Sabato 1° marzo al convegno regionale del Meic del Piemonte e Valle d’Aosta sul tema “Il cristianesimo del futuro” il gruppo di Torino ha presentato la seguente comunicazione, redatta da Marta Margotti e da Antonello Ronca.

Per cominciare due piccole ma significative esperienze come Meic Torino. La prima: abbiamo recentemente visto lo spettacolo Antico Testamento di Gabriele Vacis alle Fonderie Limone. Poi abbiamo organizzato una serata con tre attori tra i 25 e i 30 anni. Abbiamo chiesto loro anzitutto che rapporto hanno con la Bibbia. Ne è scaturito un dialogo vivace e ricco, in cui anche loro hanno chiesto a noi “esperti” di Bibbia (o più esperti di loro) che cosa abbiamo visto nel loro spettacolo. Quello che ci accomuna è una ricerca di senso e una assunzione di responsabilità: un rifiuto del nichilismo passivo e una curiosità verso la storia degli uomini, a partire dalle storie della Bibbia. In generale, esplorare il dialogo e il rapporto con la cultura è una delle cifre del Meic: non solo in ambito interreligioso e interculturale, ma anche con la cultura laica e le modalità espressive contemporanee. Il cristianesimo può avere un futuro se accetta anche interpretazioni non canoniche, da parte di chi magari si accosta per la prima volta al caso serio della fede biblica, ma che toccano i cuori e le menti.

La seconda: da tre anni, organizziamo insieme al Centro culturale valdese una giornata al Centro ecumenico di Agape a Prali. L’organizzazione dell’intera giornata è condivisa, dalla preghiera ai temi del dibattito. Le giornate hanno affrontato temi come l’ecumenismo, il rapporto tra letteratura e Bibbia e l’immagine della donna. Siamo arrivati da una conoscenza formale a una condivisione piena che ci ha fatto assaporare la gioia dell’amicizia cristiana. Anche se l’ecumenismo è crisi oggi, per noi è difficile pensare a un cattolicesimo del futuro che non sia prima di tutto attento alla dimensione plurale, e cioè ecumenica.

Dunque, si tratta di incontri con chi è privo di una formazione religiosa e con chi, invece, cristiano, fino a pochi decenni fa era considerato eretico. Due esperienze tra le tante possibili che rappresentano tentativi di entrare in relazione con persone alla ricerca di senso, fuori dagli spazi rassicuranti delle istituzioni cattoliche.

Le domande e la gestione delle domande

I segni della crisi sono inequivocabili, resi visibili dal calo drastico della frequenza alla liturgia domenicale. Ma non solo. Con le ultime generazioni si è spezzato quel rapporto che garantiva il passaggio dell’esperienza di fede da madri/padri a figli/figlie. Inoltre, il tempo della pandemia ha accelerato la difficoltà a vivere comunitariamente i momenti forti della vita, ma anche a condividere gli appuntamenti del rito che ritmano la quotidianità.

Questi e altri segni devono sollecitare una seria riflessione di tutta la comunità cristiana sul futuro del cristianesimo. D’altro lato, assistiamo a una certa ambiguità del ruolo della religione: a forti spinte di secolarizzazione dei comportamenti e laicizzazione delle istituzioni si accompagna una diffusa e contraddittoria ricerca, più che del sacro, di una dimensione che vada oltre la pura materialità. In quella che molti oggi chiamano spiritualità, e che non è più sinonimo di religiosità, c’è spesso un’insoddisfazione per la riduzione della vita personale e collettiva alla sfera puramente storico-fenomenica. Il cristianesimo nelle sue forme storicamente determinate non sembra però in grado di intercettare queste richieste di senso. Le istituzioni cristiane sono ancora in grado di rispondere a molte emergenze sociali ed educative, ma al contrario sembrano spesso incapaci di accompagnare la ricerca di senso orientata alla scoperta di Dio. Come dice Michel De Certeau: il religioso manifesta interrogativi fondamentali, ma non è più capace di gestirli. Ovviamente questo discorso vale per le società occidentali, e in particolare per la situazione italiana.

La crisi non riguarda solo la chiesa cattolica: è il cristianesimo che sta vivendo un cambiamento d’epoca. Le possibili soluzioni devono perciò essere trovate attraverso un instancabile cammino ecumenico.

Rendere testimonianza della carità

Non siamo in grado di dare risposte a questa crisi. Oggi, però, occorre almeno avere la lucidità necessaria per denunciare la realtà condizionata dai poteri economico-finanziaria e politica, e in particolare Trump e i suoi servi, moltissimi dei quali cristiani e cattolici. Una lucidità che troviamo in Dietrich Bonhoeffer, che ha vissuto tempi anche peggiori. Egli fa costantemente riferimento all’autonomia del mondo rispetto a Dio, di un Dio che si fa piccolo e non prende il nostro posto per risolvere i nostri problemi. Quindi il cristianesimo deve immergersi pienamente nei problemi del mondo per evangelizzarli, cioè per leggerli col metro di Dio, di Gesù, del Vangelo. È il metro che indica Paolo, nella triade di 1Corinzi 13,13, da cui ricaviamo alcune suggestioni.

Fede: è la certezza che non tutto finisce con me e che c’è un Altro da cercare e che mi aspetta oltre me. È la fede della comunità cristiana che salva perché affida a Dio la salvezza del mondo.

Speranza: Cristo è la nostra speranza, che ci dà la capacità di rendere possibile un’alternativa alla rassegnazione, che ci spinge a cambiare la realtà per renderla simile al progetto di Dio.

Carità: è dare la propria vita per gli altri − il nocciolo del messaggio evangelico, e ancora di più è il senso dell’Incarnazione di Dio. La gratuità del dono di sé rende testimonianza della carità di Dio.

A noi in tanto importa il futuro del cristianesimo, o il cristianesimo del futuro, in quanto forma possibile di una vita personale e collettiva dove si realizza la pienezza della vita.