Vangelo della 8ª domenica del tempo ordinario (Luca 6,39-45)

Nella 3ª parte del discorso della montagna abbiamo sostanzialmente 5 detti [i due ciechi, maestro-discepolo, pagliuzza-trave, albero buono-cattivo, due case] del tutto diversi e slegati fra loro, come erano nella fonte Q; uno dopo l’altro senza essere contestualizzati (dove, quando, perché, in che situazione sono stati pronunciati), come nel vangelo (apocrifo) di Tommaso. Mentre la fonte Q non è mai stata trovata [è il frutto di una ricostruzione logica dati i passi quasi identici di Mt e Lc], il vangelo copto di Tommaso è stato invece ritrovato a Nag Hammadi; in esso abbiamo davanti agli occhi un fac-simile della fonte Q: «Gesù disse», seguito da un detto. Poi ancora «Gesù disse» con un altro detto, tutti disparati senza nessun collegamento col precedente e col seguente, ma soprattutto senza alcun contesto.

Le sceneggiature di Matteo e Luca. Ma Mt e Lc devono situare i detti nudi e crudi di Q, per cui sono quasi “costretti a inventarsi” la location ove piazzarli. Per questo il grande discorso sull’amore in Matteo è in montagna, in Luca in pianura; Mt ama situarli in genere lungo il lago di Galilea, Luca lungo la strada (una sua dizione preferita). Luca in 7 casi dimostra poi una maggior “fantasia” nel creare l’input che permette a Gesù di replicare col suo detto: ad es. il doppio macarismo (beato/beati; cfr. più avanti) sulla vera beatitudine di 11,27s, in cui una donna proclama tra la folla (solo in Luca): «Beato il grembo che ti ha portato…», al che Gesù replica «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano».

È comprensibile che 5 detti siano stati piazzati in coda al discorso della montagna, così si evita il “fastidio” di dover creare la scena. Quello sui due ciechi fa riferimento ai farisei/scribi; quello seguente è più diretto ai discepoli che non possono superare il maestro (Cristo?), ma (molto carino per noi) se uno è ben preparato lo può uguagliare. Non commentiamo quello sulla pagliuzza-trave perché chiarissimo.

Segue l’albero coi suoi frutti buoni o cattivi in Lc 6,43-45 (Mt 7,15-20). Il significato è chiaro, tuttavia con una precisazione: non si tratta di buono e cattivo in senso imprecisato, di una bontà generica; alla conclusione del “grande discorso sull’amore” l’essere buoni consiste tout court nel mettere in pratica tale discorso.

«Perché mi chiamate Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?» (6,46). Un fedele, la cui vita non corrisponde al discorso della montagna, è un… cattivo discepolo, uno pseudo-cristiano anche se va in chiesa e a messa dicendo «Signore, Signore».

La stangata. In Mt segue qui la “stangata”, che invece Luca ha spostato in 13,22-29. Non essendo più in coda al discorso della montagna, deve contestualizzarla con un altro dei suoi 7 casi “fantasiosi” suddetti; fa dire a un tale che Cristo incontra mentre cammina (appunto «lungo la strada») verso Gerusalemme: «Sono pochi quelli che si salvano?». Il che consente la tremenda risposta di Gesù, ma lo vedremo nella 21ª domenica del tempo ordinario.

Qui prendiamo in considerazione la versione di Matteo che fra l’altro inizia in 7,15 sui falsi profeti, che sono alberi dai frutti cattivi; la loro bocca esprime ciò che dal loro cuore (malvagio) sovrabbonda (Lc 6,45). Il loro profetismo è falso, perché non segue l’ispirazione dello Spirito. Difficile non pensare ai (falsi seppur cattolici) profeti di oggi, che col loro ostracismo contro gli stranieri vanno contro lo Spirito e il discorso della montagna.

In Mt 7,21-23 abbiamo la stangata indirizzata chiaramente ai cristiani (sempre partendo dal fatto che non basta dire “Signore, Signore” nella liturgia) per entrare nel Regno, ma bisogna fare la volontà del Padre. «Essi diranno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato e scacciato demoni nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, operatori di iniquità» [i miracoli non sono necessariamente segni di santità].

Oggi sono ben rappresentati dal cristiano evangelico Trump (che ha costituito addirittura un “ufficio” della fede) e dal cristiano ortodosso Putin, due fuori-legge (a-nomia, senza legge in Mt 7,23) che sembrano già andare abbastanza d’accordo (infatti tra gangster ci si intende nella spartizione dei territori d’influenza). Brilla altresì il membro del clero Kirill, il patriarca di Mosca che avrà pronunciato nel culto miriadi di volte «Signore, Signore», ma che, come Giovanni e Giacomo vogliono distruggere con un «fuoco dal cielo» un villaggio samaritano (Lc 9,54: fulminati dallo sguardo di Gesù, che vedremo nella 13ª domenica) anch’egli ha benedetto il “fuoco dal cielo” (bombardamenti) sui villaggi ucraini.

