Vangelo della 1ª Domenica di Quaresima (Luca 4,1-13)
Il racconto delle tentazioni in Luca e Matteo è pressoché identico, a parte l’irrilevante inversione della seconda con la terza. Dato che si può dimostrare che non hanno “copiato” l’uno dall’altro, è la prova dell’esistenza della fonte Q da cui ambedue hanno trascritto. È come a scuola: se il compito in classe dell’alunno del primo banco è identico a quello dell’ultimo, e si può escludere che abbiano comunicato fra loro durante il compito, entrambi hanno copiato dalla medesima fonte, ad es. internet.
Mentre Marco 1,13 scrive semplicemente che Gesù è tentato da Satana, senza esplicitare il contenuto delle tentazioni, in Luca e Matteo si dice sempre «il diavolo» [Satana e il diavolo nell’AT sono entità distinte]: solo nell’ultima tentazione di Matteo (4,10) Gesù lo caccia chiamandolo Satana, un vade retro come nei confronti di Pietro.
Buttarsi giù dalla cima del tempio? Dopo l’incipit «Se tu sei figlio di Dio» [il diavolo sembra riconoscerne la figliolanza divina], sono tutte citazioni della Scrittura; è un duello biblico-teologico. Non bisogna lasciarsi condizionare dall’aspetto leggendario e fantasioso di un Gesù sballottato dal diavolo in aria coi voli pinnacolari e celesti per vedere i regni di questo mondo; occorre invece guardare con attenzione (come nel caso del serpente in Genesi 3, che non è il diavolo e neppure Satana) a quello che si dice.
La prima tentazione è il rifiuto del miracolismo spettacolare, respingendo il potere di operare prodigi (pietre in pane); ma questo non è in sintonia coi cosiddetti miracoli della natura narrati nei vangeli (le guarigioni, come abbiamo visto, sono un’altra cosa con un retroterra storico): tempesta sedata, camminare sulle acque, acqua diventata vino a Cana, moltiplicazione dei pani: fra l’altro quest’ultima (dar da mangiare il pane a 5000 persone) non è molto diversa dal trasformare le pietre in pani. I fedeli rischiano di diventare “strabici” di fronte a simili contraddizioni: da una parte si rifiutano tali prodigi, dall’altra vengono narrati: il fatto che i miracoli della natura siano fiction e racconti simbolici riduce e attutisce la contraddizione, ma non la elimina. In ogni caso i prodigi non sono una prova di autenticità (come abbiamo visto domenica scorsa): non sono né necessari né sufficienti!
Le altre due tentazioni costituiscono un tutt’uno; ma mentre la seconda di Luca (terza in Matteo) è chiara, quella invece del pinnacolo (tetto) del tempio richiede una delucidazione: secondo l’attesa giudaica la sommità del tempio è il luogo della rivelazione della signoria del Messia. In quell’ora irromperanno le schiere degli angeli e con esse il Messia e i suoi condurranno l’ultima battaglia raggiungendo la vittoria. Se Gesù si gettasse dal pinnacolo costringerebbe Dio, secondo la sua parola, a mandare i suoi angeli in suo soccorso, ossia forzerebbe l’ora della rivelazione del Messia; è questo il senso di «(Non) tenterai il Signore tuo Dio» (Lc 4,12), che è il Dio biblico dell’AT, non Gesù! [così erroneamente qualcuno (me compreso da chierichetto) ha ritenuto in passato, come se il Cristo avesse detto al diavolo: «Non devi tentare me, che sono (il Signore) Dio»].
Il diavolo padrone del mondo. Gesù ricusa la signoria su tutti i regni del mondo e respinge l’idea del Messia-Cristo coi suoi sogni di gloria, forza, dominio (insomma rigetta il delirio di onnipotenza). Gesù rinnega la tipica concezione del Re davidico, che però ritroviamo in forma massiccia negli extra-lucani vangeli dell’infanzia, in particolare nelle parole dell’angelo durante l’annunciazione: «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32s); è una duplice contraddizione, teorica − perché Gesù rifiuta tale regalità, − e pratica: quando mai si è instaurato tale regno terreno? Il rigetto del potere regale è pure in contrasto con la finale aggiunta al vangelo di Matteo in cui sembra essere avvenuto un rovesciamento completo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» [Mt 28,18; ossia Re del mondo, una signoria datagli da Dio].
