Vangelo della 14ª domenica: Matteo 11,25-30

Gesù si rallegra perché il Padre ha tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli: non tanto i bambini ma i ragazzi in tenera età che, se poveri, erano ancora più indifesi. I sapienti e gli intelligenti del vangelo odierno non sono i saggi, dotti in generale e in senso positivo, bensì (come diceva Dario Oitana) i “sapientoni” (farisei, scribi, dottori della legge) delle città nominate in precedenza: Cafarnao, Corazin, Betsaida contro cui Gesù ha scagliato le sue invettive nel brano immediatamente precedente, perché avevano rifiutato il suo messaggio.

Chi è il Figlio? Segue il v. 27 che nella versione italiana scorre molto lineare nel suo parallelismo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». È stato tanto decantato in passato perché sembra alludere alla grande intimità fra le due persone della Trinità: pare un pezzo del quarto vangelo precipitato di brutto in quello di Matteo. In realtà il passo è contorto [in greco ad es. con «né il Padre (compl. oggetto) qualcuno (soggetto) conosce»], imbarazzante e anomalo.

Che nessuno conosca il Padre se non coloro ai quali il Figlio lo voglia rivelare è tendenzioso perché insinua che il vero Dio possa essere solo quello proclamato dal cristianesimo (quasi un anticipo del Extra ecclesiam nulla salus: non c’è salvezza al di fuori della Chiesa). Ma soprattutto cosa vuol dire che nessuno conosca il Figlio? Se è Gesù, egli è conosciuto dai discepoli e dalla gente che lo segue.

È illuminante come lo cita Taziano leggendolo (assieme a un manoscritto di Parigi): «nessuno conosce (sa) chi è il figlio»! Questa è la versione più antica ed originaria del brano: non solo il figlio non è conosciuto, ma non si sa nemmeno ancora chi sia! Anche il Battista è incerto, perché dalla prigione manda due messaggeri a chiedere a Gesù: «Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro» (Matteo 11,2s)?

Ricordiamo che nell’AT «figlio di Dio», in senso lato e metaforico-simbolico, era il popolo d’Israele, o il Re, o il Messia venturo…

All’inizio non era chiaro chi fosse il figlio (Cristo-Messia), probabilmente nemmeno per Gesù stesso. Nel commento di domenica scorsa abbiamo sottolineato come Gesù diventi gradualmente consapevole di essere lui il figlio dell’uomo, che in un primo momento riteneva fosse un altro. Allo stesso modo può aver preso coscienza progressiva (come diceva Karl Rahner) del suo essere figlio: lo ha tematizzato, tradotto in concetti sempre più chiari, facendo esperienza della realtà nell’ambito della sua grande missione.

Nel suo diario dell’agosto 1994 Pier Cesare Bori ritiene di non poter più ritenere che solo Gesù sia il logos, ma gli sembra più giusto pensare a una presenza diffusa dello spirito di sapienza e profezia attraverso la storia, senza escludere però il pensiero e la comunione con Gesù come maestro ed esempio più vicino.

Progressivi livelli di coscienza. Il primo livello di coscienza di Gesù è quello di essere affidatario: «tutto mi è stato dato, consegnato dal padre» (senza il “mio” assente nel Sinaitico), affidato per un grande incarico. Dio può assegnare una missione profetica, come quelle dell’AT, a un uomo senza che questi sia considerato per forza suo figlio. Il verbo «consegnare» (paradidômi) è pure il verbo della consegna da parte di Giuda nel tradimento: qui è l’esatto opposto in una radicale affidabilità. Gesù è inizialmente consapevole del grande compito-missione assegnatogli da Dio (non significa ancora essere suo figlio) di annunciare il vangelo del Regno e tutto il resto.

Dall’affido si passa poi all’adozione (che sono molto vicini): da affidatario diviene figlio adottivo, nel battesimo di Luca 3,22 in alcuni manoscritti (D, Vercellese, Veronese): «Figlio mio sei tu, io oggi ti ho generato».

Gesù prende sempre più coscienza della sua figliolanza, sino alla sua costituzione definitiva nella resurrezione, con la formula di fede citata da Paolo in Romani 1,3-4 basata sul parallelismo antitetico: «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito figlio di Dio secondo lo Spirito a partire dalla sua resurrezione».

Le cose nascoste. In questa prospettiva abbiamo sottolineato certo l’umanità di Gesù: l’evoluzione della sua coscienza, del sua mente e del suo sapere; passiamo ora a considerare le sue fatiche e fragilità umane, e certe sue uscite ruvide.

