Continuiamo (qui la prima, qui la seconda e qui la terza puntata) a sintetizzare il libro di Pierangelo Sequeri Addio a Dio? Sul Dio vivente.
Siamo al capitolo IX del libro di Sequeri Addio a Dio? Sul Dio vivente. La costellazione culturale che sta plasmando il nostro tempo vive, a proposito del giudizio, una inversione di piani. Siamo colpiti dal terrore di cose futili: essere giudicati, in “processi mediatici”, che annichiliscono. Magari noi adulti siamo più indifferenti, ma i nostri figli ne sono avvolti. In compenso, sta evaporando quasi totalmente l’idea che, sulla soglia della morte, intervenga un giudizio divino che decide beatitudine o perdizione. Siamo relativamente insensibili alla prospettiva di un tale giudizio. Sempre meno sopportiamo di essere moralmente giudicati.
Il desiderio di essere apprezzati, per motivi che gli altri ci impongono come validi, è il sogno segreto della nostra vita. Per essere in pace con quel desiderio, dobbiamo essere convinti di noi stessi. Quel desiderio lo giustifichiamo col nome e il giudizio di Dio. Noi credenti consideriamo una fortuna che il giudizio profondo su di noi sia il giudizio di Dio, e di nessun altro. Per apprezzare questo «riconoscimento» di Dio che ci salva, dobbiamo usare bene tutte le forme e i livelli di giudizio, che non deve avere la forma del giudizio di Dio. Tuttavia, la ricerca della giustizia è la speranza di essere compresi, anche nei nostri sbagli.
Oggi, nella liquidità post-moderna, si allenta molto il rapporto fra la ricerca della giustizia e la formazione del giudizio. La ricerca della giustizia è sostituita dalla complicità ideologica, che spinge la macchina giudiziaria nelle nebbie di un tempo infinito. Così, la costruzione del giudizio azzera i tempi, salta le procedure, e diventa immediata, pulsionale, ossessiva e violenta. Il giudizio è patito come un atto di lesa maestà, siamo ossessionati dalla facilità con cui ci raggiunge e ci rovina. Qualsiasi dilettante giudica. Di fronte a questo “bullismo giudicante”, l’istituzione giudiziaria si dimostra impotente e culturalmente inerte.
Sesso e denaro
L’apparato mediatico usa scandalo goloso. La comunicazione, pilotata dai criteri della pubblicità commerciale, ama scandalizzarsi pubblicamente di ciò che segretamente eccita. La materia morale, nella comunicazione, è quasi interamente sovrapposta dal registro sesso e denaro. I media vogliono essere molto laici ma non si liberano da una piega molto clericale. Minacciano le pene dell’inferno (la damnatio sociale) a chi osa giudicare, ma godono per ogni indizio che fa giudicare in anticipo. Su sesso e denaro procede la conquista dei diritti e l’immunizzazione da ogni giudizio. Il matrimonio non vale più niente, e il patrimonio è sempre sacrosanto. Entrambi sono misurati per il possesso senza limiti. Sequeri dice che non può intenerirsi per questo gioco. La sobrietà non offensiva nella costruzione di un giudizio riflessivo su ciò che è degno dell’umano condiviso, che rigorosamente ricerca la giustizia, è uno stile umanistico indispensabile alla dignità umana. Stiamo perdendo questa abitudine sapienziale nell’educazione e nel costume.
Uno stile senza Dio?
Questo stile si forma e prende forza, senza Dio? No, non si forma e non si custodisce, “senza Dio”. La post-modernità, il delirio della libertà resa possibile dalla “morte di Dio”, è già durata abbastanza per consentirci questa risposta negativa. Quello stile ha il suo filo conduttore nella ricerca della giustizia in ogni amore, ostinatamente: ricerca la giustizia anche quando appare un impossibile umano, come un possibile di Dio. Il mondo della vita, con noi dentro, non è generato dal caso. Qualcuno deve rispondere della giustizia che resta incompiuta. I bambini uccisi da Erode gridano vendetta con la stessa voce di quelli che noi ora uccidiamo, lasciandoli morire di fame. Siamo certi che questa giustizia si fa strada nella nostra mente come un assoluto che non abbiamo creato noi, che è un impossibile umano. Questo Assoluto è la generazione eterna del Figlio (dichiarata a Nicea), che fa-essere quel voler-bene, da sempre e per sempre.
La fede cristiana è nata dall’incantamento per l’atto con cui il Figlio eterno si è identificato con la creatura umana, destinando a lei tutti i possibili di Dio. Il lessico del nostro cristianesimo è ancora diffidente verso il legame fra Dio e la giustizia dell’amore. In quel lessico, l’amore è sempre giusto. Ma ci sono molti amori sbagliati: ne sono piene le vite, le comunità, persino le religioni.
