Leggo di seguito alcune decine di pagine del libro di Luciana Ciliento e Carola Benedetto, Mio padre, tuo padre. Due uomini contro l’odio nel conflitto israelo-palestinese (DeAgostini 2026, pp. 265, € 15,90), fino a quella in cui Rami sobbalza. Sobbalzo anch’io. È stato chiamato in una azione di guerra, a cui partecipa obbligato. Fa una cosa che poi sceglie di chiudere fuori dalla sua vita. Questa storia di padri e figli, dei due popoli vicini e terribilmente lontani, è tragica e alta. La storia, già raccontata da Colum McCann in Apeirogon (Feltrinelli 2020), ti porta a soffrire con loro, e a intravedere la luce. È anche la storia della Nakba, della Occupazione israeliana, tormentosa, sottilmente violenta, e infine è storia delle origini del movimento «Combattenti per la Pace», associazione di 800 familiari di vittime degli scontri israelo-palestinesi, da entrambe le parti.

Il palestinese Bassam e l’israeliano Rami hanno avuto entrambi una figlia uccisa, pur essendo estranea, negli scontri violenti: «Le nostre figlie, Smadar e Abir, sono state uccise dalla stessa mano, dall’Occupazione, che da entrambe le parti trasforma dei ragazzi innocenti in assassini». E sono queste due ragazze che in apertura del libro si presentano, e presentano i loro padri, le loro famiglie, e i sentimenti che vivono.

Bassam e Rami, dopo aver sofferto come padri tale uguale dolore, si riconoscono come fratelli, si inseriscono (non senza fatica) in «Combattenti per la Pace», vanno insieme a parlare nelle scuole, e sono talora accusati di avvelenare la mente dei ragazzi scuotendo le loro convinzioni. Rami risponde: «È proprio ciò che vogliamo fare. Da una minuscola crepa nel muro può filtrare un raggio che fa luce in tutta l’oscurità». Questa idea guida la loro azione, non sempre accolta bene, ma anche compresa, per esempio, da Zakaria, lottatore palestinese che ha avuto madre e padre e fratello uccisi dagli israeliani, e dice: «È la prima volta che siedo con un ebreo e che ascolto i suoi problemi». Il dolore è la loro forza, perché non si raddoppia in vendetta, ma in ricostruzione umana, mediante l’ascolto, il riconoscersi umani. Il dolore è una forza immensa e incontrollabile – scrive Smadar – come l’energia nucleare: puoi usarlo per distruggere paesi interi, o per dare energia, calore, luce. Ci è voluto tanto coraggio, ma alla fine hanno scelto di fare luce. Abir un giorno lontano aveva detto: «Io costruirò dei ponti. Ci passeranno persone, macchine, camion. Saranno bellissimi, scintilleranno da lontano».

Bassam in prigione per sette anni, da giovane, senza aver commesso violenza, resiste, studia l’ebraico, impara a disobbedire dal giovane studente Wael, e scopre anche Gandhi: «La forza di soffrire senza far soffrire è l’arma umana contro la violenza». Il modo più efficace di rispondere a un sopruso è sorprendere l’aggressore con una reazione inattesa: così lo disorienti e tu diventi forte. E legge Martin Luther King.

Elik, figlio di Rami, va militare con questo animo: «Non ne posso più di sentire i miei comandanti dire che la potenza delle nostre armi ci garantirà la pace. È una follia! La violenza non porta mai la pace». Ed è deciso a non indossare mai più una divisa: diventerà un refusnik.

Bassam diventa noto per il suo impegno e viene avvicinato da ex soldati israeliani che non condividono le idee del governo, cercano palestinesi disposti al dialogo. Ne nasce un appuntamento tra nemici: cecchini, terroristi, occupanti. «Siamo tutti esseri umani: ridiamo e piangiamo allo stesso modo. Ed è moltissimo». «Non basta parlare col nemico. Bisogna lavorare insieme per superare le differenze». «Il dialogo è l’arma più potente».

Dopo la morte di Abir, Bassam vuole abbandonare i Combattenti per la Pace. Gli dice la moglie Salwa: «Devi continuare. Devi farlo per il futuro dei nostri figli». Bassam volle parlare con il soldato che aveva sparato ad Abir, sua figlia: «Ragazzo, non ti odio. La vittima di questa brutta storia sei tu, non noi». I due padri chiudono il volume con la loro testimonianza: «Siamo la prova che è possibile vivere insieme in pace». Nelle storie sofferte, raccolte in questo libro, parlano testimoni credibili, che camminano avanti a noi.