Leggere i libri degli avversari è un compito ingrato, ma molto utile. Si rischia qualche attacco di fegato e di orticaria, ma fa scoprire universi inesplorati. E ci evita l’inciampo di finire in certe bolle digitali in cui siamo tutti d’accordo sulle stesse cose e finiamo di isolarci dalla realtà.

Sono già al terzo esperimento. Il primo è stato Io sono Giorgia, le mie radici, le mie idee (Rizzoli, 2021). Ad una lettura attenta emergono sia la montatura narrativa della premier come underdog, cioè di una derelitta sfavorita che si afferma unicamente per le proprie capacità, sia la sua abilità nel “rovesciare la frittata” e di fare la vittima ad ogni occasione, distraendo così l’opinione comune dalle sue mosse meno riuscite. Un secondo esperimento me lo ha fornito Mario Giordano, giornalista de «La Verità», come dire la destra dell’estrema destra, autore del recente saggio Dynasty (Rizzoli, 2025) in cui analizza il declino di quattro grandi nomi del capitalismo “famigliare” italiano: Agnelli, De Benedetti, Del Vecchio e Benetton. Dei fondatori (de mortuis nisi bonum), degli attuali eredi, l’avidità, l’incompetenza, l’insipienza, la miseria morale. Un affresco efficacissimo. Reso accorto dalle precedenti querele, Giordano attinge ai dati inconfutabili dei procedimenti giudiziari. Almeno fino ad ora, infatti, silenzio tombale da parte degli interessati e dal loro entourage. Ma questo testo merita forse un discorso a parte.

Il terzo libro è un fedele resoconto biografico di James DavidVance, vicepresidente di Trump, intitolato inappropriatamente, nella traduzione, Elegia americana (Garzanti 2017), forse per fare il verso alla indimenticata “pastorale americana” di Philip Roth. Il titolo originale, infatti, Hillbilly Elegy letteralmente suonerebbe «elegia di un montanaro» (rozzo e ignorante), originario dei monti Appalachi, là dove digradano nelle dolci colline e foreste del Kentucky, non lontano dall’Ohio, nelle cui acciaierie i poveri emigravano alla ricerca di una vita migliore e che ora non è più che una Rust belt, cintura della ruggine, quasi disabitata e abbandonata.

Vance nasce a Middletown (Ohio, 50.000 abitanti) nel 1984, ma i nonni materni, di cui adotta il cognome, provengono da Jackson, capoluogo di una contea (provincia) del Kentucky, 30 anni fa aveva 10.000 abitanti, ora 2000 circa. Queste zone sono caratterizzate da un’antica immigrazione dalle campagne irlandesi e scozzesi, con forte presenza di legami famigliari e, in  misura ormai sbiadita, religiosi. Cattolici gli irlandesi, calvinisti presbiteriani gli scozzesi.

A prima vista sotto l’aspetto economico-culturale par di scorgere una straordinaria affinità con le nostre Langhe, descritte da Pavese, Fenoglio, Revelli. Un’agricoltura avara e difficile, un lavoro durissimo, una povertà endemica. Le acciaierie del vicino Ohio come la Fiat a Torino a cui accedevano i “barotti” di Langa, spesso mantenendo i terreni che continuavano a coltivare la domenica. Alla ricerca di un ascensore sociale per i più giovani. Altra analogia: gli aspetti migliori della mentalità contadina, le case aperte, l’aiuto reciproco, la forza delle famiglie, il senso di appartenere alla comunità di provenienza, l’orgoglio delle origini che supera l’ignoranza e gli accenti dialettali. Ora molto meno, ma ricordo i tempi in cui, del tutto ingiustamente, i cuneesi erano oggetto di barzellette che ne facevano lo zimbello del Piemonte. E anche noi delle restanti province siamo sempre un po’ a disagio, rispetto al resto d’Italia, per la nostra sgradevole cadenza dialettale.

Ad uno sguardo più approfondito la disgregazione della famiglia tradizionale è già in fase avanzata, a partire dai nonni, separati: lui alcolista, lei con un carattere roccioso sarà la vera educatrice del giovane Vance e lo spingerà verso traguardi sempre più impegnativi, senza mai lasciare la moralità di fondo di un hillbilly. La nonna porrà un argine al disastro genitoriale del futuro vicepresidente americano: un padre biologico assente, un padre adottivo distratto, una madre nel vortice della droga, incerta e psicolabile (5 mariti e un numero indefinito di “compagni”) in una situazione spesso definita da Vance, bambino e poi adolescente, come una continua «porta girevole».

