Gli storici sostengono che un regime si regge su tre punti forti. L’informazione, la formazione e la repressione. E noi in Italia a che punto siamo?

Informazione, formazione, repressione

In tema di repressione le indicazioni date alla polizia in tenuta antisommossa fanno intravedere una deriva preoccupante, ma più ancora c’è da temere per norme che delineano una super tutela delle forze dell’ordine (non riconoscibilità, difesa legale gratuita, nessuna microcamera sull’elmetto, ecc.). Che dire poi della volontà di colpire alcune forme di lotta nonviolenta, tipo sciopero della fame, con pesanti sanzioni penali? Si continua, tra l’altro, un certo tipo di politica, che invece di risolvere i problemi, reprime molti comportamenti facendone reati nuovi o aumentando le pene di reati preesistenti. Insomma «facìte ’a faccia feroce». Poi, di quel che accade dopo, al governo non importa nulla: sovraffollamento carcerario, suicidi, difficoltà di attuare percorsi di reinserimento sociale. Prevale la logica del «chiudere la cella e buttare la chiave».

Per quanto attiene la formazione, cioè principalmente la scuola, il ministro Valditara si lascia andare a sceneggiate da comizio davanti al Parlamento, trattando un tema delicato come l’educazione sessuale e all’affettività, dopo aver varato una serie di direttive che mirano, in molti campi, a far prevalere nei programmi una visione grettamente nazionale, se non nazionalista. In netto contrasto con la necessità di un’integrazione europea che non sia soltanto economica e politica, ma anche e soprattutto culturale.

Soffermiamoci, però, ora più a fondo sul tema delicatissimo dell’informazione. L’occasione ci viene dalla recente polemica tra il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia e il Quirinale, attizzata da un vero o presunto scoop de «La Verità», il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Sul colle più alto si architetterebbero complotti contro il governo in vista delle elezioni politiche del 2027. La polemica, con qualche difficoltà, pare sia stata provvisoriamente rabberciata dalla presidente Meloni, in un incontro non proprio felicissimo con Mattarella. Ma chi è il capogruppo Galeazzo Bignami? In tempi non lontani si ricorda una sua comparsata vestito da nazista, con tanto di svastica al braccio. Un’idea di pessimo gusto, ad essere benevoli. Più recentemente, in occasione del giorno del ricordo (10 febbraio 2025), si è presentato ad ora impropria al Comune di Bologna, alla testa di un gruppo di “coraggiosi patrioti” di Gioventù Nazionale, chiedendo una “degna celebrazione” del medesimo. Il sapore di un gesto strumentale. I manifestanti brandivano, infatti, uno striscione che rivendicava Istria, Dalmazia, Fiume. Commentato con arguzia da Luca Bottura nella sua rubrica semiseria «Minimum pax». Sotto il titolo Di là dal Fiume riferiva anche l’impegno speso dagli amici di Bignami nel correggere la scritta croata Opatija (in Abbazia), cittadina istriana gemellata con Castel S. Pietro in provincia di Bologna: «Ma proprio la sciagurata e tragica invasione della Jugoslavia nella guerra fascista ha fatto sì che quelle località cambiassero nome… 13.000 i civili uccisi, 30.000 i deportati» (La Stampa, 11.2.2025, p. 23). Mentre, aggiungo io, il generale Mario Roatta, un altro che non pagò per i suoi crimini, emanava circolari lamentandosi che non si ammazzasse abbastanza.

Concentriamoci su RadioRai

Tralasciando carta stampata e tv concentriamoci per ora su RadioRai. La colonizzazione è evidente, non senza premettere qualche regolamento di conti interno alla destra, come la cancellazione di Giù la maschera, in onda dalle nove alle dieci su radio1, e guidata da Marcello Foa, che, se ben ricordo, era stato presidente Rai in quota Lega, ai tempi del primo governo Conte. La squadra che insieme a Foa, giornalista di valore, completava la messa in onda era, a turno, composta dal giornalista de «La Verità» Giorgio Gandola, dalla sondaggista Alessandra Ghisleri e dal sociologo Luca Ricolfi. Faceva controcanto, ma non sempre, Peter Gomez. Il risultato era comunque spesso vivace e interessante. Cassata senza pietà. Anche un altro servizio è sparito, in prima serata (20,30/21) Igorà condotta da Igor Righetti (en passant, nipote di Alberto Sordi). L’ho sentito poche volte, a dire il vero, e ho avuto qualche attacco di orticaria per il livello di faziosità. Cassata anche questa, con soddisfazione di Giancarlo Loquenzi che ritorna con Zapping, una delle migliori trasmissioni di Radio1, a poter disporre di un’ ulteriore mezz’ora prima tagliata per far posto a Righetti.

Fortemente ridimensionata invece Radio anch’io, tra le 7,30 e le 9.00. I bravissimi Giorgio Zanchini e Alessandro Forlani dallo scorso ottobre si alternano con Stefano Mensurati, anche lui giornalista di valore. Una settimana a testa. In altri tempi Mensurati è stato, per sua stessa ammissione, simpatizzante del “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Msi. E di recente ha querelato un collega che lo aveva definito retrospettivamente “picchiatore fascista”. Non so cosa sia accaduto in Radio2 che sento pochissimo.

Resta Radio3 che potremmo paragonare al ridotto della Valtellina, questa volta, però, in versione antifascista, o «antifa» come ora si tende a dire, con una coloritura un po’ sprezzante. Le firme prestigiose di lungo corso di questo programma sono, per ora, rimaste tutte al loro posto. E lo si vede nella scelta dei giornalisti di Prima pagina, nel programma delle ore dieci Tutta la città ne parla, nei servizi culturali del pomeriggio e nei raffinati programmi musicali della sera. Ma quale sarà l’audience?

Concludo con una curiosità. Complice l’insonnia, compagna fissa degli anziani, mi accade di sentire alle 6.05 di domenica  su Radio1, il giornalista della sede di Trieste Walter Skerk, cognome tra il tedesco e lo sloveno e simpatica cadenza giuliana. Dirige, con altri, Est/Ovest, trasmissione regionale che meriterebbe ben altro risalto, per i temi trattati, che superano l’abituale provincialismo italiano. Nelle domeniche 9 e 16 novembre ‘25 un’interessante indagine sulle bande di taglieggiatori afgani e pakistani (tollerati dalla polizia bosniaca e da quella croata) che, al confine tra i due stati, ricattano tutti gli altri migranti che cercano disperatamente di entrare nell’Unione Europea; la colonizzazione di Belgrado, con snaturamento di alcune zone della città, da parte dei sauditi e degli emirati del Golfo, con enormi investimenti immobiliari, favoriti dal governo Vucic; un’approfondita inchiesta sulla opposizione ungherese che, alle prossime elezioni, ha qualche chance di ridurre lo strapotere di Orbàn, se non proprio di costituire un’alternativa di governo. Informazioni di prima qualità per un servizio che era stato abolito, a inizio estate. Poi data l’ora e l’audience, pressoché nulla… è ripreso da novembre. Vale la pena di risentirlo, ad ora più comoda, su Raiplay sound.