A Roma incontro Serena, che ha recentemente passato il test per essere nominata Tutore di Minore non Accompagnato. In attesa dell’incarico ufficiale, una volta alla settimana, dopo il lavoro condivide la cena con i ragazzi (i minori rifugiati e non accompagnati sono prevalentemente maschi) di una casa di accoglienza della Caritas. Gli adolescenti in genere sono poco loquaci, ancor più dopo un’intera giornata a imparare l’italiano. Ibrahim è fuggito dal Sudan, è quello più motivato; oltre a imparare a memoria quanto serve per passare l’esame di conversione del permesso di soggiorno, ha l’aria di voler capire. Capita allora che chieda a Serena di leggere un testo.

Serena: «…per entrare a scuola si doveva attraversare un grande cortile …»

Ibrahim: «Cos’è cortile?»

Serena: «È quello spazio che c’è in mezzo agli edifici della scuola»

Ibrahim: «?»

Serena: «Com’era fatta la tua scuola in Sudan?»

Ibrahim: «Grande albero. Maestro. Bambini seduti ombra».

Serena: «Vedi, voi avevate il cortile… mancava la scuola intorno!».

Passando da Milano, Chiara mi porta in Foro Buonaparte, in un salone dell’ex-Teatro delle Erbe, a una presentazione di Sistech. È una ONG creata nel 2017 in Francia, e attiva anche in Italia e Grecia, che sostiene l’emancipazione professionale delle donne rifugiate, attraverso l’inserimento nei mestieri delle tecnologie digitali. Questa sera 16 di loro si presentano a un pubblico in prevalenza formato da capi del Personale di imprese private. Provengono per un terzo dall’Afghanistan, per un altro terzo dall’Ucraina, e il resto da una lista di paesi in cui è sconsigliabile andare in vacanza. Hanno seguito un percorso formativo in tre tappe: orientamento professionale; formazione pratica alle tecnologie digitali; comunicazione e pubbliche relazioni. Ciascuna dispone di tre minuti (180 secondi!) per presentarsi, dare dimostrazione di padronanza dell’italiano, vantare conoscenze ed esperienze nella gestione di progetti web, creazione di siti e app, cybersecurity, convincere sulla motivazione e qualità della loro candidatura. Cinquanta minuti di straordinaria diversità di stile, di competenze, di profili. Pochi accenni al tremendo percorso fino a dietro la porta da cui entrano in scena. Sedici donne che non cercano di catturare simpatia o compassione, ma di dimostrare di essere pronte e capaci a diventare subito indispensabili. Nel loro paese di origine, per una donna, il lavoro fuori casa spazia da un estremo all’altro: da impensabile a obbligatorio, passando solo per tipologie classificate come adatte al gender femminile. Di regola la scelta non appartiene loro, ma alla pianificazione di stato, al buon volere del capo-famiglia, alla raccomandazione del locale capo-clan.

Rientrato a Parigi riprendo le mie attività di volontariato, tra cui la meccanica ciclistica in una Ciclofficina dell’XIº arrondissement, accanto al cimitero del Père Lachaise, un quartiere giovane e multietnico. La Ciclofficina fa parte di una associazione che funziona anche come centro sociale del quartiere. Normale, dunque, che sul tavolo d’ingresso ci siano i più svariati tipi di volantini. Tra questi, Margot ne ha impilato un certo numero con un disegno a fumetti che rappresenta due donne – presumibilmente una maghrebina e una centrafricana – in dialogo accanto ai fornelli. Sotto il titolo esplicito «Non infilate niente nella vostra vagina», si legge il seguente dialogo:

Malika, sollevando il coperchio di una pentola: «Cosa stai preparando?».

Mwimba, affettando una radice di zenzero: «Una notte d’amore. Lo infili nella vagina e il tuo uomo adorerà. Ma… fa male».

Malika: «Non lo fare. Così distruggi l’interno della tua vagina!».

Il volantino è cofirmato dalla associazione Ikambere (fondata nel 1997 per sostenere le donne che vivono in precarietà e con una malattia cronica − AIDS, diabete, obesità, ipertensione − e accompagnarle verso l’autonomia) e dalla Regione Île de France. Sul retro, alcuni disegni accompagnano una impressionante lista di “cose” dannose per la mucosa interna delle donne: naftalina, decotti, limone, zenzero, miele, menta, foglie di canapa, ecc.

Tre episodi, ravvicinati, che mi hanno fatto considerare l’ampiezza della distanza culturale che resta da percorrere ai rifugiati che giungono in Europa, dopo avere percorso migliaia di chilometri e di paure. L’organizzazione dello spazio urbano che struttura e limita, la competizione tra individui come corollario della libertà di scelta, l’igiene di vita componente indispensabile del benessere, sono concetti per noi acquisiti direttamente dal contesto istituzionale, sociale e familiare.

Invece, a Ibrahim Serena dovrà spiegare come distinguere un luogo pubblico da uno privato, cosa si può fare in casa che non si può fare fuori, dove è imperativo arrivare in orario e dove non ci sono orari. Sull’altro piatto della bilancia c’è il diritto di muoversi in libertà e sicurezza.

A Myriam e Agnieszka i consulenti volontari di Sistech hanno detto chiaramente che tutela dei diritti non significa fare al posto tuo, ma si coniuga con competizione nel mercato del lavoro. Sull’altro piatto della bilancia c’è il diritto di non essere discriminati per sesso, religione, ideologia, colore della pelle, origine.

A Mwimba l’associazione Ikambere deve far capire che è anche attraverso l’affermazione del rispetto del proprio corpo che si conquista il diritto all’eguaglianza uomo / donna. Sull’altro piatto della bilancia ci sono gli aiuti sociali a sostegno delle donne sole e delle famiglie monoparentali.

In tutti i casi qui citati, i protagonisti [i cui nomi ovviamente sono stati cambiati] sono arrivati in Europa attraverso i corridoi umanitari, dunque in maniera legale in virtù di un diritto di asilo riconosciuto. Pagato il doveroso tributo di ammirazione ai volontari che producono miracoli di creatività per costruire passerelle sull’abisso di differenze culturali, alcuni interrogativi restano sospesi.

È stato progettato un percorso formativo che, oltre alla lingua del paese di destinazione, comprenda anche diritti/doveri, valori, usi e costumi? Come immaginare una tale formazione, se noi stessi non la pratichiamo con le nuove generazioni, né in ambito familiare, né scolastico, né associativo? Non meriterebbe forse un dibattito politico ampio, che sia anche occasione di presa di coscienza dell’unicità mondiale del nostro sistema di valori? Ho la debolezza di credere che pensare a questi temi ci solleverebbe dalla trivialità dei litigi sull’immigrazione, come quella che si produce sul ring di «Porta a Porta».