Nessuna analogia invece con le nostre terre, direi, dal punto di vista del maneggio delle armi e dall’approccio alla religione. Il nonno ha sempre, in auto, una 44 magnum (pistola che spara proiettili da mitragliatrice), la nonna nella borsetta custodisce una Colt 38 special. Non vengono usate, ma sempre impugnate in casi di vera o presunta emergenza. Sulle religioni il discorso è assai più articolato. Immaginate un supermercato in cui almeno tutte le declinazioni del cristianesimo, ma anche di altre fedi, offrano i loro migliori prodotti e che in ambiente povero si concentrano su aiuti materiali per tirare avanti alla meno peggio, cui si aggiunge la simpatia o antipatia dei vari preti, pastori o sedicenti tali. Durante i quattro anni di arruolamento volontario nei marines, tra i quali ci sono «ragazzi ricchi di New York e ragazzi poveri del West Virginia, cattolici, ebrei, protestanti e persino (sic!) alcuni atei», un ragazzo di campagna, affine a Vance come provenienza e stato sociale gli chiede: «Che cos’è un cattolico?». Un’altra forma di cristianesimo, gli spiega il Nostro e quello conclude: «Forse dovrei provare anche quello». Pressapoco come scegliere un detersivo o tra varie marche di parmesan.

La politica, nel libro, sta sullo sfondo. Se ne parla pochissimo e si può riassumere con il dramma dei bianchi poveri, abbandonati dal partito democratico (che era il loro approdo naturale) e penalizzati dal «politicamente corretto» che preferisce i neri e la recente immigrazione. Qualche polemica sull’effetto controproducente dei sussidi pubblici. “Al supermercato tu spendi i tuoi pochi soldi guadagnati con duro lavoro e accanto ti trovi quello che campa con i sussidi e acquista le stesse cose”. E la grande forza di volontà, l’impegno a non mollare. «Puoi fare qualunque cosa – diceva la nonna – non fare come quei cretini che pensano di essere perseguitati dalla sfortuna». Mi rammento di un libro di Mario Calabresi, in cui narra una traversata del continente americano, intitolato La fortuna non esiste, storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi (Mondadori 2007).

Si parla molto invece di rapporti umani, specie famigliari: «Ero il figlio abbandonato di un uomo che conoscevo a malapena, e di una donna che avrei voluto non conoscere». «La mamma veniva nel Kentucky solo una volta l’anno per la riunione di tutta la famiglia». Si parla molto di aspetti psicologici e dell’importanza di incontrare nella vita alcune persone “giuste”: la nonna, la sorella maggiore che si è curata di lui bambino, alcuni insegnanti specie all’Università, la compagna di studi che diviene sua moglie. A p. 220 elenca alcune di quelle che gli psicologi definiscono «esperienze avverse dell’infanzia», non necessariamente traumi fisici: essere insultati, offesi o umiliati dai genitori, avere la sensazione che i propri familiari non si aiutino a vicenda, vivere con un alcolista, con un tossicodipendente o con un depresso, vedere una persona cara maltrattata fisicamente, ecc.

Di certo Vance l’ascensore sociale l’ha percorso tutto fino all’ultimo piano del grattacielo. Bianco povero di una zona disastrata, frequenta il liceo, si arruola nei marines per avere una certa indipendenza economica, poi va all’Università, prima quella statale dell’Ohio, poi alla prestigiosa Yale, contraendo un prestito di 200.000 dollari per le relative tasse. È assunto in un quotato studio di avvocati e inizia la carriera politica che lo porta al seggio di senatore dello Stato dell’Ohio e poi a gennaio 2025 alla vicepresidenza degli Usa. Chapeau!

Credo che la strumentalizzazione fatta dal movimento Maga, e in generale dai repubblicani, del recente orrendo omicidio di Charlie Kirk e in cui Vance è stato in prima linea, ci abbia colpito molto negativamente. Resto però del parere che il suo libro mi abbia aperto orizzonti che non conoscevo sulla complessa società americana e che occorra evitare questo clima tossico in cui, nella logica di guerra, l’avversario diventa nemico, e il nemico va ucciso, fisicamente eliminato. Purtroppo il diretto superiore di Vance non dà il buon esempio quando afferma: «Io i miei nemici li odio e auguro loro ogni male».