Cosa sarebbe successo se, man mano che il mondo si riempiva di veicoli a motore, non ci fossimo preoccupati di adattate le strade ai nuovi mezzi, non avessimo istituito un corpo di vigili urbani, il proprietario dell’auto non fosse stato obbligato ad assicurarsi e non avessimo neppure emanato un codice della strada? Probabilmente la circolazione sarebbe stata un incubo spaventoso, un concentrato di caos e pericoli. Oggi con la globalizzazione ci troviamo in una situazione simile.

Negli ultimi 500 anni, attraverso la scienza, la tecnica, l’economia e l’informazione abbiamo unificato il mondo ma ci mancano la lucidità, la volontà, le strutture e la capacità di governarlo. L’unica idea che ci appare praticabile e fare dei passi indietro, tornare alla sovranità degli Stati, a un’economia compartimentata, all’esaltazione della propria identità e della propria religione. Nella realtà in cui ci troviamo però, con questa politica, i gruppi privati, gli interessi consolidati, le etnie più forti non trovano nessun ostacolo a controllare le società aumentando, aldilà dell’accattabile, le disuguaglianze e lo sfruttamento; e così le disgregano. Ed infatti è quello che vediamo accadere sotto i nostri occhi. È come se, nell’esempio con cui inizio, l’umanità per uscire dal caos della circolazione avesse deciso di smettere di produrre automobili. No! Questa politica pubblica dettata dallo sconcerto, dalla paura, dalla mancanza di idee e dagli interessi più sordidi non ha nessuna possibilità di successo, anzi aggrava ulteriormente tutti i problemi che abbiamo di fronte, rendendo il mondo sempre più pericoloso. La politica che ci serve è esattamente quella opposta. Le grandi aree economiche e politiche devono riprendere in mano la globalizzazione correggendone, con accordi lungimiranti, le gravi distorsioni e gli effetti perversi che ha prodotto. Occorre infatti tenere a bada gli appetiti privati e rinunciare alla tentazione di ottenere dei vantaggi sulla debolezza e sulla confusione degli altri. Ottenere dei guadagni nel breve periodo con i soliti giochetti sfoggiati mille volte nella storia passata sarebbe un gravissimo errore perché, nell’ intreccio fitto in cui siamo immersi, ogni azione produce reazioni incontrollabili. Del resto le guerre in corso ce lo stanno dimostrando con grande evidenza.

Le religioni alla prova della convivenza

Nel difficile passaggio che stiamo attraversando, una responsabilità particolare ce l’hanno sicuramente le religioni. Nate molto tempo fa, in spazi vasti poco popolati con scarsità di comunicazioni, esprimono ancora le diverse sensibilità e le varie visioni del mondo di popoli estranei tra loro. Oggi invece viviamo in spazi sempre più ristretti e affollati, siamo ormai spalla a spalla. Così pure le religioni sono ormai fianco a fianco mischiate negli stessi spazi. Il mondo le guarda e aspetta di vedere come si comportano una verso l’altra e ancora di più al loro interno tra le varie confessioni. Per loro quindi oggi si presenta un compito di fondamentale importanza: mostrare al mondo cosa vuol dire rispetto e accoglienza per quelli che credono, pensano e sono diversi da noi. Per questo è nato l’ecumenismo, che è una cosa buona, così come sono cose buone tutti i passi avanti fatti. Questa grande idea però ora procede toppo lentamente rispetto alla tragica situazione in cui ci troviamo. Non sto affatto dicendo che le religioni dovrebbero fondersi per creare un’unica grande religione, anzi penso esattamente il contrario, perché la libertà di religione è essenziale oggi per gli esseri umani. Quello che dobbiamo fare non è uniformarci e amalgamarci, ma restare quello che siamo e accogliere il diverso che vuole restare diverso. Perciò il mondo si aspetta molto dalle religioni. Secondo il loro carisma, con molta più forza, determinazione e coraggio di quello che usano ora, devono concorrere a formare una coscienza collettiva di fraternità e comunione tra tutti i popoli della terra, cominciando dai rapporti tra di loro. Senza questa coscienza, tutto diventa veramente molto più difficile.