Il discorso della montagna si conclude con la casa sulla roccia (Lc 6,46-49; che però non verrà letta poiché nel lezionario il vangelo odierno si ferma al v.45).

Luca sottolinea in modo particolare coi suoi ritocchi [il confronto con Matteo 7,24-27 ci permette di vedere le aggiunte] la solidità dell’impianto: «Ha scavato molto profondo, e posto le fondamenta sulla roccia» (Lc 6,48), e pure per la disastrosa costruzione, anziché la sabbia (ammon, unico termine usato) di Matteo, precisa «sulla terra, senza fondamenta» (49).

La casa solida simboleggia il «chi viene a me ascolta le mie parole e le mette in pratica» (Lc 6,47); ascoltare la Parola di Dio o quelle di Gesù, o fare la volontà del Padre (come in Matteo) significano la stessa cosa: praticare il discorso della montagna.

Macarismi e poveri. Dato che “beato” (felice) in greco si dice makarios, i cosiddetti macarismi sono un genere letterario molto breve, presente spesso nelle Scritture, che proclama la felicità di certe categorie di persone [come il suddetto doppio macarismo in Lc 11,27s: «beate le mammelle che ti hanno allattato»] o di determinati comportamenti [«Quando dai un banchetto invita poveri, storpi, ciechi, zoppi e sarai beato…» in Lc 14,13s, che leggeremo nella 22ª domenica]. Gesù ha usato spesso questa forma letteraria, per cui le beatitudini spiritualizzate di Matteo può averle pronunciate in altra occasione, ma non nel discorso della montagna.

Non è però questo il problema, bensì che i macarismi [a parte i 15 in Luca, i 13 in Matteo, e i 7 stereotipati dell’Apocalisse] latitano nel resto del NT, ma non nell’AT. In Marco non ce n’è nessuno, e solo due in Gv: il rapido Gv 13,17, mentre è carino (un pensierino per noi) Gv 20,29: Tommaso ha visto, ma «beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno», le ultime belle parole di Gesù nel 4° vangelo originario (il c. 21 è stato aggiunto dopo).

Anche Paolo non è interessato, poiché ricorrono solo due volte: la citazione del salmo 31/32 in Romani 4,7s, e quella infelice in 1Cor 7,40 in cui sono proclamate beate-felici le vedove se non si risposano (sic).

Nel resto del NT non brilla neppure l’attenzione ai poveri (ben diversamente dall’AT, in cui fra l’altro si dice più volte di amare lo straniero): sempre ad eccezione di Mt (peculiare l’identificazione del Cristo con gli affamati, miserabili, stranieri in Mt 25) e di Luca, un vero martello: Epulone e Lazzaro, la seconda parte del Magnificat, Zaccheo che dona la metà dei suoi beni ai poveri ecc. In Paolo c’è praticamente solo la colletta da lui organizzata (peraltro encomiabile; Rom 15,26 e Galati 2,10) per i poveri di Gerusalemme; in Mc e Gv solo nell’unzione di Betania, in cui però viene messa in bocca a Gesù l’infelice espressione: «I poveri li avrete sempre con voi» (Mc 14,7 e Gv 12,8), mentre per Gesù essi non ci dovrebbero essere più, dovrebbero scomparire.

Di significativo resta solo il passo della lettera di Giacomo che si scaglia contro la predominanza dei ricchi nelle comunità (2,2-7.15s) deplorando i favoritismi nelle adunanze (eucaristiche?): i ricchi sugli sgabelli, i poveri in piedi o seduti per terra; purtroppo non applicato nella storia perché sino a circa un secolo fa c’erano nelle chiese i posti riservati davanti per i ricchi e notabili.

Il binomio «Beati i poveri» (felicità per i miserabili), il cuore del messaggio evangelico, è stato sostanzialmente dimenticato o marginalizzato dalla chiesa primitiva, e anche nei secoli seguenti nella teoria: manca incredibilmente nel Credo tutto focalizzato sui dogmi, in cui non c’è nulla dell’annuncio di Gesù (un Cristo senza messaggio), e men che meno le beatitudini!

Grazie a Dio però la chiesa è stata encomiabile coi poveri nella prassi, soprattutto medievale, con gli ospedali e lazzaretti.