Abbiamo pure un’altra forte contestazione dell’ideologia ebraica per il fatto che la signoria del mondo è nelle mani del diavolo, anziché di Dio come invece per il giudaismo e l’AT! Nella Bibbia Dio è il Signore-padrone del mondo con la sua volontà, non il diavolo, anche se lo contrasta da antagonista, seppur subordinato.
Il diavolo padrone del mondo è un’idea relativamente nuova proveniente da Q. Ma perché Gesù respinge le tentazioni? Rifiuta il potere perché intrinsecamente corrotto e perverso, o solo a quelle condizioni perché esso proviene dal diavolo e richiede la sottomissione e la sua adorazione?
Demitizzando, poiché il diavolo non esiste, possiamo tradurre: aveva ragione (don) Giuseppe Dossetti, deputato ed eminente uomo politico della Democrazia Cristiana, a sostenere la non conciliabilità della logica del potere con lo status di cristiani? Infatti lasciò la politica per farsi prete e fondare la comunità “monastica” di Monteveglio [BO; come ha fatto Enzo Bianchi a Bose]. In ogni caso la chiesa, a partire dall’epoca costantiniana, li ha considerati ben compatibili, e ha dato inizio ai cesaro-papismi, alle clericocrazie e alleanze fra trono e altare, riducendo così ai minimi termini la critica profetica del potere, o esercitandola solo nei confronti dei regimi atei o anti-cristiani.
Dalla religione civile alla chiesa cristiana. Abbiamo avuto per 1600 anni la polis religiosa (oggi si preferisce dire «la religione civile») con le “reciproche adeguazioni” fra ecclesia e polis, cioè tra una comunità locale kerigmatica, ossia che annuncia il vangelo e vive di fatto la koinonia (comunione) in diakonia (servizio), e la più vasta collettività territoriale.
Quando si dà “adeguazione”, o peggio ancora risultano pressoché omogenee (come nel regime di cristianità) vuol dire che la proposta di fede non è avvenuta in termini decisivi, ma che è stata “strozzata” fino a risultare una semplice sanzione sacra di un ordine politico vigente. La polis non può che emarginare ed espellere il «fatto cristiano» come elemento di disturbo che, se vissuto, metterebbe a soqquadro le sue categorie efficientistiche, i suoi sistemi di relazione e di valori. La polis però può tollerare, persino privilegiare, addirittura riadattare e usare (“eresie sterilizzate”) una religione funzionale alle proprie strutture portanti.
La polis religiosa è una contraffazione-manipolazione del cristianesimo; è il tentativo spesso ricorrente di ridurre il cristianesimo a semplice religione e quindi, di fatto, a legittimare una cultura o un regime, mentre il fatto cristiano in sé non sopporta, senza essere stravolto, di essere funzionale a un modello politico, poiché chiede (a tutti) di convertirsi alla verità (evangelica). La polis cede alla tentazione di prendere comodamente posto all’interno di un assetto socio-politico, accontentandosi di amministrare il bisogno naturale di cose religiose proprio dell’uomo, e fornendo luoghi (templi, santuari, basiliche) e occasioni (coiGiubilei) per un pieno soddisfacimento.
Una massima, pericolosamente ambigua, campeggiava nella testata del periodico reggiano «Il genio cattolico” (religioso-scientifico-letterario-politico; i primi numeri usciti nel 1868): «La chiesa cattolica non s’impiccia delle forme di Governo: sa stare collo scettro dei Cesari, col berretto dei repubblicani, coll’urna dei costituzionali» (per tutta questa tematica cfr. Sandro Spreafico, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, Cappelli 1979, vol. 1, L’agonia dei poteri temporali, pp. 4-10 e 583-588).
Il vangelo odierno ci “costringe” a un profondo esame di coscienza circa i rapporti tra fede e politica, e pure sull’autorità nella chiesa, che si è data una rigida struttura gerarchica di potere dottrinale, sacramentale [il Codice di diritto canonico prescrive che l’omelia (la predica) sia tenuta solo dal sacerdote o dal diacono], e ministeriale (unicamente maschile).
Ogni generazione assapora la tentazione o la reale vischiosità della polis (confermate dalle sperimentate insidie dei regimi concordatari), come ogni generazione di credenti si ritrova daccapo a dover riedificare l’ecclesia, la quale non è mai una realtà conquistata una volta per sempre e completamente.






