatti varcassero la soglia della loro immaginazione. Per tali ragioni, sentendo di mancare al dovere della testimonianza, cercava il modo di combinare le parole così da mantenere, fra le righe, la presenza inespressa di quei fatti» («Strategia» in Il cagnolino).
È un equilibrio precario quello in cui si muove la letteratura di guerra, sempre in bilico tra la necessità della denuncia e la dovuta ritrosia per il dolore che potrà ancora provocare. Ma ci sono anche casi in cui la scrittura aiuta a esorcizzare il vissuto e il senso di colpa dei sopravvissuti, come è il romanzo monumentale di Vasilij Grossman, Vita e destino, testimonianza insieme dei destini individuali e di quella storia collettiva che è stato il conflitto tra Urss e Germania nazista. Qui la vicenda personale legata alla morte della madre, assassinata nei massacri compiuti dai nazisti e finita in una fossa comune, s’intreccia alle numerose storie di uomini e donne che hanno vissuto la battaglia di Stalingrado, di cui Grossman è stato testimone in qualità di corrispondente al fronte.
Vocazione profetica
Dentro il compito dello scrivere, rinveniamo un’impellenza che può essere resa nei termini di una vocazione profetica, come appunto viene assunta nel testo in apertura, Una confessione, in cui Milosz si dichiara profeta imbarazzato, chiamato a un compito che sente fuor di questione: Perché dovrebbe lo spirito / avere visitato un uomo simile? Uno che la gente ha visto vuotar bicchieri, buttarsi sul cibo e gettare occhiate cupide al collo della cameriera? Uno come tanti, insomma, che apprezza il gusto delicato della marmellata di fragole così come il sapore deciso delle aringhe (accompagnate da vodka ghiacciata, s’intende), s’inebria del profumo delle spezie così come del corpo di una donna. Uno come tanti allora che tuttavia sa riconoscere la grandezza, non senza desiderarla per sé, ma altresì consapevole di quanto competa ai più piccoli, tra i quali annovera se stesso: una festa di speranze brevi, una adunata di orgogliosi, / un torneo di gobbi, la letteratura.
Un elenco bizzarro annovera la letteratura a conclusione, come comprendesse tutto il resto: gli orgogliosi e i gobbi, le speranze brevi, e forse pure l’essere profeta incrinato in un tempo di speranze brevi. E chi potrebbe fidarsi di un uomo di tal fatta? Eppure, se stiamo alla storia, i profeti sono stati spesso perseguitati e uccisi, dall’epoca biblica ai nostri giorni. Perché la profezia è parola dura, sferzante, odiosa ai potenti e indigesta a chi preferisce non sapere. E sebbene la correlazione richieda un’analisi meglio sostenuta, ritengo si possa almeno segnalare che non casualmente tanti di loro hanno scelto la scrittura in versi − da Amos a Pasolini, da Isaia a Gandhi e così via. Una forza salvifica affidata alla parola, insieme la più alta e la più spietata, come una spada a doppio taglio.






