Il prossimo articolo verrà pubblicato il 9 aprile. Buona Pasqua ai lettori!
In questo Venerdì santo prendiamo in considerazione due eventi peculiari della Passione: il tradimento dell’Iscariota in connessione col film di Giulio Base Il vangelo di Giuda, tratto dai vangeli apocrifi, presentato al Festival del cinema di Locarno e in uscita nelle sale italiane ai primi di aprile; e la tremenda frase di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» che però può essere intesa in modo diverso dalla sensazione classica di una quasi disperazione totale.
Il vangelo di Giuda
Il film è recensito da Antonio Spadaro su «Avvenire» del 29 marzo e da Fulvia Caprara sulla «Stampa» del 31 marzo, da entrambi in modo tutto sommato favorevole. Il traditore non si vede mai nell’opera cinematografica perché è in soggettiva, cioè si esprime attraverso la voce fuori campo di Giancarlo Giannini.
Giuda è presentato come il figlio di una prostituta morta dandolo alla luce, cresciuto in un postribolo con la sorella (anch’essa) prostituta Maddalena. Giuda diviene discepolo di Gesù quando il Cristo salva dalla lapidazione appunto la sorella, identificata pure con l’adultera di Gv 8,1-11; nell’episodio Gesù scrive per terra nella polvere: «Non morirò mai». Giuda legge in quelle parole la conferma che la Passione sia solo una fase (temporanea) di un disegno più grande, un elemento necessario al compimento della salvezza in senso sacrificale. I vangeli apocrifi sono già ampiamente leggendari; se poi si esagera ulteriormente, si travalicano di gran lunga i limiti delle concessioni alla fantasia di una fiction cinematografica.
Gv 18 ci rivela l’inghippo; dopo aver ampiamente descritto all’inizio (Gv 18,1-3) Giuda quale condottiero delle guardie con lanterne, torce e armi, in 5b si dice che fra loro c’era anche Giuda! L’evangelista non ha l’Alzheimer: in origine c’era solo il 5b. Giuda ha sì partecipato pure alla cattura, ma non è questo il suo vero tradimento: il sinedrio aveva le sue guardie e spie, per cui lo prendevano quando volevano; che ci fosse bisogno di un delatore per catturarlo è quasi ridicolo. Marco 14,56ss riferisce di alcuni/parecchi falsi testimoni, e pure Matteo 26,59ss che però si concentra su due; ma la loro non è una falsa testimonianza poiché le parole (e i fatti tumultuosi) contro il tempio Gesù le aveva pronunciate.
Sono falsi nel senso di “traditori”; uno è Giuda, l’altro o gli altri due/tre sono discepoli: penso ad esempio a Simone lo zelota che “in buona fede” poteva aver voluto forzare la reazione di Gesù quale Messia potente contro Roma per instaurare un regno terreno-davidico, cioè facendo stramazzare a terra tutti i soldati come nel leggendario Gv 18,6 con a sua disposizione le abbondanti dodici legioni di angeli di Mt 26,53. Ma la “buona fede” non vale per Giuda (anche se qualcuno lo ha pensato), che è una (lurida) spia, fintosi discepolo, infiltrata dal sinedrio già da prima, per controllare ciò che Gesù faceva e diceva, onde riferire ai sommi sacerdoti e poi accusarlo nel processo.
Se fosse stato il solo Giuda a testimoniare contro, avrebbero anche potuto scriverlo: ma, essendoci altri discepoli traditori in gioco, hanno preferito tacere per l’imbarazzo, e scaricare il tradimento di Giuda tutto sulla cattura, aggiungendo le prime frasi di Gv 18. In questo caso un autore moderno, dopo averla “menata” sopra per alcuni versetti su Giuda condottiero dei soldati, avrebbe eliminato il successivo 5b sulla sua presenza in mezzo alle guardie. Ma allora si aggiungeva senza andare tanto per il sottile, senza preoccuparsi, dato il sacro rispetto del testo precedente che veniva lasciato, di eventuali anomalie createsi.
Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lema sabactani?
Il secondo spunto mi è venuto da Lorena Fornasir che a Trieste ogni sera instancabilmente cura le ferite dei piedi ai migranti che giungono dalla rotta balcanica: vesciche, infezioni, talloni a pezzi, dita annerite dal gelo. I morti − annegati o assiderati − del 1 aprile 2026 sono stati sia nel Mar Egeo sulla rotta balcanica sia al largo di Lampedusa… Lei dice: «Io non sono credente, ma vedo questi ragazzi come dei cristi capaci di portare una croce davvero pesante… La loro domanda muta è la stessa che anche Cristo non ha saputo trattenere sulla croce: Perché?».
Tuttavia il detto di Gesù sulla croce potrebbe anche essere interpretato in modo diverso, e non come un puro grido di disperazione senza futuro. La frase in Mc 15,34 e Mt 27,46 è un misto (confuso) fra l’aramaico di Marco (Eloi, Dio mio) e l’ebraico di Matteo (Eli). Possiamo presupporre la forma yiqtol (cfr l’appendice tecnica) che ha valore di passato ma anche di futuro, come nel salmo 85 che una volta veniva tradotto con «giustizia e pace si sono baciate», ma oggi si preferisce la forma al futuro (dati i tempi che corrono): «giustizia e pace si baceranno». La forma yiqtol non è poi così strana: designa un’azione già iniziata nel passato, che si sta sviluppando nel presente, e che ha una prospettiva futura di compimento: una tipica caratteristica della storia umana. Se è così, il grido di Gesù significa: «Fino a quando [il greco eis ti del salmo 22 (21) nei LXX e di Marco] mi abbandonerai?». Cioè l’abbandono è a tempo, avrà una fine con la morte-resurrezione.
Applicato a Trieste e alla Fornasir suona: fino a quando durerà? Fino a che punto arriverà questo strazio, che l’encomiabile Lorena cerca di alleviare? Quando finirà la croce di questi Cristi? Fino a che punto durerà la durezza di cuore dei sovranisti (spesso sedicenti cattolici)? Per dirla con Bonhöffer: non è l’atto religioso-devozionale a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo.
«Perché» o «fino a che punto»?
In ebraico ci sono le forme verbali, del tutto diverse dai nostri tempi e modi come l’indicativo, congiuntivo, condizionale. La forma yiqtol suddetta è caratterizzata all’inizio dalla più piccola lettera dell’alfabeto, lo yod, poco più di un puntino, di un apice, di uno iota, come il nostro apostrofo. Ma in aramaico, già e ben prima di Cristo, dato che lo yod così minuscolo poteva sfuggire, veniva rappresentato a volte da un segno-lettera (molto simile alla nostra) zeta.
Forse non è un caso che nell’autorevole codice Vaticano la prima lettera di sabactani non sia una s come negli altri manoscritti, bensì una zeta (greca): è l’indizio di una originaria forma Yiqtol.
Inoltre Lema (più aramaico) o lama (più ebraico) significa sì «perché» ma anche «fino a che punto». Ossia fino a che punto mi abbandonerai? Ma regge anche il presente: fino a che punto mi abbandoni? E, volendo, regge anche il passato; fino a che punto mi hai abbandonato?
Invece il “perché” causale non regge il futuro: nel nostro caso non ha senso dire “perché mi abbandonerai”: l’abbandono è già in corso, anzi sta per finire. Se si presuppone (in maniera classica ma erronea, come nelle recensioni citate all’inizio) che tutto sia stato pre-ordinato da Dio Padre per una salvezza-redenzione immolatoria (oggi improponibile), il termine «abbandono» non ha poi molto senso, poiché tutto è pilotato dall’alto in un’organizzazione quasi perfetta… Così però si rafforza nella testa della gente una visione del tutto sballata dell’Iscariota quale ingranaggio fondamentale per il necessario, anzi indispensabile sacrificio espiatorio di Cristo.
Nella foto un fotogramma del film Il Vangelo di Giuda di Giulio Base