La giustizia aperta all’eterno della generazione
Nel capitolo X di Sequeri si parla di giustizia degli affetti, con una formula che non è corrente nel lessico cristiano (cfr. le ultime righe precedenti). Una resistenza a questa formula viene dalla consolidata separazione fra giustizia e amore nella lingua e nel pensiero del cristianesimo. La giustizia è rinchiusa nella sfera del diritto, normata dalla legge. L’amore sfugge alla misura della legalità, indica un’affezione che trascende il rigore della giustizia. In questa separazione, sia l’amore sia la giustizia non si trovano a loro agio. La giustizia è solo “legale”, ridotta al solo contesto della legge (e così piace ai moderni); l’amore ha una venatura fin troppo “sentimentale”, soltanto pulsione del dono reciproco.
Il cristianesimo è attratto ad enfatizzare sia la giustizia sia l’amore, a spese l’una dell’altro: più giustizia poco amore, più amore poca giustizia. Occorre una cultura alta della giustizia, spiritualmente e affettivamente profonda. La sua forza risplende dove lampeggia questa domanda: «Come deve essere l’essere, per essere come deve?». Ossia, quale bellezza, quale giustizia, quale amore, quale relazione e con quale destinazione, deve avere l’essere?
Nel Figlio, giustizia di Dio, sapienza delle cose, cura delle creature
Questa rivelazione della giustizia (sempre molto misteriosa e sempre incalzante) precede assolutamente ogni accezione legale della giustizia. Ed anche ogni accezione desiderante dell’affezione. L’antica tradizione dei greci l’aveva un po’ coltivata, poi sopraffatta dalla praticità del diritto romano. La giustizia di Dio, che precede ogni legge e coincide creativamente con la sapienza delle cose e con la cura delle creature, pervade le antiche Scritture di rivelazione.
Il principio della salvezza e l’effetto della carità, rientrano nell’idea di “giustificazione”. Parola bellissima, che rispecchia la legge divina in noi, e non la riduzione farisaica e clericale della giustizia viva di Dio al modesto inventario delle regole di comunità.
Questa accezione profonda della giustizia si è persa nella filosofia e quasi estinta nella teologia. È qui che abbiamo cercato di far «morire Dio». L’amore dei romantici e la logica degli scienziati può ancora sopravvivere alla perdita della fede. Ma di quale fede? Quella che onora il presentimento del nostro riscatto. Dio è il nome di colui che giura sugli adempimenti del riscatto. Il Figlio prende la decisione, col Padre e con lo Spirito, di onorare quel giuramento. In ciò è sconfitta la gnosi, che vorrebbe liberare il Dio “vero” dalla contaminazione con la drammatica della libertà che vive nella carne della creatura. Il Figlio si espone a questa drammatica, sfidando anche la difficoltà dell’uomo religioso, che si oppone all’apparente degrado della libertà divina. La storia della creatura è irradiata da questa “incarnazione” e avvolta dalla “disseminazione” dello Spirito.
In Dio, o necessità di amare, o bisogno di sangue umano
Speriamo che presto il cristianesimo si ricomponga intorno alla intatta bellezza del suo mistero di affezione, e deponga le sue ossessioni su una purezza divina che non si lascia contaminare dalla drammatica della storia, e su una libertà divina che vuole in ogni istante essere riconosciuta indifferente alla destinazione creaturale. Non c’è nessuna giustizia nella libertà di abbandonare la creatura al proprio destino di perdizione, meritato con la sua colpa. L’ossessione di liberare Dio dalla necessità del proprio amore, ha finito per esaltarne un’immagine che ha bisogno di sangue umano per la “soddisfazione” della propria lesa maestà, e una sovrana indifferenza al destino umano, che vediamo nel fatalismo dei greci e nel cinismo dei moderni. È necessario riscattare da questa concezione religiosa l’immagine divina, e la nostra profonda umiliazione per l’esserci concessi a quella concezione. Questo riconoscimento ha una pars construens che ci consola.
Il cristianesimo del terzo millennio, quando onorerà questa conversione, troverà lo spazio per la ricerca della giustizia delle cose, con le molte sfaccettature della libertà, come anticipazione. La fede è questo (in Ebrei 11,1): sostanza delle cose già sperate e argomento di quelle non ancora manifeste. Deve venire il giorno in cui l’amore ospitale di tutti gli amori, nella conversione evangelica, potrà essere sinonimo di giustizia. La giustizia di Dio è la stessa cosa che la sua bellezza, la sua santità, affezione, dedizione. In ogni affezione, la ricerca del “come deve” non riduce ma arricchisce la sua libertà e felicità. Libera tutte le cose da un destino di semplice esecuzione di un disegno prestabilito, come anche di un’attrazione indeterminata. La giustizia è irriducibile all’eccitazione del sentimento e alla procedura (questi due protocolli dominanti ed esclusivi del conoscere e del fare, che sono propri dell’odierno inaridimento anti-umanistico), e apre invece uno spazio creativo che può emozionare. È entusiasmante cercare la giustizia delle affezioni, e può essere letale sbagliare le affezioni.