A questo proposito, tra le cose nascoste, coperte o trasfigurate, è significativa la non-guarigione del lebbroso in Mc 1,40-44: nella versione originaria Gesù, «arrabbiatosi (1,41 nel codice D)… lo cacciò via subito» (1,43) senza guarirlo. L’ultima versione CEI ha ripristinato la “cacciata”, mentre le traduzioni precedenti l’avevano addolcito con «lo rimandò», pensando al rinvio al sacerdote per la verifica della guarigione (1,44). Ma non funziona perché in Palestina i sacerdoti sono solo nel tempio di Gerusalemme: non è pensabile che un povero lebbroso appena guarito si faccia più di tre giorni di cammino per raggiungere la città santa: a Roma invece (dove scrive il redattore che l’ha trasformato in guarigione) un sacerdote … si trova sempre.

Per capire bene bisogna considerare tutto il contesto: la serata prima Gesù “lavora” sino a tarda ora con tutta la città riunita alla porta (1,32, obbligatoriamente dopo il tramonto del sole che segna la fine del riposo sabbatico). Poi si alza di notte per andare a pregare in un luogo deserto (1,35; dorme poco), e il giorno seguente percorre tutta la Galilea (1,39), per cui arriva all’incontro col lebbroso sfinito dando in escandescenze. Non ne poteva più! Non era arrabbiato col povero lebbroso, ma per la situazione fisico-mentale al limite.

La cosa è stata ritenuta (ovviamente) troppo disdicevole, per cui l’«arrabbiatosi» è stato modificato in «mosso a compassione» (1,41) con la conseguente guarigione. [Si capisce così l’importanza del metodo storico-critico e dei manoscritti diversi: se non avessimo la “rabbia” del codice D, saremmo in grave difficoltà. I pensieri più importanti sono i metodi, come diceva Nietzsche (citato dal Card. Martini)].

La tenerezza di Gesù. Con un Gesù che ha conosciuto la fatica, è quanto mai logica la conclusione del vangelo odierno sugli affaticati e stanchi a cui Gesù offre ristoro, poiché il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt 11,28-30). Il discorso in assoluto più tenero di Gesù si trova in Gv 14-17 (parecchio lungo). Nei sinottici è raro, poiché abbiamo un Gesù spesso abbastanza rude, burbero: quella di oggi è un’eccezione, in cui spira tutta un’altra aria rispetto alle filippiche contro i peccati e i peccatori.

Un’altra delle cose nascoste, o sconosciute, riguarda appunto il racconto del paralitico in Mc 2,1-12 (Mt 9,2-7), che scorreva lineare con la guarigione secca (senza il perdono dei peccati): «alzati e cammina», saltando dall’attuale v. 4 al v. 9b.11 (senza il 10). Un redattore successivo ha anticipato all’inizio (raddoppiandolo; duplicare i verbi di “dire” era il metodo più facile per inserire un’aggiunta) il «disse al paralitico» del v. 11 per introdurre il perdono dei peccati; l’aggiunta è chiara perché, quando si ricongiunge al racconto originario appunto nel v. 11, pasticcia: «io ti dicodisse al paralitico» (per fortuna erano maldestri nelle suture, per cui le riconosciamo). Le vecchie versioni per eliminare la cacofonia traducevano con «Io ti ordino» (tendenzioso fra l’altro) – disse al paralitico… Però l’ultima versione CEI ha ripristinato correttamente il «dico a te» (legô); in realtà non c’è il «disse» ma il presente storico «dice» (legei), che Marco usa molto spesso con tale verbo; solo il grande Luca 5,24 usa l’aoristo eipen limitando la sgraziata assonanza.

L’ha tuttavia inserita nel posto sbagliato in modo infelice, perché insinua la relazione peccato-malattia; e poi che peccati poteva mai avere un povero paralitico! Questo non significa che le parole di Gesù sul perdono siano inventate, ma non qui in questa occasione, bensì in tutt’altro contesto.

Ma perché l’ha fatto? Il redattore romano si è accorto che nel vangelo non comparivano mai né il sostantivo «peccato» né il verbo «peccare» (a fronte delle 200 volte circa nel NT: 150+50). Anzi peggio c’era solo all’inizio nel battesimo per il perdono dei peccati di Giovanni (Mc 1,5). Ma come? Il Battista perdona i peccati e Gesù niente? Apriti, o cielo!

L’ha quindi aggiunto qui correndo il grosso rischio della causalità peccato-malattia, ma non era questa la sua intenzione. Voleva inserire almeno una volta il peccato (amartia), anzi una volta e mezzo, perché più avanti vi ha pure immesso l’analogo amartêma (colpa) nel celebre passo sulla bestemmia contro lo Spirito santo (Mc 3,28s ripreso da Mt 12,31s), unica eccezione al fatto che tutte le colpe  saranno perdonate. Anche qui ci aiuta il metodo storico-critico attribuendo il passo al redattore romano che pensa all’afesis battesimale (degli adulti) che spazzava via tutto il pregresso: colpe, pene, senza bisogno di indulgenze e purgatori. È pericoloso attribuirlo a Gesù (che non pensava certo al battesimo): se tutti i peccati saranno perdonati, l’inferno è praticamente… vuoto.